25 Settembre 2022

Emirati arabi uniti: lezioni ucraine

Tra considerazioni pragmatiche, reminiscenze di lotte anticoloniali e diffidenza crescente nei confronti degli Stati uniti e dell’“Occidente”, la stampa araba si tiene in equilibrio tra Washington e Mosca, mentre trae dal conflitto ucraino lezioni di geopolitica

Washington: pressioni sui vecchi alleati

Il 14 marzo, l’emittente qatariota Al-Jazeera ha pubblicato un articolo nel quale ci si domandava se gli Emirati arabi uniti (Eau), in particolare Dubai, potessero essere un rifugio sicuro per gli oligarchi russi colpiti dalle sanzioni euroatlantiche, nonostante i ripetuti tentativi di Washington di riportare in vita le sue tradizionali alleanze, soprattutto con le monarchie del Golfo, Israele, il Marocco e l’Egitto. Paesi strategicamente significativi per gli Stati uniti (Usa), non solo per la loro posizione, tra Medio Oriente e Africa settentrionale (dove convergono gli interessi geopolitici di diverse potenze mondiali e regionali), ma anche come potenziali fonti alternative di approvvigionamento energetico, come nel caso di Eau e Arabia saudita. A questi ultimi, Washington ha chiesto di aumentare la produzione di petrolio per abbassarne il valore di mercato, riducendo in tal modo la base economica del potenziale bellico russo. Il 9 marzo, peraltro, l’ambasciatore di Abu Dhabi negli Usa aveva lasciato intendere che gli Eau sarebbero stati disponibili ad accrescere l’estrazione di greggio e a invitare l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opep) a fare lo stesso, ma le autorità emiratine avevano immediatamente corretto il tiro: nessuna azione unilaterale da parte di Abu Dhabi, che si è dichiarata fedele alla politica dell’Opep+ (un’alleanza nata nel 2016, che include anche la Russia).

Dubai: un rifugio per gli oligarchi

Frattanto, a Dubai gli alberghi di lusso registrano un’impennata nelle prenotazioni, dovuta non tanto al turismo, quanto all’afflusso di oligarchi russi in fuga dal sequestro dei beni imposto dalle sanzioni. Già negli ultimi anni, d’altronde, le vantaggiose condizioni fiscali offerte dagli Eau, unite allo sviluppo vertiginoso del turismo di lusso, avevano favorito un aumento della presenza russa nell’emirato. Infatti, se da un lato nel 2021 i turisti russi sono stati i più numerosi, dall’altro è cresciuto progressivamente l’interesse per il mercato immobiliare emiratino, al punto che prima dello scoppio della guerra in Ucraina, circa 40 mila cittadini russi avevano la residenza negli Eau. Una condizione sufficiente, per Abu Dhabi, per continuare a mantenere un equilibrio tra la tradizionale alleanza strategica con Washington e le opportunità che implicano le intese tattiche con Russia e Cina, soprattutto dal punto di vista economico e finanziario. Per questa ragione, gli Eau hanno garantito a Mosca, almeno finora, che non applicheranno le sanzioni euroatlantiche, a meno che non vi sia una richiesta dell’Organizzazione delle Nazioni unite (Onu). Un’ipotesi poco probabile, dato che la Russia, membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ha il diritto di veto sulle risoluzioni che vi vengono proposte. Come Riyadh, inoltre, Abu Dhabi non è soddisfatta del sostegno statunitense, giudicato scarso, nella guerra in Yemen e, più in generale, nel contrasto con la potenza regionale iraniana.

L’immagine di Mosca nel mondo arabo

Infatti, mentre l’ex presidente Usa Donald Trump aveva delegato a Israele e alle monarchie del Golfo la preservazione dell’assetto geopolitico mediorientale, esercitando anche per loro tramite la massima pressione sull’Iran, il suo successore, Joe Biden, pur non avendo annullato gli accordi di Abramo, vorrebbe un più sottile bilanciamento di potenza tra Tel Aviv, Il Cairo e la Penisola araba, senza peraltro tener conto dei diversi interessi di Arabia Saudita ed Eau. Quindi, l’attuale amministrazione Usa sembra disposta a reintegrare l’Iran nella comunità internazionale, purché si attenga alle sue condizioni. Una linea che scontenta non solo Riyadh e Abu Dhabi, ma anche Rabat e Il Cairo. La Russia, invece, nell’ultimo decennio ha guadagnato terreno in Medio Oriente e in Nord Africa, giocando un ruolo di primo piano nei negoziati sul programma nucleare iraniano, nei colloqui di pace per la Siria, nel conflitto Libico e nello scontro tra Armenia e Azerbaijan nel Nagorno-Karabakh. Una posizione, conquistata in gran parte instaurando un’alleanza tattica con la Turchia, seconda potenza militare dell’Organizzazione del trattato dell’Atlantico Nord (Nato), ma che nell’ultimo decennio ha maturato una forte personalità geostrategica, perseguendo i propri obiettivi anche quando contrastavano con quelli degli alleati. L’aumento del peso geopolitico di Mosca, contestuale alla diminuzione della fiducia negli Usa e alla percezione che la loro supremazia mondiale non sia più indiscussa, ha contribuito così a delineare un’immagine tutt’altro che negativa del presidente russo Vladimir Putin.

Lezioni di geopolitica

In Siria, in particolare, i paesi arabi hanno assistito al progressivo imporsi della Russia (che pure, al contrario degli Usa, non può contare su un’economia forte) come attore chiave, non tanto del processo di pace, quanto del consolidamento del potere del presidente Bashar al-Asad, suo alleato. Mosca, inoltre, controllando formalmente lo spazio aereo siriano e avendo una sua base militare a Tartous, è un interlocutore necessario sia per Israele, sia per la Turchia, che in Siria hanno i propri interessi: il primo nel colpire le postazioni delle milizie sciite vicine all’Iran, la seconda nel mantenere il controllo sulle regioni a maggioranza curda. Dal Medio Oriente, infine, secondo il ministero della Difesa russo, sono giunte a Mosca oltre 16 mila richieste di arruolamento volontario, quasi tutte di combattenti che avevano già partecipato al conflitto siriano. A fronte di una tale ascesa, ultimamente, il disastroso ritiro di Washington dall’Afghanistan ha contribuito all’allontanamento di buona parte dei paesi arabi, monarchie del Golfo in testa, dal sistema di alleanze statunitense. Del resto, dall’inizio dell’attacco russo all’Ucraina, la stampa araba ha sollevato questioni di rilievo, riconducibili a due obiezioni fondamentali all’“Occidente”: la divergenza tra l’immagine che gli Usa e i loro satelliti eurasiatici vogliono dare di sé, di esportatori di democrazia, e il loro comportamento reale, nonché una certa tendenza delle “potenze occidentali” a elargire promesse per conquistare alleati utili, per poi abbandonarli quando non servono più i loro interessi.