25 Settembre 2022

Putiniani d’Italia: quanti sono e quali sono i loro “argomenti”

Da che parte stanno gli italiani, relativamente all’invasione russa ai danni dell’Ucraina?
La risposta a questa domanda è molto meno scontata del previsto. Secondo una certa narrazione esisterebbe un pensiero unico, trasmesso a reti e giornali unificati, supinamente schierato oggi dalla parte degli ucraini come lo era ieri da quella dei vaccini; uniche sentinelle della ragione contro tale dittatura del penisero sarebbero pochi, eroici pensatori liberi, dediti a raccontare al popolo (tramite Twitter, YouTube e comparsate televisive varie) quelle verità scomode che il Potere vorrebbe taciute. E che possono riassumersi in questi termini: quello di Putin è sì un atto criminale, ma esistono grandi responsabilità anche da parte dell’Occidente (segnatamente della NATO, dell’Unione Europea e degli Stati Uniti).
La schiera di chi porta avanti questa tesi è piuttosto nutrita. Include in primis illustri storici (da Alessandro Barbero a Luciano Canfora, passando per Franco Cardini), intellettuali e filosofi (Tomaso Montanari, Massimo Cacciari, Donatella di Cesare), giornali di rilievo nazionale (il Fatto Quotidiano, La Verità), e ovviamente esponenti politici: dalla galassia della sinistra-sinistra (il Partito Comunista di Marco Rizzo, Potere al Popolo) al variegato mondo degli anti-sistema (Paragone, Di Battista), mentre all’estremo opposto la Lega, che fin dal principio aveva balbettato sulle sanzioni alla Russia, nei fatti sembra piuttosto restia a troncare del tutto con lo Zar.

Per gli italiani USA e UE sono corresponsabili per la guerra

Putiniani d'Italia: quanti sono e quali sono i loro "argomenti" | Italiani News Preso da https://www.divulgastudi.it/wp-content/uploads/2022/03/Divulga-Il-conflitto-Russia-Ucraina_11_marzo_22.pdf

E l’opinione pubblica italiana come la pensa?
Una prima risposta a questa domanda proviene da un sondaggio effettuato da Divulga Studi, in collaborazione con IXÈ, i cui risultati sono stati resi noti lo scorso 9 marzo. Particolarmente interessanti sono le risposte relative alle responsabilità.
A ritenere che la Russia non abbia alcuna ragione è poco più della metà degli intervistati (56%); l’8,4% ritiene che Putin abbia “alcune ragioni”, mentre secondo il 28,6% ne aveva “alcune, prima del conflitto”. Per certi versi è più netta la condanna verso l’Unione Europea e gli Stati Uniti: soltanto il 24% ritiene che l’UE non abbia alcuna responsabilità, e solo il 17,6% “assolve” gli Stati Uniti.

Ma quali sarebbero tali responsabilità, e perché dovrebbe essere lecito dare a Putin delle “attenuanti”? Di seguito un (parziale) campionario delle tesi che si sentono ripetere più spesso.

L’allargamento ad est della NATO

 

Argomento principe è quello secondo cui la responsabilità primaria del conflitto ce l’avrebbe la NATO, rea di essersi “espansa” troppo ad est; il riferimento è al fatto che, dal 1991 ad oggi, diversi Paesi del blocco ex sovietico e balcanici sono entrati nell’Alleanza atlantica (Ungheria, Lituania, Lettonia, Estonia, Albania, Croazia, Montenegro e Macedonia del Nord). Il punto, tuttavia, è che tale allargamento è frutto di una serie di richieste volontarie fatte dai summenzionati Paesi, individualmente. Questa, del resto, è la prassi: un Paese chiede di entrare nella NATO, dopodiché la richiesta viene valutata da parte degli Stati membri. Chi vuole entrare deve soddisfare determinati requisiti. Non sono mancati, in passato, dubbi e perplessità sull’ingresso di certi Paesi nell’Alleanza: lo stesso Joe Biden, nel 1997, aveva avvertito che includere i Paesi Baltici nell’alleanza atlantica avrebbe provocato una “reazione vigorosa” da parte della Russia.
Sarebbe intellettualmente onesto domandarsi cosa abbia spinto tutti questi Paesi ad entrare nella NATO: forse il timore di essere militarmente aggrediti dalla Russia, come sta puntualmente avvenendo in Ucraina?
Del resto, dal crollo dell’URSS ad oggi, la Russia non ha mai veramente accettato l’idea che potessero esistere degli Stati realmente indipendenti tra sé e l’Europa. I tentativi di farli rientrare sotto la “sfera d’influenza” di Mosca sono stati tanti e variegati: tra i principali va menzionata l’ingerenza nella politica interna, con tentativi (a volte riusciti, come nel caso della Bielorussia) di far eleggere governi-marionette. Ingerenza che, peraltro, negli ultimi anni non si è affatto limitata ai Paesi ex sovietici: basti pensare alle interferenze russe nelle elezioni americane del 2016, vinte da Donald Trump, e in quelle di due anni fa. Nel nostro Paese è in corso un’indagine su presunti finanziamenti russi alla Lega.

Zelensky e il “colpo di Stato” del 2014

Quella del golpe del 2014 è una tesi che Putin ripete da diversi anni, ma che negli ultimi giorni ha trovato in Italia un illustre divulgatore: il già menzionato professor Luciano Canfora, in un’intervista rilasciata a Il Riformista. Secondo Canfora, Zelensky sarebbe salito al potere proprio in seguito a tale evento.
Ora, l’enciclopedia Treccani definisce “colpo di Stato”

un fatto contro la legge e al di fuori della legge, volto a modificare il vigente ordinamento dei pubblici poteri

E’ questo ciò che accaduto in Ucraina, nel 2014?
Ciò che accadde è che l’allora Premier – il filorusso Viktor Janukovyč (condannato per alto tradimento dal tribunale di Kiev nel 2019) – rassegnò le dimissioni a seguito della rivolta di piazza Majdan. Rivolta originata dalla decisione dello stesso Janukovyč di sospendere le trattative per l’accordo di associazione con l’UE, e al tempo stesso di rafforzare la “collaborazione” con la Russia: rivolte contrastate con la forza e concluse con centinaia di morti e migliaia di feriti.
Ad ogni modo, affermare che Zelensky sia salito al potere in seguito a questi eventi è cronologicamente errato: l’attuale Premier è diventato tale dopo le elezioni del 2019, non quelle del 2014. Nel 2014 a vincere fu Porošenko, peraltro dopo elezioni rese complicate da una serie di cyber-attacchi russi.

Il parallelo con la crisi dei missili a Cuba

Precedente storico a parti invertite sarebbe, secondo i filo-putiniani, la crisi missilistica a Cuba avvenuta nel 1962. Allora furono gli Stati Uniti – si dice – a non tollerare la presenza di missili troppo vicini al suolo americano: perché dunque la Russia dovrebbe tollerare l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, col rischio di vedersi puntati addosso i missili occidentali?
Ora, va innanzitutto fatto notare che sentirsi minacciati per la vicinanza a missili balistici, al giorno d’oggi, è surreale; un IRBM (missile balistico a raggio intermedio) può coprire una distanza dai 3000 ai di 5000km, mentre uno intercontinentale (ICBM) può superare i 6000km. Già 4 anni fa il New York Times spiegava che c’erano 5 Paesi al mondo (Russia, Stati Uniti, Cina, Gran Bretagna e Francia) in grado di colpire qualunque punto del pianeta, senza doversi “spostare”.
Al di là di questo, esiste una differenza sostanziale tra le due situazioni: nel 1962, quando iniziò la crisi cubana, sull’isola erano già presenti decine di missili, installati di nascosto e individuati grazie ad una ricognizione aerea dell’esercito americano. Kennedy avrebbe potuto dare ascolto ai vertici del Pentagono, che consigliavano di attaccare e “distruggere completamente” Cuba. Invece optò per la soluzione più diplomatica, disponendo un blocco navale e trattando con Chruščëv. Ed evitando la Terza Guerra Mondiale.
In Ucraina, al momento dell’invasione russa, non c’era nessun missile puntato contro Mosca.

I nazisti dell’Ucraina

Altro refrain particolarmente in voga è quello che dipinge l’Ucraina come un covo di neonazisti (tesi del resto sostenuta dallo stesso Putin, nel suo discorso alla vigilia dell’invasione). A far chiarezza su questo punto ci ha pensato Marco di Liddo, dal suo profilo Twitter.
Innegabilmente esistono anche in Ucraina movimenti neo-fascisti e neo-nazisti; tuttavia, insinuare che rappresentino la maggioranza dell’opinione pubblica è assolutamente infondato, numeri alla mano. Alle elezioni del 2019 – vinte dall’ebreo Zelensky – Svoboda, il partito di estrema destra, ha racimolato il 2,15% dei consensi, corrispondente ad un solo seggio nel Parlamento ucraino. Molto meglio era andato nel 2014 – quando prese oltre il doppio dei voti – e soprattutto nel 2012, quando superò il 10%, piazzando 38 rappresentanti in Parlamento.
Se dunque un partito in caduta libera da una decina d’anni e che oggi conta circa 15.000 iscritti è sufficiente per etichettare come “neonazista” un Paese intero, viene spontaneo chiedersi come andrebbero definiti molti Stati europei. Movimenti di estrema destra con venature neo-fasciste esistono in pressoché ovunque (Vox in Spagna, Alternative für Deutschland in Germania, Alba Dorata in Grecia), ed è ormai accertato da svariate indagini giudiziarie che proprio la Russia di Putin li abbia finanziati, con l’obiettivo di indebolire l’UE favorendo i nazionalismi e le loro spinte centrifughe.