30 Settembre 2022

(Dis)ordini mondiali. Cina-Stati uniti: prove tecniche di transizione

Nei confronti diretti e indiretti tra Cina e Stati uniti, emerge la divergenza profonda tra i due rispettivi approcci alle relazioni internazionali; intanto, Israele e Turchia si propongono come mediatori e paesi ospiti del negoziato di pace tra i presidenti russo e ucraino; Arabia saudita, Emirati arabi uniti e India osservano gli sviluppi, in equilibrio tra le potenze rivali

Pechino: verso una diarchia globale

Il 18 febbraio, i presidenti di Cina e Stati uniti (Usa), rispettivamente Joe Biden e Xi Jinping, hanno avuto il primo colloquio diretto, attraverso videochiamata, dall’inizio del conflitto ucraino, durante il quale si sono confrontati due paradigmi geopolitici e dipomatici rivali, oltre alle due massime potenze mondiali. Xi Jinping ha messo in guardia Biden dall’imporre «sanzioni ampie e indiscriminate», che «farebbero solo soffrire la popolazione» e «se la situazione peggiorasse, provocherebbero una grave crisi nell’economia, nel commercio e nella finanza globali e nell’approvvigionamento di energia, cibo e forniture industriali, paralizzando la già stagnante economia mondiale e causando perdite irreversibili». Secondo il presidente cinese, al contrario, Washington e Pechino dovrebbero assumersi ciascuna la sua parte di responsabilità e cooperare per la pace e la stabilità nel mondo: quindi, condividere una diarchia globale senza ingaggiare contrasti per procura, che rischiano di sfociare in conflitti di proporzioni maggiori. Commentando sulla guerra in Ucraina, Xi Jinping considera che la lezione da trarne sia che le guerre non risolvono le controversie inernazionali, invitando Washington a un «approccio razionale». Infatti, visti i profondi cambiamenti negli equilibri internazionali, occorre far prevalere la logica del dialogo e del negoziato. Infine, sulle recenti tensioni tra Cina e Stati uniti, il presidente cinese le ha ricondotte alle divergenze passate e al fatto che «alcune persone negli Usa non hanno accettato il consenso raggiunto». Di conseguenza, occorre gestire le differenze per creare una «relazione stabile e vantaggiosa per entrambe». Da parte sua, Biden si è dichiarato favorevole al dialogo, chiedendo a Pechino di usare la sua influenza su Mosca per indurla a cessare le attività belliche, ammonendo al contempo Xi Jinping che Washington è pronta a «vendicarsi» in caso di sostegno cinese alla Russia. Inoltre, lo ha rassicurato che gli Usa non sostengono l’indipendenza di Taiwan, né cercano una nuova guerra fredda con la Cina, né intendono creare alleanze contro quest’ultima.

Usa: diffidenza pregiudiziale

I due presidenti, infatti, hanno trattato anche la spinosa questione di Taiwan. Lo stesso giorno del colloquio, la portaerei cinese Shandong, la seconda della flotta dell’Impero del centro, ha attraversato lo stretto di Taiwan, mentre la sua rotta è stata seguita dal cacciatorpediniere statunitense Uss Ralph Johnson. Pechino ha chiarito che si è trattato di un’esercitazione ordinaria, ma il fatto ha suscitato preoccupazioni a Taiwan, la cui stampa, dall’inizio del conflitto ucraino, istituisce spesso un paragone tra Kiev e Taipei. Durante la videochiamata con Biden, Xi Jinping ha definito «pericolosi» i «segnali sbagliati» inviati da «alcune persone» negli Usa alle «forze dell’indipendenza» taiwanesi. Dal canto suo, Washington, dopo aver permesso che Cina e Russia convergessero sul comune interesse geopolitico di insidiare l’egemonia geostrategica statunitense, teme che l’isolamento internazionale di Mosca trasformi un’intesa tattica in alleanza strategica. Per questo, associa richieste di dialogo a toni minatori, provocando Pechino sul fronte del Pacifico (il 26 febbraio era stato il cacciatorpediniere Usa ad attraversare lo stretto di Taiwan) e mantenendo un atteggiamento di pregiudiziale diffidenza. Ad esempio, un giorno prima dell’incontro di Roma del 14 marzo tra il consigliere per la Sicurezza nazionale Usa Jake Sullivan e il suo omologo cinese Yang Jiechi, un funzionario di Washington aveva dichiarato che la Russia stava chiedendo aiuti militari alla Cina. Immediata la smentita di Pechino, ma durante il colloquio Sullivan ha lanciato due moniti: nessun invio di equipaggiamenti bellici alla Russia, né appigli per aggirare le sanzioni euroatlantiche, altrimenti ci saranno «conseguenze». Eppure, a proposito delle voci sulla richiesta russa alla Cina di non meglio precisati armamenti, il Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa bianca ha rifiutato di commentare. Inoltre, la segretaria di Stato al commercio Gina Raimondo, dopo che Washington a fine febbraio aveva avvertito gli alleati europei che la Russia aveva chiesto droni alla Cina, aveva chiarito che non c’erano prove a sostegno di questa tesi.

Israele e Turchia: mediazioni convergenti o parallele?

Secondo il quotidiano britannico Financial Times, agli ultimi negoziati diretti tra Russia e Ucraina, che hanno registrato un qualche progresso, si è discussa una bozza in quindici punti, proposta dal Cremlino, che prevede il cessate il fuoco e il ritiro di Mosca, qualora Kiev rinunci ad aderire alla Nato e garantisca di non ospitare basi militari o armamenti stranieri in cambio della protezione di alleati come Stati uniti, Regno unito e Turchia (paese con cui la Russia ha intese importanti, come in Siria, Libia e Nagorno-Karabakh, ma anche interessi divergenti). In quest’ultima tornata di colloqui russo-ucraini, avrebbe giocato un importante ruolo di mediatore il primo ministro israeliano Naftali Bennet, che si era recato a Mosca il 5 marzo. Frattanto, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan si era intrattenuto telefonicamente con il suo omologo ucraino Volodymyr Zelensky, sempre nel tentativo di proporsi come mediatore. Ankara e Tel Aviv, dunque, che hanno più volte parlato telefonicamente con i presidenti russo e ucraino, e che ultimamente hanno avviato una nuova fase nelle loro relazioni reciproche (malgrado i proclami di Erdoğan sulla necessità che Israele chieda scusa per l’incidente della Freedom Flotilla del 2010), stanno cercando di ritagliarsi un ruolo in un momento di profonda transizione negli equilibri geopolitici globali. Un riassetto turbolento, contestuale a una rivoluzione industriale che comporta una transizione tecnologica ed energetica. Di conseguenza, gli Stati satelliti degli Usa, che un tempo beneficiavano della loro fedeltà a Washington, si dividono tra chi, come Israele e Turchia (non si sa quanto in accordo), cerca di avere un ruolo attivo, per volgere gli eventi a proprio vantaggio, e chi, come le monarchie del Golfo e l’India, opta per la diversificazione delle alleanze.

Emirati arabi uniti, Arabia saudita e India: diversificazione delle alleanze

I periodi di transizione, peraltro, sono solitamente caratterizzati da bruschi cambiamenti di fronte, tanto nelle relazioni diplomatiche ufficiali, quanto nei rapporti segreti tra i rispettivi Stati profondi. Ad esempio, la Turchia di recente ha riaperto i canali diplomatici con Armenia, Grecia, Cipro, Israele ed Emirati arabi uniti (Eau, accusati da Erdoğan di aver sostenuto il “fallito golpe” del 2016). D’altronde, a differenza di Tel Aviv, il governo turco, in crisi di consensi a causa della crisi economica e finanziaria, proietta la propria vocazione imperiale all’esterno per evitare di implodere a causa dell’insofferenza di una o più componenti della società. Un discorso che vale anche per gli Usa, che come ha detto il linguista, filosofo e politologo Noam Chomsky, sono sull’orlo di una guerra civile a causa del grave malcontento sociale, che ha creato un terreno fertile per l’ascesa di movimenti di estrema destra, come quelli che hanno assaltato Capitol Hill a gennaio 2021. Alcuni di essi, ad esempio, hanno sostenuto le accuse russe a Washington sullo sviluppo di laboratori di armi biologiche in Ucraina. Di contro, Eau, Arabia saudita e India, dall’inizio del conflitto ucraino, hanno mantenuto un atteggiamento neutrale in parte per un calo di fiducia nei confronti degli Usa (soprattutto dopo il disastroso ritiro dall’Afghanistan), in parte perché non è da escludersi un futuro assetto mondiale multipolare, in cui la diversificazione delle alleanze potrebbe risultare di vitale importanza per la cura dei rispettivi interessi geostrategici.

Transizione turbolenta nel Golfo

In particolare, Riyadh e Abu Dhabi sono insoddisfatte della loro progressiva marginalizzazione geopolitica in Medio Oriente, determinata in buona misura dall’introduzione di fonti di energia alternative al petrolio, e delle aperture dell’attuale amministrazione Usa nei confronti dell’Iran (che irrita anche Israele). Ma nel diversificare le alleanze, resta importante la compatibilità: per l’India è difficile un’intesa con la Cina a causa delle tensioni di confine, mentre per Arabia saudita ed Eau è più facile, anzi, finora è stata efficacemente realizzata, per i settori di interesse comune. La fluidità delle alleanze, in fondo, riflette lo scricchiolamento delle istituzioni cardine di un assetto mondiale nato dopo il 1945 e rimodellatosi dopo l’implosione del sistema sovietico, quando gli Usa furono in grado di gestire la globalizzazione senza incontrare resistenze significative, in virtù del suo status di superpotenza. Ora esistono potenze emergenti capaci di affermare il proprio peso geopolitico, affidandosi al potere economico, come la Cina, o alla visione strategica, come la Turchia. Entrambe, ciascuna a suo modo, propongono nuovi modelli di relazioni internazionali, divergenti ma entrambi alternativi a quello unipolare guidato da Washington. Per ora, il fatto che Putin sia accusato di crimini di guerra solleva interrogativi su quale istituzione, su quale paese, potrà ospitarne l’eventuale processo.