mercoledì30 Novembre 2022
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Riduzione del carico fiscale, presidenzialismo e Riforma della Giustizia: le priorità del governo Meloni

In questi giorni un po’ convulsi Giorgia Meloni è impegnata a predisporre una squadra di governo “di alto profilo”, come...

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In questi giorni un po’ convulsi Giorgia Meloni è impegnata a predisporre una squadra di governo “di alto profilo”, come da lei stessa dichiarato agli organi di informazione, per cui a breve dovrebbe ricevere formalmente dal presidente della repubblica l’incarico di formare il nuovo governo di 22,23 “personalità” che sostituirà il deludente esecutivo di unità nazionale presieduto da Mario Draghi. Sembra che sia stato messo dall’alto un veto sul nome di Matteo Salvini come Ministro degli interni, sebbene in quel ruolo non abbia sfigurato nel primo governo guidato da Giuseppe Conte, per cui dovrebbe essere dirottato ad un’altra casella, molto probabilmente al Ministero dei Trasporti, mentre l’altro esponente leghista Giancarlo Giorgetti potrebbe essere dirottato dal Ministero dello sviluppo economico al Ministero dell’economia. Antonio Tayani sarà Ministro degli Esteri e in predicato per il Ministero della Difesa c’è Edmondo Cirielli, ex carabiniere, fondatore di FDI vicinissimo a Giorgia Meloni, persona seria e rigorosa come moltissimi appartenenti all’Arma dei CC. Appare oltremodo evidente come la Meloni sia alle prese con problematiche di cui non immaginava – nemmeno lontanamente – di doversi confrontare fino a qualche giorno fa, anche se alla fine troverà la quadra perché al centro destra verrà almeno permesso di iniziare a governare, ma la stabilità è una chimera se si considera che la maggioranza al senato si regge solo su 10 voti. Nel rispetto delle politiche del programma condiviso da quelle che saranno le principali forze di maggioranza di centro destra, vale a dire, lega, fratelli d’Italia e forza Italia, le priorità del nuovo gabinetto Meloni dovranno essere soprattutto dirette ad assicurare un sostanzioso taglio delle tasse ai contribuenti italiani divenuti tra i primi evasori fiscali al mondo non per loro scelta, ma perché oppressi da un sistema fiscale oggettivamente troppo alto che andrà rapidamente ritoccato verso il basso, rispettando il principio costituzionale della progressività della capacità contributiva e cercando di non sforare il 30% del reddito lordo per l’aliquota più alta. Quindi, le tasse devono essere abbassate in modo netto, anche ricorrendo a strumenti di “diritto intertemporale” per tenere sotto controllo i conti pubblici che potrebbero significativamente risentirne nella fase iniziale di applicazione della riduzione del carico fiscale che comporterà, giocoforza, una riduzione delle entrate nel bilancio pubblico. Proprio per fungere da effettivo contraltare ad possibile squilibrio dei conti pubblici, va rapidamente introdotta nel sistema anche una legge che preveda sanzioni penali molto gravi per gli evasori fiscali, come avviene negli Stati Uniti d’America. Si tratta di un deterrente che può funzionare anche nel nostro paese perché gli italiani sono diventati un popolo di evasori sia perché le tasse sono troppo alte, ma anche perché le sanzioni penali non sono eccessive, fatti che rappresentano due facce della stessa medaglia. Una volta messa in campo questa autentica “rivoluzione copernicana” che potrebbe definitivamente mutare in positivo il rapporto tra fisco e contribuente, il governo dovrà concentrarsi sulla riforma, altrettanto importante, della carta costituzionale in senso presidenzialista dal momento che la nostra costituzione, tanto decantata, a giorni alterni, si è rilevata – suo malgrado – la causa principale del mancato sviluppo del paese, perché il costituente del 1946 ha sostanzialmente finito con l’imprigionare l’azione dell’esecutivo in una farraginosa repubblica parlamentare il cittadino non è centrale rispetto alla funzione di governo. Peraltro, si tratta di un meccanismo istituzionale scarsamente adottato dagli Stati del G8, con la sola eccezione della Germania, anch’essa retta da una repubblica parlamentare, ma dove vige il determinante correttivo della “sfiducia costruttiva” contemplato da una legge del 1949, secondo cui: «Il Bundestag può esprimere la sfiducia al cancelliere federale soltanto eleggendo a maggioranza dei suoi membri un successore. Quindi, in Germania il governo in carica non può cadere se il parlamento è in grado di formare un governo che assicuri continuità e non è cosa da poco. Come si diceva, la repubblica parlamentare è quasi completamente assente dal novero delle altre nazioni del G8, come gli Stati Uniti e la Francia, retti, rispettivamente, da un sistema presidenziale e semi – presidenziale. Ma anche l’Inghilterra è retta da una monarchia costituzionale a base presidenziale perché il re nomina come primo ministro proprio il leader del partito vincitore delle elezioni, quindi, anche qui c’è un’investitura diretta del premier da parte del popolo.

Nel sistema della repubblica parlamentare il cittadino vota il parlamentare senza obblighi di mandato ed il governo viene eletto dalla maggioranza assoluta delle due assemblee parlamentari subito dopo il loro insediamento. Ma proprio il sistematico bisogno in capo al governo di ottenere la fiducia in parlamento per poter nascere e, soprattutto, sopravvivere, ha obbligato il paese a cambiare inesorabilmente un esecutivo all’anno dal lontano 1948 sino ai nostri giorni e questa mancanza di continuità nell’azione di governo è tra le cause principali che hanno impedito all’Italia una maggiore crescita economica. In effetti, è capitato spesso che il governo sia stato indotto alle dimissioni dopo l’approvazione di una mozione di sfiducia parlamentare in contrasto con la volontà popolare espressa nell’urna, ma frutto di giochi di palazzo intervenuti sottobanco dopo le elezioni. Ed il precetto costituzionale del divieto del vincolo di mandato permette ad ogni singolo parlamentare di avere “legalmente” in mano le sorti del governo e di essere decisivo perseguendo, sovente, non l’interesse generale, ma il proprio personale tornaconto. La costituzione è ampiamente migliorabile come tutte le cose del mondo e qualora venisse introdotto il presidenzialismo, il cittadino tornerebbe ad essere centrale nella scelta del proprio governante e proprio per questo motivo sono assolutamente ridicoli i timori di chi teme che introdurre il presidenzialismo possa comportare un pericolo per la democrazia. Al contrario, un’eventuale riforma in senso presidenziale potrebbe costituire una sorta di “anno zero” per il paese perché finirebbe con il conferire maggiore centralità al cittadino che diventa “elettore diretto”, togliendo spazio al parlamentare, concepito dall’attuale costituzione come “elettore mediato”. Questa sterzata potrebbe finalmente porre fine ai giochi di palazzo molto cari alle minoranze politiche, soprattutto, di sinistra che non hanno i numeri per governare nel paese, ma che hanno comunque spadroneggiato perché culturalmente legati da una plurisecolare comune militanza a poteri forti come giornalisti e magistratura che li hanno fatte sembrare numericamente più forti di quello che sono realmente.

Quindi, se garantita da un sistema elettorale in grado di assicurare stabilità e con periodiche verifiche elettorali per consentire un’alternanza al potere tra i diversi schieramenti politici, una riforma della costituzione in senso presidenziale potrebbe finalmente permettere al cittadino di avere maggiore voce in capitolo nella scelta dei propri governanti, permettendo, altresì, al paese di avere un governo politicamente più stabile, con evidenti ricadute anche sul piano dello sviluppo economico.

Un altro compito importante per il governo Meloni e per il futuro Ministro della giustizia Carlo Nordio sarà quello di ripristinare l’ordine all’interno della magistratura ordinaria diventato ormai un potere fuori controllo, da regolare mettendo finalmente mano ad una seria riforma del sistema giudiziario e della responsabilità del giudice in grado di conferire maggiore centralità al cittadino e ai suoi diritti lesi processualmente quasi ogni giorno dal giudice o dal PM. I tempi sembrano ormai maturi e proprio in questa direzione è particolarmente significativo l’accorato appello addirittura del presidente della repubblica che, in occasione del discorso per il suo secondo insediamento lo scorso febbraio, ha duramente richiamato all’ordine proprio la serietà delle valutazioni giudiziarie che sconquassano la vita delle persone. Il capo dello stato ha rimarcato il concetto che i cittadini sono letteralmente “atterriti di fronte ad un sistema giudiziario che viola lo stato di diritto“ e si tratta di considerazioni agghiaccianti proprio perché riconducibili al potere che dovrebbe far rispettare la legge agli altri.

Negli ultimi tempi qualche osservatore molto poco informato ha parlato di Giorgia Meloni come “un problema per l’Italia”, ma bisognerebbe ironicamente ricordare che “Dietro ogni problema c’è un’opportunità“ ha scritto il grandissimo filosofo toscano Galileo Galilei, padre della scienza moderna, intelligenza non comune e per questo ingiustamente perseguito dalla santa inquisizione che lo obbligo’ all’abiura delle proprie indagini metafisiche dalle quali è stato riabilitato solo recentemente da Giovanni Paolo II, a distanza di oltre 300 anni dalla sua morte. Ma tre secoli potrebbero addirittura non bastare alla giustizia italiana per porre rimedio alla innumerevole serie di errori che giacciono sotto la marea di cartaccia su cui si regge e che l’ha resa un sistema giudiziario da terzo mondo.

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