sabato28 Gennaio 2023
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Iran: Ong, 326 morti per la repressione delle proteste

Le forze di sicurezza iraniane hanno ucciso almeno 326 persone dall’inizio delle proteste, due mesi fa, per la morte di...

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Le forze di sicurezza iraniane hanno ucciso almeno 326 persone dall’inizio delle proteste, due mesi fa, per la morte di una ragazza che era stata fermata dalla polizia della morale perché indossava il velo in mono ”non corretto”. A sostenerlo è l’ong Iran Human Rights, che ha sede in Norvegia. Nella cifra, precisa l’Ong in un aggiornamento del numero delle vittime reso noto ieri, sono inclusi 43 bambini e 25 donne, affermando si tratta di una stima minima, che al momento non può essere verificata.
L’ Iran sta affrontando una delle sue manifestazioni di dissenso più grandi e senza precedenti dopo la morte di Mahsa Amini , una curda iraniana di 22 anni. La rabbia pubblica per la morte della giovane si è innestata con la crescente opposizione per la deriva repressiva del regime teocratico. Le proteste continuano, anche se i parlamentari iraniani abbiano esortato la magistratura del Paese a “non mostrare indulgenza” nei confronti dei manifestanti.
Iran Human Right ha chiesto alla comunità internazionale a intraprendere “un’azione ferma e tempestiva” per il numero crescente di vittime e ha ribadito la necessità di istituire un meccanismo per “ritenere le autorità della Repubblica islamica responsabili della loro grave violazione dei diritti umani”.
“Istituire un meccanismo di indagine internazionale e responsabilità da parte delle Nazioni Unite faciliterà il processo di ritenere responsabili gli autori in futuro e aumenterà il costo della continua repressione da parte della Repubblica islamica”, ha affermato il direttore dell’Ong, Mahmood Amiry-Moghaddam.
Dall’inizio delle proteste, secondo l’Ong, ci sono stati morti in 22 province, con il numero più alto registrato province di Sistan e Baluchistan, Teheran, Mazandaran, Kurdistan e Gilan. Oltre mille persone sono in stato di detenzione con l’accusa di avere alimentato le proteste. Per molte di esse le contestazioni legate alla sicurezza potrebbero essere punite con la condanna a morte. 

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