È tornata la diplomazia a Muscat. Dopo anni di silenzi interrotti da scambi velenosi, sanzioni, sabotaggi e accuse reciproche, Stati Uniti e Iran si siedono di nuovo allo stesso tavolo.
Il luogo scelto non è casuale: Muscat, capitale dell’Oman, Paese da sempre ponte tra mondi in conflitto, è lo scenario di un nuovo tentativo di accordo sul programma nucleare iraniano.
Tutto ruota attorno all’ultimatum lanciato mesi fa da Donald Trump, tornato a influenzare la scena politica americana e internazionale: due mesi di tempo per chiudere la questione nucleare, altrimenti Washington avrebbe considerato “tutte le opzioni sul tavolo”. Un messaggio chiaro, che ha spinto la Repubblica Islamica a riaprire il canale della trattativa, seppur con cautela. Da Teheran, il messaggio è altrettanto netto: “Vogliamo un’intesa reale ed equa, non una resa”.
Il contesto è delicato. L’accordo del 2015, il JCPOA, è ormai un ricordo lontano. Abbandonato dagli Stati Uniti nel 2018, stracciato nei fatti dall’Iran con l’arricchimento dell’uranio oltre i limiti previsti, eppure ancora citato come base tecnica per una possibile intesa. In questi giorni a Muscat, i negoziatori dei due Paesi — accompagnati da funzionari europei e mediatori omaniti — proveranno a riannodare i fili. Le distanze restano profonde, ma entrambe le parti sanno che lo scontro aperto porterebbe a uno scenario di instabilità esplosiva, non solo in Medio Oriente.
Gli Stati Uniti chiedono garanzie “verificabili e irreversibili” che l’Iran non possa mai dotarsi dell’arma atomica. Teheran vuole la fine delle sanzioni che strangolano la sua economia, il riconoscimento del suo diritto allo sviluppo nucleare pacifico e, soprattutto, un accordo che non possa essere disdetto unilateralmente da un futuro presidente americano. È qui che si gioca la partita più difficile: quella della fiducia.
Muscat potrebbe segnare l’inizio di una nuova stagione o il definitivo fallimento della diplomazia sul dossier più incandescente della politica internazionale. Il mondo osserva con attenzione, perché il risultato di questi colloqui andrà ben oltre il programma nucleare: è un test sulla possibilità stessa di dialogare tra potenze nemiche in un tempo in cui la guerra, purtroppo, è tornata ad apparire come una soluzione praticabile.
Tra speranza e scetticismo, il confronto è iniziato. E il tempo stringe.