L’incipit dell’introduzione a “I mostri di Einstein” di Martin Amis è chiara
“I racconti che seguono sono stati scritti al solito scopo, ovvero, senza alcuno scopo” ed è una dichiarazione di poetica che disarma e affascina.
In queste poche parole si cela una consapevolezza rara, un distacco ironico. Questo preannuncia una raccolta di racconti tutt’altro che ordinaria, simile a quelle di Amis.
Come acutamente sottolinea l’articolo, Amis non cede alla facile tentazione del distopico apocalittico, già saturo e inflazionato. Il suo sguardo, invece, si posa su un orizzonte più sottile e inquietante: l’attesa.
Quell’incombente minaccia che non si concretizza ma che aleggia costantemente, la sospensione della razionalità insita nella deterrenza nucleare, il grottesco di un’esistenza precaria sull’orlo dell’assurdo.
Nato all’ombra della bomba atomica, come egli stesso ricorda con una lucidità disarmante. Amis sembra aver interiorizzato quella precarietà esistenziale. L’ha trasformata in una fertile materia narrativa.
I cinque racconti che compongono la raccolta non sono illustrazioni didascaliche di un tema, bensì emanazioni organiche di esso.
Il nucleo concettuale della minaccia atomica non schiaccia la narrazione, ma la genera. Serpeggia sullo sfondo e si declina in una miriade di sfumature, attraverso personaggi vividi, situazioni concrete e una lingua che è essa stessa protagonista.
La sensazione di trovarsi immersi in conversazioni autentiche, tra persone reali che parlano con la propria voce.
Eppure, questa immediatezza non sacrifica la qualità letteraria della pagina, che si rivela “cesellata, minerale, tattile”.
Ci si chiede, con la stessa ammirazione con cui ci si interroga sul talento di un fuoriclasse come Maradona, su come Amis riesca a raggiungere tale equilibrio.
La risposta, forse, risiede proprio in quella naturalezza disarmante, in quella capacità di far esistere la scrittura “quasi fosse increata”.
La definizione che Amis offre del titolo “I mostri di Einstein si riferisce alle armi nucleari, ma anche a noi stessi.
Siamo mostri di Einstein, non del tutto umani, almeno per il momento” apre uno squarcio inquietante sulla condizione umana nell’era atomica.
Siamo creature plasmate da una tecnologia che ci sovrasta, sospese tra la ragione e la follia, capaci di una distruzione senza precedenti.
Il racconto “Buljak e la forza forte o Il dado di Dio”, con il suo dichiarato omaggio a Saul Bellow, emerge come un esempio emblematico. Esso rappresenta la profondità dello sguardo di Amis.
La figura del polacco erculeo, segnato dalla violenza della storia, incarna una forza primordiale che paradossalmente sceglie la non-vendetta.
La sua motivazione “il mondo fa già schifo abbastanza e se lo vogliamo migliorare qualcuno dovrà fare il primo passo” risuona come un’inattesa lezione di umanità. Questo avviene in un contesto di brutalità.
Amis, attraverso la descrizione di questo uomo potente e tormentato, ci ricorda la complessità dell’animo umano. Inoltre, la capacità di trascendere il risentimento e di intravedere una possibilità di redenzione anche nel cuore delle tenebre.
La sua scrittura, ricca di “fili di perle buttati lì con la noncuranza della grande scrittura”, ci offre squarci di verità profonde. Inoltre, intuizioni fulminanti sulla natura umana e sul nostro precario equilibrio nel mondo.
La riflessione finale di Amis sulla felicità come “una condizione un po’ clownesca” ci invita a considerare la complessità dell’esistenza. Essa rifiuta facili consolazioni e abbraccia la consapevolezza delle ombre che la attraversano.
“I mostri di Einstein” non è solo una raccolta di racconti, ma un’esplorazione acuta e stilisticamente impeccabile delle ansie e delle contraddizioni del nostro tempo,
Questa è filtrata attraverso lo sguardo unico e inconfondibile di Martin Amis. Egli è un autore che, come giustamente suggerisce l’articolo, va letto “tutto, dalla prima all’ultima riga e poi da capo”.














