Non voltarsi dall’altra parte

Un flusso incessante di immagini scorre sui nostri schermi. Tra selfie patinati, video divertenti e breaking news, a volte si insinua un’immagine diversa, cruda e dolorosa: il volto emaciato di un bambino affamato.

Una foto del genere, proveniente da Gaza, avrebbe scosso le coscienze, innescato un moto di empatia e solidarietà. Oggi, rischia di essere inghiottita dal rumore digitale, scrollata via con un gesto distratto, un “swipe” indifferente.


Ci siamo davvero anestetizzati a tal punto da non riconoscere più il grido silenzioso dietro quegli occhi spenti, soprattutto quelli provenienti da Gaza? Abbiamo perso la capacità di distinguere la finzione dall’agonia reale?

Dietro quelle sequenze di fragili corpi denutriti non ci sono attori, non c’è sceneggiatura. Ci sono crampi allo stomaco che attanagliano, dolore sordo che non dà tregua, la disperazione di una madre impotente, la paura del buio e dei pericoli incombenti, la fragilità di un corpo esposto alle malattie.


E se fosse nostro figlio?
Immaginiamo per un istante quegli occhi scavati che ci fissano, non da uno schermo, ma dal letto di fortuna in una terra martoriata come Gaza.

Sentire il respiro flebile, la manina scheletrica cercare aiuto. Ascoltare il silenzio assordante rotto solo dai suoi lamenti deboli. Riconoscere in quel piccolo volto carne. Cambierebbe la velocità dello scroll?

L’indifferenza lascerebbe il posto a un’angoscia profonda, a un desiderio irrefrenabile di proteggere, di nutrire, di salvare gli innocenti da Gaza.


La verità è che quel bambino affamato è figlio di ciascuno di noi. È un essere umano con gli stessi bisogni, gli stessi diritti, gli stessi sogni dei nostri figli. La distanza geografica, la barriera dello schermo, non dovrebbero renderci ciechi alla sua sofferenza.

Non dovrebbero trasformare la sua tragedia in un “contenuto” usa e getta.
Cosa possiamo fare, allora, in questo tempo in cui l’orrore rischia di diventare banale?


Innanzitutto, resistiamo all’anestesia dell’indifferenza. Fermiamoci di fronte a quelle immagini. Non distogliamo lo sguardo. Cerchiamo di connetterci emotivamente con la realtà che rappresentano. Ricordiamoci che dietro ogni numero, ogni statistica, c’è una storia umana, un volto, un nome da Gaza.


Infine, agiamo. Anche un piccolo gesto può fare la differenza. Sosteniamo le organizzazioni umanitarie che lavorano sul campo, diffondiamo consapevolezza, facciamo sentire la nostra voce per chiedere ai governi e alle istituzioni internazionali interventi concreti e duraturi.


Non possiamo rimanere inerti mentre la vita di un bambino viene scrollata via come un’inutile notifica. Recuperiamo la nostra umanità, la nostra capacità di empatia.

Ricordiamoci che quel bambino affamato è parte della nostra stessa famiglia umana, proprio come i bambini di Gaza. E se fosse nostro figlio, non vorremmo forse che il mondo intero si fermasse a guardarlo, con il cuore spezzato e la ferma volontà di agire?