Gli occhi spenti di Gaza: l’infanzia strappata dalla guerra


Il rumore è “forte, un boato che fa tremare la terra sotto i piedi, la casa che sembra implodere su se stessi. Jana, bimba a Gaza, con le sue piccole mani portate alle orecchie, descrive l’orrore con la semplicità disarmante dei suoi cinque anni.

In quel frastuono assordante, la paura si fa carne viva e l’unico rifugio è l’abbraccio materno, un cordone protettivo stretto attorno ai fratelli, un disperato argine contro la morte incombente. Jana è un’esperta di guerra, suo malgrado.


Poi c’è il grido straziante di Mohammed, un’invocazione a un Dio che forse non ascolta, accanto al corpo inanimato di sua madre.

Le lacrime si mescolano alla polvere che erutta dalle macerie della sua casa, un sudario di calce per un affetto perduto per sempre.

Ghana, con la tenacia dei suoi sogni infantili, immagina di ricostruire Gaza, quella Gaza dove “era bellissimo” giocare, prima che un bombardamento le strappasse via la sorella gemella e un fratello.

Khalid, a soli nove anni, si ripete come un mantra: “Sono molto forte”. Deve crederci, perché è l’unico superstite della sua famiglia, un’isola di solitudine in un mare di distruzione.


Il volto di Rashaf, undici anni, è stranamente gonfio, il piccolo corpo martoriato dalla malnutrizione, le ossa fragili che si contano sotto la pelle. “Voglio tornare a pettinare i miei capelli lunghi”, sussurra con un filo di voce, accarezzando i pochi ciuffi rimasti.

Ogni sfioramento è un tormento, il dolore fisico eco di un’esistenza deprivata di tutto. Suo padre mostra una foto di Rashaf prima della guerra: una bambina radiosa, un’immagine che stride dolorosamente con la realtà attuale.

“Deve mangiare pollo, carne, uova, ma non c’è nulla”, racconta con la voce spezzata.


Sono i bambini di Gaza, piccole vittime innocenti di una violenza cieca. I loro corpi esanimi allineati nei corridoi di un ospedale sono un pugno nello stomaco.

Occhi castani spalancati nel vuoto, senza più un volto amico da cercare. Salme leggere avvolte in lenzuoli bianchi, sorrette da padri annientati dal dolore.

Cadaveri ammassati su camion improvvisati, volti coperti di polvere e disperazione. Neonati tra le braccia di madri orfane di altri figli, un ciclo di lutto che si perpetua senza fine.


Le cifre, pur nella loro tragicità, non riescono a restituire l’abisso di questa sofferenza. Solo nelle ultime 24 ore, secondo il ministero della Salute palestinese, 153 persone sono state uccise dai raid israeliani.

Un bollettino di guerra che, da marzo, da quando la tregua è stata infranta, ha già contato 950 minori uccisi (quasi 20 mila dall’inizio del conflitto).

Numeri che urlano un’infanzia rubata, sogni infranti sotto il peso delle bombe, un futuro negato con la ferocia di un’esplosione.

Gli occhi spenti di questi bambini sono un monito silenzioso, un’accusa al mondo intero per un’indifferenza che grida vendetta.