“Filosofia a colori”, uno strumento altamente artistico per apprendere il pensiero occidentale. Intervista a Dulco Mazzoleni

Dulco Mazzoleni, docente di filosofia e figlio d’arte, ci permette di intraprendere un creativo ed inedito viaggio nel mondo del pensiero occidentale. Parte dalla filosofia antica a quella contemporanea con “Filosofia a colori” pubblicato per Bookebook.

Questo libro non è un manuale di filosofia ma una vera e propria opera artistica caratterizzata da mappe grafiche nelle quali sono espresse le varie correnti filosofiche. Ad accompagnarci in questo viaggio speciale c’è il “verme dissacrante”. Questo personaggio molto originale è un grande dissidente che è sempre lì pronto a mettere in discussione ogni corrente di pensiero trattata. Stimola lo spirito critico del lettore, sollevando tanti dubbi e accrescendo gli spunti di riflessione.

“Filosofia a colori” crea un modo nuovo di apprendere la filosofia, una materia che rischia di essere trascurata e poco valorizzata nel mondo della scuola di oggi. Dulco Mazzoleni, con quest’opera altamente creativa, si dimostra molto abile. In particolare, eccelle nell’arte del disegno e nel proporre contenuti interessanti.

In quest’opera degna di nota, spirito e creatività si fondono per dar vita ad un eccellente strumento didattico. Non solo perché sarà molto amata da tutti gli estimatori della filosofia. Di questo libro, discutiamo del ruolo della filosofia al giorno d’oggi e di come viene accolta dalle nuove generazioni, in questa intervista con l’autore.

Come nasce l’idea di questo progetto creativo che fonde la creatività grafica con il mondo della filosofia?

Non è nata, è stata una sorta di epifania. Mi spiego: sono insegnante di Filosofia in un Liceo. Ho sentito l’urgenza di dotarmi di uno strumento sintetico per potermi orientare agilmente attraverso quasi tremila anni di storia del pensiero occidentale. Ho puntato ad avere una mappa che mi garantisse di percorrere a salti la linea del tempo per poter fare un po’ di teoretica (produzione di pensiero). Ho recuperato i miei appunti, le mie dispense, le sintesi già fatte, ho riaperto i manuali dell’Università e, rendendomi conto che non mi soddisfacevano a sufficienza a causa della loro prolissità, ho provato a darmi un limite: per ciascun filosofo, o sistema filosofico, una sola pagina.

Se avessi a disposizione tre aggettivi come definiresti Filosofia a colori?

Originale, stimolante, propedeutico.

In Filosofia a colori troviamo il “verme dissacrante” un personaggio che accompagna ogni mappa concettuale e che si permette di dire la propria su determinate argomentazioni. Come potremmo definirlo?

Si tratta di un personaggio inventato, che svolge la funzione di coscienza provocatrice e disillusoria, incarnando l’obiettivo della filosofia: la critica e l’esercizio del dubbio. Forse è il più filosofo tra i filosofi. È un essere terrestre, cioè svolge la funzione di “messa a terra” della tensione all’astrazione e alla trascendenza, tipiche della ragione. Credo fermamente che la Filosofia sia un pratica-teorica e contemporaneamente una teoria che ha senso se riportata alla pratica. Fino a prova contraria, infatti, noi pensiamo per agire e agiamo pensando. Mi premeva rendere in forma ironica (metodo socratico) la consapevolezza che fare filosofia sia un modo di stare al mondo e non di sospendersi in una cesta a mezz’aria, citando Aristofane.

Dalla filosofia antica a quella moderna, Filosofia a colori consente di intraprendere un vero e proprio viaggio tra diverse correnti di pensiero. C’è un filosofo o una corrente di pensiero alla quale lei è particolarmente legato e perché?

Mi capita spesso di abbracciare la “visione di uomo e di mondo” dei filosofi che si susseguono nell’arco del tempo. Tuttavia, a ogni successivo sistema mi accorgo di abbandonare la visione precedente per quella successiva. In una sorta di progressiva “attitudine partigiana”: prendo la parte di chi studio. Alla resa dei conti ho capito che tutto ciò che è stato pensato da questi maestri sia interessante e intellettualmente stimolante. Quindi compete a ciascuno di noi determinare la propria visione di uomo e di mondo. In definitiva non ho un filosofo prediletto, ma un insieme di visioni illuminanti che continuo a revisionare per trarne la mia. Resto però fermo sull’opinione che io, tra la famiglia dei dogmatici e quella dei critici, prediliga la seconda.

Lei è un insegnante di filosofia. Cosa significa insegnare oggi questa materia?

La parola “insegnare” etimologicamente significa imprimere dei segni nella mente. Non è un termine che mi piace, mi dà l’idea di cicatrice. Preferisco pensare che la filosofia sia una pratica necessaria per imparare a stare al mondo, per farsi le domande necessarie per scegliere che postura si vuole avere nella propria esistenza e in relazione agli accadimenti che si frappongono alle nostre aspirazioni.

Credo fermamente che la filosofia aiuti ad essere liberi, a pensare con la propria testa, ad autodeterminarsi, a decidere quale via percorrere. Questo mi interessa: che gli studenti si appassionino ed escano dall’ossessione della quantificazione della loro resa scolastica. In questo modo possono concentrarsi sulla qualità di ciò che apprendono. Viviamo in balia della quantificazione numerica, perciò io, come narratore di visioni di mondo, cerco proporzionalmente di aiutare gli studenti. Li invito a rilevare la qualità di ciò che decideranno di essere mettendosi a confronto con i più significativi filosofi della storia.

Può sembrare retorico e presuntuoso, ma un pensiero divergente aiuta a esercitarsi a non subire passivamente la visione comune e standardizzata delle cose del mondo.

Che ruolo ha la filosofia nella società odierna secondo lei?

Nell’epoca della tecnica, della produzione, della capitalizzazione, dell’apparenza, della competitività, la filosofia tira ceffoni utili. Aiuta a rifocalizzarsi su di sé e a riscoprire cosa significhi essere umani. Serve a dubitare dei dogmi, risvegliare la curiosità, ampliare il panorama. Inoltre, permette di frequentare la contraddizione e abitare l’“errare”, che è sia errore sia erranza. Come si dice, “sbagliando si impara”, ma anche si procede. Ovviamente, se e solo se si è consapevoli di ciò che si sta facendo.

Come e in che misura si possono avvicinare le nuove generazioni a sviluppare il pensiero critico e ad avvicinarsi al mondo filosofico?

Le nuove generazioni sono sempre difficili da comprendere per le vecchie. Sia io che i miei colleghi, spesso ci intratteniamo con commenti sagaci e perentori sulle manchevolezze degli studenti, ergendoci a giudici senza macchia verso coloro che sono in via di formazione. Forse siamo noi incapaci di metterci in gioco e in ascolto del nuovo che avanza. Resta il fatto che i tempi sono duri per i giovani. C’è tanto anestetico sociale che pervade la società: siamo intorpiditi dalla pseudosocialità digitalizzata, dall’intrattenimento disimpegnato.

Siamo frammentati, siamo sotto controllo, siamo disorientati, ci percepiamo impotenti, indipendentemente dall’età e ostentiamo apparenza per sentirci alla pari. I ragazzi oggi sono più fragili, più chiusi, più spaventati, anche più omologati tra loro. C’è un bisogno feroce di assomigliare a qualcosa perché poche sono le occasioni per scoprire se stessi. La filosofia strattona, la filosofia non è consolatoria, la filosofia non infonde eteree speranze, non dà certezze, ma dota di metodo e strumenti.

La filosofia è fatica, è misurarsi con la difficoltà, e se la si attraversa aiuta, aiuta, come soprascritto, a conoscere se stessi e il mondo, o per lo meno a rappresentarsi e a rappresentare il mondo in modo autentico al di là dei comodi stereotipi. Dalla mia, con questo libro ho cercato di rendere pop qualcosa che non si è mai presentato come popolare, ma perché la filosofia non deve essere pratica elitaria ma attitudine accessibile a tutti. Questo libro ha un che di semplicistico che può appassionare sufficientemente per poi approfondire con saggi ben più articolati e profondi. Funziona insomma come un mazzo di chiavi che permetta di aprire portoni oltre i quali si distendono sconfinati panorami di ricerca.

L’uso di mezzi creativi e artistici è importante nella didattica secondo lei? A quali risultati può portare?

Non si può più insegnare in stile ottocentesco. Gli studenti non sono contenitori da riempire, ma esseri umani da incuriosire. La curiosità è uno dei motori della conoscenza. Schopenhauer auspicava che la filosofia potesse assomigliare all’arte e non aveva torto. Nella filosofia c’è uno slancio creativo fondamentale e fruirla con linguaggi altri oltre a quello della parola aiuta a comprendere più efficacemente. Inoltre, questo è utile anche in relazione ai nuovi disturbi dell’apprendimento che vengono diagnosticati nelle nuove generazioni. Quello che sto sperimentando io è che forme e colori aiutano a memorizzare questioni complesse nella nostra materia grigia. Ricordo la noia delle lezioni che io seguivo al Liceo e i manuali scritti fitti fitti, necessari per andare a fondo nelle questioni trattate, ma per nulla stimolanti per i neofiti.

A chi consiglia Filosofia a colori?

A tutti coloro che ritengono che non ci si possa accontentare delle prime informazioni che internet o l’AI ci possa fornire in merito alle domande più impellenti dell’umanità e a coloro che vogliono approcciarsi a questa pratica senza la paura di venirne rimbalzati.