Il Partito Democratico ha sferrato un duro attacco alla Presidente del Consiglio. L’ha accusata di minare la partecipazione democratica e di incentivare l’astensionismo.
Le critiche si sono concentrate sulla percezione di una retorica governativa che, secondo il PD, non promuoverebbe adeguatamente il voto e l’impegno civico.
Tuttavia, queste accuse risuonano con una certa ironia politica. Questo accade se si osserva con attenzione la storia recente dello stesso Partito Democratico.
Non sono pochi infatti a ricordare campagne e prese di posizione che, in passato, hanno suscitato perplessità. Ciò accadeva proprio per il loro presunto intento di disincentivare la partecipazione a determinate consultazioni referendarie.
Il caso più emblematico è senza dubbio quello del referendum del 2016 sulle trivellazioni in mare.
In quell’occasione, il PD, all’epoca al governo, non solo si schierò per l’astensione. Ma, numerosi esponenti del partito, compreso l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi, invitarono esplicitamente gli italiani a non recarsi alle urne. Lo fecero per non raggiungere il quorum, rendendo di fatto inutile la consultazione.
L’obiettivo era chiaro: evitare che il referendum raggiungesse la soglia di validità. Così, di conseguenza, si evitava che si abrogasse la norma che consentiva la prosecuzione delle attività estrattive.
E ancora più indietro nel tempo, riemerge la figura dell’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Sebbene il suo ruolo istituzionale fosse di garanzia, alcune sue dichiarazioni, in diversi contesti referendari, furono interpretate da più parti come un implicito invito a non votare. Oppure, a non lasciarsi influenzare da posizioni percepite come strumentali.
Le sue parole, pronunciate con l’autorevolezza della carica, potevano avere un peso significativo sull’orientamento dell’elettorato.
Questi precedenti gettano un’ombra di ambiguità sulle recenti accuse del PD. Se da un lato è legittimo e doveroso per un partito di opposizione criticare l’operato del governo e difendere i principi della partecipazione democratica. Dall’altro lato non si può ignorare un passato in cui lo stesso PD ha adottato strategie. Strategie che, a loro volta, puntavano a manipolare o disincentivare il ricorso alle urne per ragioni politiche. È una questione anche di coerenza storica. Oggettivamente.
Le accuse odierne del PD alla Premier sulla scarsa promozione del voto rischiano di apparire come un’amnesia selettiva. Si dimenticano le proprie strategie passate che hanno avuto un impatto tangibile sulla partecipazione democratica degli italiani.
La lezione, forse, è che la promozione del voto e la difesa della democrazia dovrebbero essere principi irrinunciabili per tutte le forze politiche. A prescindere dal proprio posizionamento nel governo o all’opposizione.














