Con Trump il linguaggio politico cambia approccio

Un radicale cambiamento nell’approccio e nel linguaggio politico, con ripercussioni profonde sul mondo della diplomazia, si è avuto negli ultimi tempi, introdotto da Trump.



L’era Trump ha disarticolato le convenzioni consolidate. Introducendo un linguaggio spesso diretto e provocatorio, ha trasformato il palcoscenico globale. La mancanza di linguaggio istituzionale ha creato un’arena di “risse” tra figure potenti e ricche. Queste risse, siano esse simulate o reali, mettono in discussione gli assetti internazionali. Spesso ci si interroga su come il linguaggio abbia modellato le dinamiche politiche.


Il tramonto del linguaggio istituzionale
Il tratto distintivo dell’approccio trumpiano è stato il rifiuto quasi sistematico del linguaggio diplomatico e istituzionale.

Frasi complesse, sfumature, prudenze lessicali e i “non detti” delle relazioni internazionali sono stati spesso sostituiti da tweet e dichiarazioni impulsive. Inoltre, insulti diretti e minacce a malapena velate hanno caratterizzato questo stile. Questo attinge alla comunicazione da reality show o da comizio, piuttosto che a quella da salotto diplomatico. Gli osservatori e le cancellerie di tutto il mondo sono stati disorientati e spesso sorpresi per il linguaggio diretto e a volte brutale.


La “volgarità” della politica, come definita da alcuni analisti, è diventata la norma.

L’insulto, la semplificazione estrema e il rifiuto del compromesso sono stati elementi strutturali di un codice comunicativo. Questo ha cercato di parlare direttamente a una “base” di elettori disillusi. Trump ha promesso azioni immediate e ritorsioni contro i “nemici” come politici interni, nazioni ostili e organizzazioni internazionali.


L’obiettivo non era tanto la costruzione di consensi attraverso il dialogo ma la polarizzazione. Inoltre, la compattazione del proprio elettorato è avvenuta attraverso la demonizzazione dell’altro. La diplomazia è diventata come una “rissa” tra amici (ed ex-amici) potenti. In questo contesto, la diplomazia ha assunto connotati inediti. L’uso del linguaggio ha spesso influenzato tali interazioni.


Le relazioni tra capi di stato, un tempo improntate a un rigido protocollo e a una certa deferenza, si sono spesso trasformate. Ora, ricordano litigi tra “amici potenti e ricchi”, le cui dispute, volute, teatrali o effettive, hanno messo in discussione equilibri consolidati.


Si pensi alle interazioni di Trump con leader di nazioni tradizionalmente alleate. Anche con figure economiche di spicco, la negoziazione è passata attraverso la pressione pubblica, minacce di dazi o sanzioni. Inoltre, una tattica ha privilegiato il confronto diretto e la ricerca del “deal” immediato, spesso a scapito di accordi multilaterali e di lungo termine.

Questo ha generato incertezza. Ha costretto gli altri attori internazionali a ridefinire le proprie strategie. Questi attori devono navigare in un ambiente dove le parole del Presidente americano possono avere un peso immediato e dirompente. Questo avviene a volte al di là di qualsiasi previsione o prassi diplomatica. La scelta del linguaggio è stata cruciale in questi contesti.


La linea sottile tra la “rissa” costruita a fini interni e la teatralità per vantaggi negoziali sta diventando sempre più labile. Anche il conflitto reale è diventato meno chiaro.

Questo ha richiesto agli altri attori globali una capacità di decifrazione e adattamento senza precedenti. Devono distinguere tra mera provocazione e effettiva intenzione politica.


L’impatto sulla stabilità globale
Le conseguenze di questo approccio sono state significative.

Da un lato, l’audacia di Trump è stata percepita come una rottura necessaria con l’immobilismo e l’eccessiva cautela della diplomazia tradizionale. Dall’altro lato, ha generato una maggiore instabilità e imprevedibilità nelle relazioni internazionali.

La fiducia nelle istituzioni multilaterali è stata messa alla prova. Il concetto stesso di “alleanza” ha subito una revisione. Oggi si basa più su interessi transitori e accordi personali che su principi condivisi e impegni a lungo termine.


In sintesi, l’era del Presidente Trump ha ridefinito il perimetro del dicibile e del fattibile in politica e diplomazia.


Il suo linguaggio non istituzionale, le sue interazioni da “rissa” tra potenti e la sua diplomazia personale hanno introdotto un nuovo paradigma. Il mondo deve confrontarsi con una realtà dove anche le parole meno adeguate al “fraseggio istituzionale” possono avere un impatto diretto e innegabile sull’assetto geopolitico globale. Il futuro potrebbe rivelare quanto il linguaggio sia stato determinante.

La sfida per il futuro sarà capire se questo sia un fenomeno transitorio o l’inizio di una nuova era nella comunicazione politica internazionale.