La tragedia di Gemona, un delitto che scuote le fondamenta della nostra comprensione più profonda della famiglia, si svela con una confessione che è un pugno nello stomaco.
“Ho fatto una cosa mostruosa”, queste le parole di Elisabetta, la madre di Alessandro Venier, il 35enne ucciso e fatto a pezzi. Sono un grido che squarcia il silenzio e getta luce su un orrore indicibile. A perpetrare l’omicidio, infatti, non è stato un estraneo, ma la donna che lo ha messo al mondo. Era coadiuvata dalla sua compagna.
Il delitto di un figlio per mano della madre, un matricidio, è un atto che va oltre la violenza criminale.
Sconvolge, perché è un gesto innaturale. Contraddice la biologia e la morale, minando uno dei legami più sacri e primari dell’umanità. La figura materna, archetipo di protezione e amore, si trasforma in un’entità di distruzione e morte. Questo rovesciamento dei ruoli ci destabilizza. Ci costringe a confrontarci con una realtà che non riusciamo a comprendere.
Il nostro sgomento, in realtà, affonda le radici nella storia, nella letteratura e nella tragedia. Già nell’antica Grecia, questo tema era al centro di opere che esploravano il confine tra l’umano e il mostruoso, il lecito e l’empio. L’esempio più celebre è la figura di Medea. Pur non uccidendo il proprio figlio per mano diretta della madre, ha comunque un forte richiamo al tema. Sebbene con dinamiche diverse.
Le sue azioni hanno segnato un confine tra l’umano e il mostruoso. Ci portano a riflettere su cosa significhi essere umani. Le tragedie greche, con le loro trame di vendetta e follia, ci mostravano che persino gli dei potevano essere travolti da queste passioni estreme.
Oggi, di fronte alla tragedia di Gemona, siamo costretti a confrontarci con un orrore che credevamo confinato alla narrazione.
Ma la realtà ci dimostra che i confini della mente umana, le sue debolezze, i suoi abissi di dolore o follia, possono portare a gesti che superano la peggiore delle fantasie. E forse è proprio questo il vero topos che ci terrorizza. È l’incapacità di dare un senso a ciò che è senza senso. L’idea che la vita che si genera può anche essere distrutta da chi l’ha donata.