Meloni defilata: il linguaggio del corpo racconta un’altra storia.
Washington – L’incontro ai massimi livelli tra i principali leader della NATO si è trasformato in una rappresentazione plastica degli equilibri politici che attraversano oggi l’Alleanza. Durante il vertice di Washington contro la guerra, attorno a un lungo tavolo rettangolare, disposti con un ordine che più che favorire il dialogo sottolineava le gerarchie, si sono seduti Donald Trump, Volodymyr Zelensky, i rappresentanti di Francia e Germania. Inoltre, erano presenti il premier britannico, Giorgia Meloni e gli altri capi di governo.
La scelta del tavolo non è stata casuale: niente tavolo rotondo, che avrebbe simboleggiato parità e cooperazione, ma un rettangolo che ha proiettato con forza l’immagine di Trump. Quest’ultimo appariva come il baricentro della discussione. Il suo linguaggio del corpo – proteso in avanti, gestualità marcata, tono assertivo – trasmetteva l’idea di una leadership dominante. Era lui che dettava i tempi e gli argomenti del vertice di Washington vertice contro guerra.
In questo contesto spiccava il comportamento di Giorgia Meloni. Mentre gli altri leader intervenivano a più riprese, la premier italiana è rimasta in silenzio, con segnali corporei che parlavano più delle parole. Mano spesso davanti alla bocca, sguardo distaccato, postura raccolta: atteggiamenti che lasciavano intendere cautela, se non addirittura una distanza rispetto alla linea imposta da Washington. Non un dettaglio da poco, perché il linguaggio non verbale in questi consessi vale quanto un intervento ufficiale.
Se Trump ha voluto marcare la sua superiorità – e la disposizione del tavolo lo ha aiutato a farlo – la Meloni è apparsa defilata. Questo era quasi a rappresentare una posizione che non coincide del tutto con quella prevalente. Un’immagine che potrebbe riflettere le difficoltà italiane nel collocarsi tra le richieste di un’America più assertiva e la prudenza europea. Inoltre, c’è la complessità degli equilibri interni. Il vertice contro la guerra, in questo contesto, non ha aiutato.
Il vertice di Washington, più che un momento di confronto paritario, si è così trasformato in una scenografia che ha mostrato chi guida e chi, al contrario, si limita a seguire. E il linguaggio del corpo di Giorgia Meloni ha raccontato molto più di un discorso scritto.














