Vladimir Putin torna a parlare della guerra in Ucraina con toni che oscillano tra la diplomazia e la minaccia.
Da Pechino, dove ha partecipato a una parata militare accanto a Xi Jinping e ha incontrato il leader nordcoreano Kim Jong-un, il presidente russo ha dichiarato di vedere “una luce in fondo al tunnel” e ha aperto alla possibilità di un incontro con Volodymyr Zelensky, purché “sia pronto” a recarsi a Mosca.
Tuttavia, la proposta è stata subito respinta da Kiev, che l’ha definita “inaccettabile”, sottolineando la necessità di una sede neutrale per eventuali colloqui.
Putin ha affermato che, in assenza di un accordo di pace, l’esercito russo continuerà a “risolvere tutti i compiti militarmente”. Un messaggio che contraddice l’apparente disponibilità al dialogo e che si inserisce in una strategia comunicativa ambigua, dove le aperture diplomatiche sembrano più strumenti di pressione che reali tentativi di negoziazione.
Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha rincarato la dose, dichiarando che per una pace duratura è necessario riconoscere le “nuove realtà territoriali”, ovvero le regioni ucraine che Mosca rivendica come annesse, in violazione del diritto internazionale.
Il viaggio di Putin in Cina ha messo in luce il rafforzamento dei legami con regimi autoritari. L’incontro con Kim Jong-un, durato oltre due ore, ha visto il leader nordcoreano promettere supporto militare alla Russia, citando il trattato di mutua difesa tra Mosca e Pyongyang. Putin ha ringraziato Kim per l’invio di soldati nordcoreani, secondo fonti sudcoreane circa 15.000, a combattere in Ucraina.
La retorica del Cremlino continua a dipingere il governo di Kiev come “neonazista”, una narrazione priva di fondamento secondo la maggior parte degli analisti internazionali, ma utile a giustificare l’intervento militare russo.
Nel frattempo, Donald Trump ha annunciato l’intenzione di parlare con Putin “nei prossimi giorni”, ribadendo che la guerra “deve essere risolta in un modo o nell’altro”. Il presidente americano ha minimizzato le sue precedenti dichiarazioni in cui accusava Cina, Russia e Corea del Nord di “cospirare”, sottolineando il suo “sincero desiderio di trovare una soluzione”.
Giovedì, dopo il vertice di Parigi sui Volenterosi, è previsto un colloquio telefonico tra Trump, Zelensky e i leader europei, con l’obiettivo di discutere garanzie di sicurezza per Kiev. La diplomazia internazionale si muove, ma il terreno resta minato da tensioni e interessi divergenti.
La proposta di Putin di un incontro a Mosca appare più come una provocazione che un gesto di apertura. Kiev, da parte sua, continua a indicare sedi alternative per un eventuale vertice: Austria, Vaticano, Svizzera, Turchia e alcuni Paesi del Golfo si sarebbero già detti disponibili.
In questo scenario, la guerra prosegue senza sosta, mentre le dichiarazioni dei leader mondiali si intrecciano in un gioco di equilibri precari. La “luce in fondo al tunnel” evocata da Putin sembra ancora lontana, offuscata da propaganda, ambiguità e una realtà sul campo che continua a mietere vittime.



