Nell’era dei social creano rumore, creando nuovi paradigmi di comunicazione. In un’epoca dominata dagli influencer e dai content creator sui social, il settore delle PR sta cambiando inevitabilmente.
Riuscire ad affermarsi in esso richiede competenza, serietà e autorevolezza. Non basta possedere uno smartphone per influenzare i flussi narrativi di aziende e istituzioni pubbliche. Occorrono capacità e competenze mirate e strategiche. È necessario combinare ciò soprattutto alla passione per questo ambito e all’interesse autentico nei confronti delle storie che vi sono dietro un brand o un’azienda.
In questa intervista Francesca Caon, fondatrice di Caon PR, che da oltre dieci anni si dedica a progetti esclusivi in grado di valorizzare le storia di ogni azienda, brand e istituzione pubblica che merita di essere conosciuta e raccontata, grazie alla sua esperienza e alla sua formazione pregressa nell’ambito del teatro e dei media e della scrittura, ci racconta come sta evolvendo questo settore.
Qual è oggi il ruolo delle PR in un mondo dominato da influencer e content creator?
Le PR sono tornate al centro del gioco, perché in un contesto in cui tutti parlano, la differenza la fa chi sa farsi ascoltare.
Un influencer può generare visibilità, ma non sempre autorevolezza. Le PR servono proprio a questo: a dare struttura, coerenza e credibilità al messaggio.
I social creano rumore sì ma le PR creano reputazione. Perché quando un giornale, una testata autorevole o una trasmissione decide di raccontare la tua storia, quel racconto non è più solo tuo: è stato validato. È come se il sistema mediatico ti dicesse “questo contenuto merita attenzione”.
Noi in CAON PR lavoriamo su questo: sull’idea che la visibilità non si compra, ma si conquista attraverso la forza delle storie e la loro capacità di essere notiziabili.
I media amplificano, ma soprattutto convalidano. Un articolo su un quotidiano nazionale, un’intervista su un settimanale o un servizio TV diventano una forma di riconoscimento pubblico, una certificazione del valore del messaggio.
Quando è nata la sua passione per la comunicazione e cosa l’ha portata alle PR?
Nasce molto presto, dal teatro. Il palcoscenico mi ha insegnato l’ascolto, il linguaggio del corpo, la gestione del silenzio. Ogni parola detta o taciuta, produce un effetto.
Poi è arrivata la scrittura televisiva, dove ho imparato la sintesi, il ritmo, la capacità di costruire una narrazione che arrivi dritta al punto. E poi quella giornalistica, fondata sulla notizia e sul valore del fact checking.
La transizione alle PR è stata naturale: ho solo spostato il pubblico, dalla platea ai media. Ma il principio è rimasto identico: comunicare è creare emozione e fiducia.
Le relazioni pubbliche sono per me la forma più sofisticata di comunicazione: un’arte che unisce psicologia, linguaggio, strategia e sensibilità sociale.
Come e quando è nata CAON PR?
CAON PR nasce a Milano oltre dieci anni fa, da un’intuizione semplice ma radicale: il futuro delle PR non è nella quantità, ma nella qualità delle relazioni.
Ho fondato l’agenzia per restituire metodo, etica e profondità a un settore che troppo spesso si era ridotto a una rincorsa di visibilità senza valore.
Fin dall’inizio ho rifiutato l’idea di comprare spazi. Non credo nelle scorciatoie. Credo nella costruzione di una reputazione reale, che si basi su contenuti solidi e rilevanti.
È da questa filosofia che è nato il mio metodo, che si fonda su un principio chiaro: non basta farsi vedere, bisogna farsi scegliere.
Oggi lavoriamo con brand italiani e internazionali in settori come corporate, fintech, lusso e lifestyle, design, automotive ma la nostra missione è sempre la stessa: aiutare le aziende a diventare fonti autorevoli per i media, non semplici comparse nel flusso delle notizie.
Cosa distingue il vostro approccio rispetto alle agenzie tradizionali?
Noi partiamo sempre da una domanda: perché i media dovrebbero parlare di te?
Non esiste comunicato stampa efficace senza un’idea forte dietro. Lavoriamo per individuare ciò che è davvero notiziabile, ovvero ciò che può generare interesse giornalistico.
Un brand, da solo, racconta sé stesso. I media, invece, raccontano ciò che ha impatto, ciò che aggiunge valore al dibattito.
Per questo analizziamo ogni cliente come se fosse una testata: studiamo i temi, i trend, i punti di attrito e li trasformiamo in notizia.
Quando una storia entra nei media in modo organico, si moltiplica: cambia di scala, diventa patrimonio collettivo, costruisce autorevolezza.
Inoltre la differenza sta nel mio background particolare: il mio percorso nel mondo dello spettacolo, tra teatro, televisione e scrittura, mi ha permesso di creare negli anni relazioni solide con autori, redazioni e produttori televisivi e radiofonici.
È un vantaggio enorme, perché ci consente di portare i nostri clienti dentro i programmi televisivi e radiofonici come esperti e voci autorevoli, non come semplici ospiti di passaggio.
Si tratta di un risultato tutt’altro che scontato: la maggior parte delle agenzie non ha accesso diretto a quel mondo, o non ha la capacità di tradurre una competenza aziendale in una storia mediatica interessante.
Noi sì, perché lavoriamo sulla notiziabilità, ossia su ciò che rende davvero una storia “degna” di spazio redazionale, e perché abbiamo costruito negli anni una rete di contatti credibili che si fida del nostro lavoro.
Quando una redazione televisiva o radiofonica accetta di far parlare un nostro cliente, significa che il contenuto è stato riconosciuto come rilevante per il pubblico.
Ed è lì che la comunicazione smette di essere autopromozione e diventa reputazione: quando non sei tu a dirti bravo, ma sono i media a scegliere di raccontarti.
Qual è la parte più bella del suo lavoro?
Quando un cliente si riconosce nell’immagine che i media restituiscono di lui. È il momento in cui la comunicazione diventa identità pubblica.
Ma amo anche la parte invisibile: la strategia, la preparazione, la gestione delle crisi. Le PR sono un lavoro di fino, un equilibrio costante tra l’emotivo e il razionale.
Ogni intervista, ogni articolo, ogni rassegna stampa racconta un pezzo del lavoro che c’è dietro: studio, osservazione, intuizione e tanto ascolto.
Quali sono le competenze più importanti per chi lavora nelle PR?
La curiosità, prima di tutto. Chi fa PR deve avere fame di capire il mondo.
Poi servono empatia, scrittura e lucidità.
L’empatia ti fa cogliere i sottotesti delle persone; la scrittura trasforma le intuizioni in linguaggio; la lucidità ti permette di scegliere cosa dire, come e quando.
Ma la competenza più importante di tutte è l’etica. Senza etica, la comunicazione diventa manipolazione.
Serve rispetto per le informazioni e per le persone. Serve discrezione, che è una forma di eleganza professionale.
Quanto conta la formazione continua nel suo lavoro?
Conta moltissimo. La comunicazione è un organismo vivo, che cambia ogni giorno.
Studio continuamente: dalle analisi sull’impatto dell’intelligenza artificiale al ruolo della reputazione digitale, dai nuovi linguaggi dei media al comportamento dei pubblici.
Oggi un professionista deve saper leggere tanto un algoritmo quanto una prima pagina.
Ma la tecnologia non sostituirà mai l’intuito umano. Le PR vivono di sfumature, e le sfumature non si leggono con i dati: si percepiscono.
Un consiglio per chi vuole entrare in questo settore.
Non cercate di apparire, cercate di capire.
Le PR non sono un mestiere da palcoscenico, ma da osservatorio.
Leggete, ascoltate, studiate. Imparate a riconoscere i segnali deboli, a distinguere il rumore dal messaggio.
La reputazione non si costruisce con i like, ma con la coerenza nel tempo. E ricordate: i media non raccontano chi parla di sé, ma chi ha qualcosa da dire.
Perché scegliere CAON PR?
Perché non vendiamo comunicazione, ma notiziabilità.
Non promettiamo copertura: la otteniamo.
Analizziamo, selezioniamo e costruiamo narrazioni capaci di entrare nei media in modo autentico.
Ogni progetto nasce da un lavoro di ricerca e posizionamento, e si sviluppa solo se esistono le condizioni per generare vero impatto reputazionale.
Chi lavora con noi non compra spazio: investe nella costruzione di un’identità pubblica credibile e duratura.
Su cosa sta lavorando in questo momento?
Sto ultimando il mio nuovo libro, che racconta come si attraversano e si gestiscono le crisi dal punto di vista della comunicazione e dell’essere umano.
È un progetto a cui tengo molto, perché unisce la mia esperienza professionale alle mie riflessioni personali.
Infine, mi dedico molto al volontariato. È il mio modo per restare connessa al mondo reale: quello dove la comunicazione non è più strategia, ma contatto umano.