Durante un vertice internazionale, dove i destini del mondo vengono discussi e i leader si confrontano sulla scena globale, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha trovato il modo di riportare una discussione politica al livello di un commento sull’aspetto fisico.
Questo episodio mette in evidenza ancora una volta il problema del sessismo nel discorso pubblico.
Rivolgendosi alla Presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, l’ha presentata in modo emblematico: “È una bellissima giovane donna. Non ti offendi se ti dico che sei bella, vero?”.
Quella frase, pronunciata davanti alle telecamere e a decine di capi di Stato, cristallizza una dinamica tossica e persistente. Si osserva l’incapacità, o la reticenza, di alcuni uomini potenti nel riconoscere una donna in una posizione di vertice per la sua autorità e il suo ruolo politico. Preferiscono definirla per la sua esteriorità.
La domanda retorica che ne scaturisce è ineludibile: Trump avrebbe mai riservato un commento del genere a un omologo maschile?
Avrebbe detto a Sánchez, a Macron, o a un qualsiasi altro capo di governo maschio: “Sei un bell’uomo, giovane e carino”?
Avrebbe anteposto la descrizione fisica alla carica istituzionale?
La risposta, ovviamente, è no. E questo è il cuore del problema: per una certa mentalità, le donne, anche quando raggiungono il vertice del potere, non vengono mai percepite come totalmente pari agli uomini.
Sono “giovani”, “belle”, “gentili” – attributi che le relegano a un ruolo di comprimarie – ma raramente sono viste come semplicemente autorevoli, potenti o alla pari.
L’episodio di Sharm el-Sheikh non è un caso isolato, ma si inserisce in un modello comportamentale ampiamente documentato di Donald Trump. È spesso caratterizzato da dichiarazioni volgari e sessiste rivolte a diverse donne, sia in politica che nel mondo dello spettacolo e degli affari.
Gli archivi sono pieni di registrazioni (come il famoso video del 2005, emerso durante la campagna elettorale del 2016, in cui si vanta di poter “afferrare” le donne grazie alla sua fama) che mostrano come il suo approccio sia radicato nell’oggettivazione e nella deumanizzazione delle figure femminili.
Il suo linguaggio, spesso definito “da spogliatoio”, ha ripetutamente ridotto la dignità delle donne. Questo è stato sottolineato, tra gli altri, anche dall’ex First Lady Michelle Obama in un discorso emotivo che criticava il sessismo ostentato.
Queste azioni e parole non sono solo semplici gaffe o complimenti fuori luogo. Infatti, rappresentano un chiaro esempio di sessismo sistemico, in cui il potere e il ruolo di una donna vengono costantemente sminuiti. Sono condizionati dalla sua desiderabilità percepita.
L’aspetto più paradossale e amaro è il contesto: la leader donna, nel momento in cui dovrebbe godere del massimo riconoscimento, si trova costretta a sorridere e ad accettare un commento che oggettivamente ne riduce l’autorevolezza. È la dimostrazione che, anche al vertice, una donna rimane intrappolata in un sistema che continua a giudicarla più per come appare che per ciò che fa.
La lotta per la parità non si ferma all’ottenimento della carica, ma continua nella necessità quotidiana di difendere il proprio ruolo da commenti e dinamiche. Anche involontariamente, ricordano che, per alcuni, una donna leader è sempre a un gradino inferiore. Viene definita da standard diversi e più superficiali rispetto a un uomo.