Il “Perfetto Tempismo” della Maggioranza e il finto duello sull’altare del Referendum

In senato scontro tra la meloni e la Schlein.



La politica, si sa, è anche una questione di tempi.

E a giudicare dall’avvio della campagna referendaria sulla separazione delle carriere in magistratura, il tempismo della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sembra essere, per i suoi fini, impeccabile.

L’approvazione definitiva del DDL costituzionale da parte del Senato, avvenuta lo scorso 30 ottobre 2025, ha dato il via al percorso referendario confermativo e, con esso, a uno scontro politico che, a ben vedere, pare studiato a tavolino.

La tesi è suggestiva: il fragore dello scontro sulla giustizia e sul futuro assetto della magistratura rischia di agire da perfetta cortina fumogena per distogliere l’attenzione dalle questioni economiche più spinose, in primis i contenuti della manovra di bilancio. In un periodo in cui la Legge di Bilancio, con le sue inevitabili strette e le risposte percepite come insufficienti alle reali esigenze sociali ed economiche (come emerge dalle critiche sindacali e di parte delle opposizioni), è al centro del dibattito, spostare il focus su una riforma costituzionale polarizzante è una mossa politicamente astuta.

Meloni, infatti, ha celebrato il via libera del Senato come un “traguardo storico” e un “impegno concreto mantenuto a favore degli italiani”, ma al contempo ha saggiamente invitato a “non politicizzare l’argomento”, rimettendo la “parola ai cittadini”.

Qui si annida il paradosso sottolineato: se la riforma è davvero “attesa da decenni dagli italiani” ed è un “traguardo storico” del suo governo, perché non intestarsela completamente con enfasi trionfale?

L’invito a non politicizzare il voto referendario, in realtà, nasconde l’impellente necessità di de-personalizzare l’esito. Un’eventuale sconfitta referendaria su una riforma così centrale non potrebbe ricadere, senza pesanti conseguenze, unicamente sulle spalle della premier. Rendendola una “riforma per la giustizia” e non una “riforma Meloni,” si mitiga il rischio di un esito negativo.

In questo scenario, la reazione dell’opposizione, e in particolare della segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, appare come l’anello mancante che tiene in piedi l’intera impalcatura del “finto duello”.

Schlein, pur attaccando duramente la riforma come un tentativo di dare al governo “mani libere” e di porsi “al di sopra della Costituzione”, ha lanciato un chiaro segnale di non belligeranza sul piano politico-istituzionale. Annunciando che né lei né la premier dovranno dimettersi in caso di sconfitta referendaria (per la Meloni) o di approvazione della riforma (per la Schlein), la segretaria del PD disinnesca il potenziale effetto domino del voto.

Questa presa di posizione risolve diverse criticità:

Per Meloni e la Maggioranza: Sgancia il referendum da un voto di fiducia sul Governo, riducendo la posta in gioco e trasformandolo in una meno rischiosa consultazione sulla giustizia e non sul premier.

Per Schlein e il PD: Gestisce le inevitabili divisioni interne. Il PD, erede di sensibilità diverse, include una componente “garantista” e persino ex berlusconiana che è storicamente più aperta all’idea della separazione delle carriere.

Non legando l’esito alle dimissioni del governo o della segretaria, Schlein può mantenere l’unità del partito nella campagna per il “No” (giudicata come difesa dell’indipendenza della magistratura), senza spaccare l’area su un tema divisivo come il “tutto o niente” sulle dimissioni.

La politica italiana sembra ancora una volta orchestrata da una coreografia che mette in scena un’aspra contesa sulla Giustizia, servendosi della Riforma e del Referendum come potente diversivo. Un duello in cui le convergenze tattiche – il desiderio di Meloni di non rischiare una crisi di governo e l’esigenza di Schlein di tenere unito il suo partito – sono forse più forti e importanti della divergenza sul merito della separazione delle carriere.