Intervista al travel blogger Filippo Quitadamo
Ognuno di noi ha dei sogni che sono in grado di colorare l’esistenza di sfumature vivaci che consentono di affrontare l’esistenza con una marcia in più.
Ma non tutti hanno il coraggio di perseguirli a pieno, chi per pigrizia, chi perché troppo imprigionato nella propria “comfort zone”, chi per non deludere le aspettative degli altri. La vita è una sola e i sogni ci aiutano inevitabilmente a diventare persone migliori, coerenti con i propri desideri più veri. Ci connettono con il proprio Sé, quello dal quale non si può fuggire.
Questo è uno dei tanti insegnamenti che ho appreso leggendo con tanto coinvolgimento ed interesse “Dove portano i sogni” del giovane travel blogger Filippo Quitadamo, edito da Sperling & Kupfer. In questo libro ricco di aneddoti, esperienze di vita e consigli, il travel blogger Quitadamo ha raccontato la storia del suo progetto di diventare un travel blogger in giro per il mondo per vivere un’esistenza all’altezza dei suoi sogni.
Una scrittura autentica quella di Quitadamo che non nasconde i momenti difficili della sua esperienza e che proprio per questo è apprezzata dal lettore in quanto veritiera e ricca di spunti di riflessione. Leggendo questo libro ci si troverà a sognare ad occhi aperti i posti visitati dal travel blogger negli ultimi cinque anni e a fare il tifo per lui nei momenti più delicati della propria esistenza.
L’esperienza di Quitadamo descritta in Dove portano i sogni trasmette positività, grinta e speranza. Invoglia il lettore e perseguire i propri sogni con determinazione e perseveranza per vivere vite di qualità e in coerenza con ciò che sono i propri ideali e desideri. Una lettura davvero ispiratoria e degna di nota.
In questa intervista esclusiva il noto travel blogger ci racconta di questo libro e ci fornisce tanti imput creativi sul ruolo del viaggio nelle proprie esistenze.
Partiamo dall’origine, com’è nata l’idea di mettere nero su bianco la tua esperienza da viaggiatore e travel blogger?
È nata da un’esigenza molto semplice: condividere il mio percorso in modo sincero. In questi anni di viaggio ho capito che spesso abbiamo gli stessi dubbi, le stesse paure, le stesse domande sulla vita… ma pensiamo di essere gli unici a provarle. Raccontare il mio cammino significava dare voce a tutto questo, con la speranza di far sentire meno soli quelli che, come me, si trovano a un bivio e non sanno se fidarsi dei propri sogni.
Quando sono tornato dal mio terzo anno di viaggio, dopo nove mesi nel Sud-Est asiatico, ho sentito che era arrivato il momento. Quel viaggio mi aveva cambiato ancora una volta e mi aveva fatto capire che il mio percorso meritava di essere raccontato dall’inizio: le scelte, le paure, le rivoluzioni interiori. Così è nato il libro. Dal desiderio di ispirare, ma soprattutto dall’urgenza di condividere una storia vera, con tutte le sue fragilità e le sue conquiste.
Il tuo libro è una vera e propria celebrazione dei sogni che ti cambiano la vita e che aiutano a diventare ciò che siamo davvero. Quanto è importante non smettere mai di sognare?
Credo che sognare non sia un vezzo, ma una necessità. I sogni sono quel punto sulla mappa che ti fa alzare lo sguardo quando tutto sembra confuso. Non servono per scappare dalla realtà, ma per darle una direzione. La mia vita è cambiata il giorno in cui ho smesso di chiedermi se un sogno fosse “realistico” e ho iniziato a chiedermi quanto fosse importante per me.
Sognare è ciò che ci permette di diventare la versione più autentica di noi stessi. È un atto di fiducia: verso il futuro, ma soprattutto verso chi siamo davvero. E quando inizi a muoverti in quella direzione, scopri che il mondo non è così ostile come pensavi, che l’impossibile è spesso solo qualcosa che non hai ancora provato a fare. Per questo dico sempre che un sogno non è una fantasia: è un promemoria. Ti ricorda chi potresti essere, se solo avessi il coraggio di ascoltarti.
Quanto è difficile imparare a vivere e quindi smettere di sopravvivere conducendo esistenze che non ci appartengono?
È estremamente difficile. E proprio questa difficoltà ci fa capire che stiamo facendo qualcosa di importante. Ogni grande cambiamento richiede sacrificio: lasciare la strada conosciuta, mettere in discussione ciò che gli altri si aspettano da noi, affrontare la paura del giudizio e dell’incertezza. Non è un percorso comodo, ma è un percorso necessario.
Nel mio libro cito uno dei cinque rimpianti più grandi delle persone negli ultimi giorni di vita: avrei voluto vivere una vita fedele ai miei principi e non quella che gli altri si aspettavano da me. Questa frase mi ha colpito profondamente e mi ha fatto riflettere su quanto sia facile sprecare il tempo che abbiamo adattandoci a un copione che non è il nostro.
La verità è che la vita è troppo preziosa per lasciarla scorrere senza viverla davvero. Imparare a vivere significa fare scelte sincere, anche quando fanno paura. Significa ascoltare la propria voce interiore, quella che spesso ignoriamo per comodità o per non scontentare nessuno, ma che conosce la direzione giusta per noi. E con il tempo ci accorgiamo che la difficoltà non è un ostacolo da evitare, ma un segnale che ci stiamo muovendo verso una vita più autentica. È il prezzo della libertà, ed è un prezzo che vale sempre la pena pagare.
Cosa rende una vita degna di essere vissuta e in grado di fare la differenza secondo te?
Per me una vita degna di essere vissuta è una vita che valga la pena di essere raccontata. Non perché sia perfetta o spettacolare, ma perché è autentica. Vorrei arrivare un giorno a raccontare ai miei figli e ai miei nipoti una storia che non parla di abitudini ripetute per inerzia, ma di scelte coraggiose, di strade nuove, di momenti in cui ho avuto paura e ho deciso comunque di provarci.
Credo che una vita faccia davvero la differenza quando ti permette di diventare la migliore versione di te stesso. E questo succede solo quando esci dalla comfort zone, quando ti metti alla prova, quando ti concedi la possibilità di cambiare. In ognuno di noi c’è un potenziale enorme, ma spesso rimane nascosto sotto le incertezze, le aspettative degli altri o la paura di fallire.
Il viaggio mi ha insegnato una cosa semplice: non siamo nati per accontentarci. Siamo nati per scoprire chi possiamo diventare davvero. Vivere una vita che senti tua, una vita che un giorno puoi guardare indietro con orgoglio, è già il modo più bello per fare la differenza.
Nel tuo libro racconti cosa significa decidere di viaggiare da soli. Quali sono le resistenze e le paure principali?
Quando si parla di viaggiare da soli, la paura più comune è quella della solitudine. Pensiamo che saremo isolati, vulnerabili, spaesati. In realtà è spesso il contrario. Durante un viaggio non si è mai davvero soli, si ha semplicemente la possibilità di esserlo. La solitudine diventa una scelta, non una condanna.
Viaggiare da soli ti permette di prenderti momenti in cui staccare dal flusso continuo della vita, ascoltarti, riflettere, crescere. Ma allo stesso tempo abbatte tantissime barriere: quando sei da solo in viaggio sei più aperto agli altri, più curioso, più propenso a parlare con sconosciuti. E scopri che anche gli altri sono nella tua stessa situazione, con le stesse emozioni e le stesse paure. Le persone si avvicinano più facilmente, sono più gentili e più disponibili.
Le vere resistenze, quindi, non nascono dal viaggio in sé, ma da ciò che immaginiamo prima di partire. La paura di non farcela, di non essere in grado di gestire gli imprevisti, di sentirci spaesati. Ma quando parti, scopri una cosa che può cambiarti per sempre: non solo sei più forte di quanto pensavi, ma il mondo è molto meno minaccioso di quanto ti avevano fatto credere.
Qual è la parte più bella di un viaggio?
Per me la parte più bella di un viaggio non è solo il viaggio in sé, ma tutto quello che lo circonda. Amo moltissimo anche la fase di preparazione: la pianificazione, lo studio dell’itinerario, il capire come muovermi, cosa vedere, quali esperienze non voglio perdermi. È come iniziare a viaggiare già da casa.
Sono convinto che ogni viaggio lo si viva tre volte: quando lo immagini e lo prepari, quando lo vivi davvero e quando lo ricordi. E tutte e tre queste fasi hanno un valore enorme. E forse è proprio questo il bello del viaggiare: non finisce mai davvero.
Nel tuo libro parli del fenomeno sempre più diffuso dei viaggiatori nomadi digitali. È qualcosa che si può concretizzare davvero o è solo utopia?
Si può assolutamente concretizzare. Non è più un’utopia e lo vedo ogni giorno nei miei viaggi. Nel mondo ci sono sempre più persone che lavorano da remoto mentre viaggiano e che si mantengono grazie a un computer ed una connessione internet. È un fenomeno reale, in continua crescita.
Da questo punto di vista in Italia siamo ancora un po’ indietro rispetto ad altri Paesi, dove la cultura del lavoro flessibile e del remote working è più radicata. Ma ci stiamo muovendo nella direzione giusta: sempre più aziende stanno aprendo al lavoro a distanza e sempre più giovani si stanno specializzando in professioni che permettono libertà geografica.
In questi anni ho incontrato centinaia di nomadi digitali: graphic designer, programmatori, fotografi, insegnanti di lingue, videomaker, copywriter, project manager, ma anche figure aziendali come risorse umane, customer care o consulenti. Professioni molto diverse fra loro, con un unico punto in comune: la possibilità di essere svolte ovunque.
Il punto non è fare “il lavoro giusto”, ma capire quali competenze si possono trasformare in qualcosa di flessibile. Una volta che hai quelle, il mondo diventa incredibilmente più grande.
Un consiglio che daresti ad un giovane che vorrebbe condurre una vita da travel blogger come la tua?
Il primo consiglio è essere sinceri: non è facile. Ma è possibile. E questa è la parte importante.
Oggi molti raccontano questo lavoro come se fosse un gioco. In realtà, come ogni professione, richiede impegno, costanza e tanta voglia di imparare. Se tratti i social come un passatempo, rimarranno un passatempo. Se li tratti come un lavoro, dedicandogli tempo, studio e disciplina, allora possono diventare un lavoro. Bisogna imparare a comunicare, creare contenuti di valore, capire come funzionano le piattaforme, migliorarsi continuamente. E soprattutto serve pazienza: i risultati non arrivano in una settimana, ma dopo mesi, a volte anni, di tentativi, errori e miglioramenti. Io sono la prova che si può fare. Quattro anni fa non avevo niente di tutto questo, ma ho deciso di crederci davvero e di impegnarmi ogni singolo giorno. Quindi a un giovane direi questo: come ogni sogno richiede sacrificio, ma se sei disposto a metterci la testa e il cuore, puoi costruirti una vita che ti somiglia davvero.
A chi invece consigli la lettura di Dove portano i sogni?
È un libro per chi vuole ritrovare coraggio, per chi desidera cambiare ma non sa da dove iniziare, per chi cerca una storia vera, fatta di paure, errori, dubbi e ripartenze, in cui potersi riconoscere. Non è un manuale e non vuole dare lezioni: è semplicemente la mia storia, con tutte le sue imperfezioni, messa nero su bianco nella speranza che possa illuminare il percorso di qualcun altro.
Lo consiglio anche a chi ama viaggiare o sogna di farlo. Non solo perché parlo di luoghi e avventure, ma perché il viaggio diventa una metafora della crescita personale, del ritrovare se stessi e del concedersi il coraggio di cambiare. In fondo, Dove portano i sogni è per chiunque abbia voglia di ascoltare quella parte di sé che spesso mettiamo a tacere. Perché a volte basta una storia per ricordarci che la nostra vita può essere molto più grande di quanto immaginiamo.