A proposito della polemica su “Più Libri Più Liberi” e i limiti della discussione.
La polemica che periodicamente investe eventi culturali come “Più Libri Più Liberi” (PLPL) in Italia solleva questioni fondamentali sui confini tra libertà di espressione, responsabilità etica e rispetto della legge. Mette in luce un punto cruciale: l’apologia di ideologie criminali o l’incitamento a pratiche illegali non rientrano nel campo della mera “diversità di vedute”.
La recente controversia relativa a PLPL 2025 si è focalizzata sull’opportunità di ospitare una casa editrice tacciata di pubblicare libri con riferimenti chiari al fascismo e ideologie fasciste.
In Italia, il fascismo non è considerato una semplice opinione politica superata, ma un’ideologia la cui riorganizzazione è espressamente vietata dalla XII Disposizione Transitoria e Finale della Costituzione.
La legge di riferimento è la Legge 20 giugno 1952, n. 645 (Legge Scelba), che attua la disposizione costituzionale. L’articolo 4 della Legge Scelba punisce l’apologia del fascismo, intesa non come semplice difesa o elogio, ma come esaltazione idonea a condurre alla riorganizzazione effettiva del disciolto partito fascista (come chiarito dalla Corte Costituzionale nella Sentenza n. 74/1958).
Non si tratta di una “battaglia su punti di vista” o di limitare la libertà di parola (garantita dall’Art. 21 Cost.), ma di tutelare l’ordinamento democratico da un pericolo concreto di ricostituzione di un regime antidemocratico. L’apologia che costituisce reato è quella che ha il potenziale di innescare un processo riorganizzativo.
In questo senso, la linea di confine tra la legittima, per quanto sgradevole, manifestazione del pensiero e l’illecito penale è tracciata dalla legge.
Quando un contenuto (sia esso un libro, un discorso, o uno stand in una fiera) promuove attivamente ideologie criminali, razziste, o commette reati quale l’apologia del fascismo, la discussione si sposta dal piano del dibattito etico a quello del rispetto delle norme vigenti.
Se uno stand presente in fiera propone un titolo di ricette per cannibali, non esiste questione o punto di vista sul gusto e la scelta delle cibarie. Va contro tutta una serie di leggi e dettami religiosi. Non è libertà di espressione. Altrettanto qui. Non è una prospettiva o un punto di vista fare apologia del fascismo. Talvolta bisogna essere crudi per fermare una polemica che nemmeno avrebbe dovuto nascere.
Le dichiarazioni del Ministro Giuli sulla necessità di non “assentarsi” o di “non glissare sulle polemiche” (come risulta dai fatti relativi a PLPL) lascia il tempo che trova.
Se un’istituzione, o un suo rappresentante, critica l’assenza da un dibattito, l’intento può essere quello di incoraggiare il confronto diretto anche su temi difficili, ritenendo che lo spazio pubblico debba essere un luogo di discussione. Tuttavia, questa posizione deve scontrarsi con il limite imposto dalla legge:
Laddove un contenuto è manifestamente illecito (es. apologia di fascismo o incitamento a reati), non è richiesto un “dibattito” per condannarlo o rimuoverlo, ma l’intervento delle autorità competenti. La censura è vietata dalla Costituzione (Art. 21), ma non l’applicazione della legge penale.
La polemica su PLPL 2024 evidenzia anche una responsabilità etica che va oltre la legge penale. Se l’evento è dedicato alla memoria di una vittima, invitare una persona accusata (anche se non ancora condannata) di un reato simile (violenza di genere) è stata percepita come una profonda incoerenza etica e istituzionale, che ha portato a defezioni e scuse ufficiali.
Allora ripetiamo insieme : esistono limiti assoluti al dibattito che sono scolpiti nella legge italiana a difesa dei valori fondanti della Repubblica. L’apologia di fascismo rientra in questi limiti, trasformando la questione da “disaccordo” in “violazione di legge”.













