L’Eclissi dell’Adulto: Perché a Crans-Montana è fallito il sistema di protezione

Il fragore della festa, il fumo che avvolge la sala, le luci ritmiche.

Per un giovane, questi sono i segnali del divertimento; per la sicurezza e per una adeguata protezione, dovrebbero essere i parametri di un rischio da monitorare.

Mentre il “giovane presente” chiede pace — come testimoniato con forza da uno dei superstiti a Quarto Grado — è necessario spostare il focus dal comportamento dei ragazzi al vero “grande assente”: l’adulto. Non inteso nella sua dimensione affettiva di genitore, ma nel suo ruolo civile di garante, supervisore e scudo protettivo che dovrebbe offrire massima protezione.

La critica più superficiale rivolta ai ragazzi riguarda la loro apparente inerzia o, peggio, la tendenza a documentare il pericolo con lo smartphone invece di fuggire. Tuttavia, la scienza ci dice che non si tratta di apatia, ma di un preciso fallimento biologico del sistema di allerta.

L’amigdala, la nostra centralina della paura, non è un sensore oggettivo: lavora per confronto di schemi (pattern matching). In un contesto di festa, stimoli che altrove risulterebbero allarmanti (calore, fumo, confusione) vengono catalogati come “congruenti”. Se il cervello etichetta il contesto come “divertimento”, inibisce i segnali di fuga che in una biblioteca scatterebbero istantaneamente.

Inoltre, secoli di civilizzazione hanno progressivamente indebolito i nostri istinti ancestrali. La paura del fuoco, un tempo immediata e viscerale, è stata mediata dalla tecnologia e dal senso di sicurezza urbana. Senza un adulto che funga da “cervello esecutivo” esterno, il giovane rimane intrappolato in una percezione falsata della realtà, senza la protezione necessaria.

A complicare la reazione individuale interviene la psicologia delle folle. Come teorizzato da Gustave Le Bon nel 1895, l’individuo nella moltitudine smette di essere un’entità razionale. Si fonde in un'”anima collettiva” dove la responsabilità si diluisce e prevale l’inconscio.

La folla è un organismo primitivo e suggestionabile. In un evento di fine anno, l’euforia collettiva e l’eventuale uso di alcol creano una nebbia cognitiva che impedisce una gestione lucida dell’emergenza. I ragazzi a Crans-Montana erano nel posto giusto e nel modo giusto: erano lì per festeggiare, delegando implicitamente la propria sicurezza e protezione alla struttura che li ospitava.

Incolpare i giovani per non aver “capito” o per aver ripreso la scena significa ignorare la nostra natura biologica e sociale. La tragedia non nasce dalla mancanza di disciplina dei ragazzi, ma dal vuoto lasciato dagli adulti che non hanno garantito adeguata protezione.
“La responsabilità non va cercata negli smartphone di chi era lì per divertirsi, ma nelle planimetrie, nelle autorizzazioni e nella vigilanza.”

Il vero dramma di Crans-Montana è la rottura del patto generazionale: il giovane porta la sua spensieratezza, l’adulto garantisce il perimetro entro cui quella spensieratezza può esistere. Quando l’adulto abdica al suo ruolo di supervisore, trasformando la sicurezza e protezione in un dettaglio burocratico o, peggio, in un costo da tagliare, il “senso del tragico” viene soffocato da un ottimismo esibito e commerciale che finisce per uccidere.
Non cerchiamo colpevoli tra chi cercava la vita; cerchiamoli tra chi aveva il dovere di proteggerla.