L’ascesa di una politica estera basata sul “branding” e sulla transazione immobiliare segna un punto di rottura profondo con la tradizione diplomatica del secondo dopoguerra.
Il cuore del paradosso contemporaneo è la trasformazione della geopolitica in un enorme listino prezzi, dove i diritti dei popoli rischiano di diventare clausole scritte in piccolo.
Se per decenni il diritto internazionale si è basato su pilastri come la sovranità nazionale e il ruolo delle organizzazioni multilaterali (ONU, NATO, UE), l’approccio “Trumpiano” sposta l’asse verso una visione puramente aziendale. In questo schema, il Congresso e gli alleati non sono partner, ma azionisti o, nei casi peggiori, ostacoli burocratici.
L’idea di trattare la Striscia di Gaza come una potenziale “area di sviluppo immobiliare” di lusso è l’esempio più estremo di questa visione.
Jared Kushner ha recentemente descritto il potenziale “valore” del waterfront di Gaza, suggerendo una ricostruzione che privilegia l’estetica e il profitto rispetto alla risoluzione delle istanze di autodeterminazione palestinese.
Trasformare un conflitto decennale in un’operazione di gentrification forzata, dove la pace non è l’obiettivo, ma la condizione necessaria per far salire i prezzi al metro quadro.
La proposta di “comprare” la Groenlandia dalla Danimarca non è solo una stravaganza. È il riconoscimento che il cambiamento climatico sta aprendo nuove rotte artiche e rendendo accessibili giacimenti immensi di terre rare.
Se gli Stati Uniti condannano il tentativo di ristabilire l’imperialismo russo in Ucraina per il controllo delle risorse del Donbas, diventa difficile giustificare moralmente l’annessione (anche se tramite acquisto) di un territorio sovrano per mere finalità strategiche e minerarie.
Il timore è fondato: stiamo assistendo a una nuova corsa all’oro (o meglio, al litio e al cobalto) che ricorda le dinamiche del XIX secolo.
La teoria dei tanti “focolai accesi” dagli Usa per distrarre i rivali (Cina e Russia) suggerisce che l’instabilità non sia un incidente di percorso, ma uno strumento.
Un pattern comportamentale statunitense da tenere a bada.
Se l’economia americana si riduce a un ciclo di conflitto uguale a distruzione e appalti per la ricostruzione, il costo umano diventa trascurabile nel bilancio dello Stato. L’economia in bancarotta non si risolve coinvolgendo in avventure belliche fuori controllo.
Se passa l’idea che un territorio possa essere “comprato” o “accorpato” ignorando il diritto internazionale e la volontà dei popoli, il precedente è pericoloso. La dignità di un popolo non si compra, né la sua storia né la civiltà.
L’Europa, che basa la sua esistenza su un ordine regolato dalle norme e non solo dalla forza bruta, o dal lessico spiccio degli affaristi, si troverebbe vulnerabile un mondo dove “chi ha più soldi o più armi detta il confine”e questo è il punto.
La civiltà viene prima delle risorse. Calpestare i diritti in nome del realismo economico e con una gestione immobiliarista dei territori in nome di un pragmatismo americano obsoleto non risolve i conflitti, li congela e seppellisce sotto uno strato di cemento, pronti a esplodere quando le fondamenta (morali e legali) verranno meno.




