La libertà di parola non è un diritto universale acquisito, ma un privilegio geografico.
Mentre una parte del mondo consuma il dissenso come un contenuto social, l’altra parte lo paga con il sangue. Esistono oggi circa 72 regimi autoritari (o “tirannie” più o meno velate) dove il semplice atto di scendere in strada non è una scelta politica, ma un salto nel vuoto.
In luoghi come l’Iran, manifestare significa sfidare una macchina statale che non si limita a reprimere, ma cancella. Chi scende in piazza sa di rischiare l’esecuzione; nomi che spesso si perdono nel silenzio delle carceri, vite spezzate di cui il regime cerca di cancellare persino il ricordo. Qui, il dissenso è un atto di martirio.
Spostandoci in Russia, il controllo passa attraverso l’eliminazione sistematica della verità. I giornalisti che osano indagare o dissentire non affrontano solo la censura, ma il pericolo reale di avvelenamenti, “incidenti” o detenzioni in colonie penali. La narrazione è una sola: quella del potere.
Se in passato la tirannia era fatta di sbarre e fucili, la Cina ha mostrato al mondo il futuro del controllo: i protocolli digitali contro il dissenso.
Attraverso il riconoscimento facciale, il credito sociale e il monitoraggio costante delle comunicazioni, il dissenso viene soffocato prima ancora di nascere. Non serve uccidere se puoi rendere un cittadino invisibile, privandolo dell’accesso ai servizi, ai viaggi e alla vita sociale.
Anche dove la libertà è il valore fondante, come negli Stati Uniti, il dissenso sta diventando “costoso”. Recentemente, abbiamo assistito a forme di pressione diverse: non la pallottola, ma il boicottaggio economico.
Studenti e accademici che manifestano su temi sensibili si trovano a fare i conti con il taglio dei finanziamenti alle università o la perdita di opportunità lavorative. È una forma di “censura soft” che non ti toglie la vita, ma mira a distruggere il tuo futuro professionale.
Abbiamo i social media, strumenti che ci danno l’illusione di una voce globale. Eppure, per gran parte della popolazione mondiale, scrivere un post di critica può significare una condanna.
Il dissenso è diventato un lusso. Per alcuni di noi è un tweet scritto dal divano; per altri è un grido strozzato davanti a un plotone d’esecuzione. Riconoscere questa disparità è il primo passo per non dare per scontata quella libertà che, in troppe parti del mondo, resta un sogno pagato a caro prezzo.
