Consegnate in Prefettura otto Medaglie d’Onore. Il Prefetto Lione interroga il presente: «Abbiamo davvero imparato la lezione?».
In occasione del Giorno della Memoria, la città di Udine si è stretta attorno al ricordo di chi visse l’orrore della deportazione. Presso il Palazzo del Governo, la cerimonia di consegna delle otto Medaglie d’Onore ai cittadini italiani, militari e civili, deportati e internati nei lager nazisti, è diventata un momento di profonda analisi storica e civile.
Il riconoscimento, concesso con decreto del Presidente della Repubblica, è stato consegnato ai familiari di chi, tra il 1943 e il 1945, disse “no” alla collaborazione con il nazifascismo, pagando con la prigionia e il lavoro coatto.
Le storie emerse durante la mattinata raccontano di giovani strappati alle proprie case, soldati che scelsero la dignità della prigionia piuttosto che il tradimento, e civili travolti dalla furia ideologica del Terzo Reich. Udine e il Friuli, terre profondamente segnate dal passaggio del confine e dalla resistenza, hanno riaffermato il valore del ricordo come dovere istituzionale e morale.
Il momento più incisivo della cerimonia è giunto con l’intervento del Prefetto di Udine, Domenico Lione. Le sue parole non si sono limitate alla celebrazione del passato, ma hanno squarciato il velo dell’attualità, ponendo una domanda scomoda e necessaria.
«Guardando ai conflitti che insanguinano il mondo oggi, alla recrudescenza di violenze e intolleranze, dobbiamo chiederci con estrema onestà: la lezione della Storia l’abbiamo davvero imparata?»
Il Prefetto ha sottolineato come la memoria non debba essere un esercizio retorico di un solo giorno, ma un anticorpo attivo contro l’indifferenza. Il richiamo è apparso evidente: i tragici scenari internazionali odierni sembrano tragicamente ricalcare dinamiche di odio che l’Europa sperava di aver relegato ai libri di testo.
Le otto medaglie consegnate oggi a Udine non sono solo pezzi di metallo brunito, ma simboli di una resistenza silenziosa che continua a parlarci.
La cerimonia si è conclusa con l’auspicio che il sacrificio degli internati serva da bussola per le nuove generazioni, affinché il “Mai più” pronunciato settant’anni fa non resti un’eco vuota di fronte alle sfide del presente.
