Se il mondo dimentica i bambini di Gaza

Mentre il mondo volge lo sguardo verso l’alto, ipnotizzato dalle scie luminose dei missili balistici che tracciano nuove e pericolose geografie tra Washington, Tel Aviv e Teheran, la terra sotto i nostri piedi continua a tremare per ragioni che la geopolitica sembra aver rimosso.

L’escalation, un groviglio di nervi tesi che ormai trascina anche gli Emirati Arabi in un abisso di alleanze forzate, rischia di trasformare l’orrore in rumore di fondo.

Siamo entrati nell’era della “Prepotenza della Primavera”. Un tempo, questo termine evocava il risveglio dei popoli e la fragilità dei germogli; oggi, descrive l’arroganza di una nuova stagione di conflitti che si impone con la forza brutale della tecnologia militare.

È una primavera di metallo, dove il diritto internazionale viene riscritto dai software di puntamento e dove la prepotenza dei grandi attori agisce come un muro eretto contro la verità.

In questo scacchiere, il coinvolgimento degli Stati Uniti e dell’Iran non è solo una sfida per l’egemonia regionale, ma il prologo di un possibile nuovo conflitto mondiale. Tuttavia, il costo di questa “nuova stagione” non si misura in barili di petrolio o in basi strategiche, ma nella sistematica cancellazione dell’altro, dei bambini.

C’è un paradosso crudele nel modo in cui l’informazione internazionale sta virando verso i grandi schieramenti: mentre le mappe si allargano per includere i deserti del Golfo, il focus si restringe fino a far sparire Gaza. Ci siamo dimenticati di Gaza perché il dolore è diventato troppo statico per fare notizia? Perché abbiamo altre battaglie da combattere?

Mentre i leader discutono di “scudi spaziali”, l’ingiustizia più atroce si consuma nell’ombra delle macerie. I bambini di Gaza non sono pedine in una partita a scacchi; sono il baricentro morale di questo secolo.

Nonostante la guerra, nonostante la fame e l’assedio, la loro sofferenza rimane l’unico parametro reale per giudicare il fallimento della nostra civiltà. Ogni bambino che trema sotto il rombo di un jet è una condanna per chi, a migliaia di chilometri di distanza, parla di “obiettivi strategici”.

Ma la “Prepotenza della Primavera” trova un ostacolo inaspettato: un muro qualsiasi. In una Gaza sventrata, tra i resti di quello che era un quartiere vivo, la vita si ostina a manifestarsi con una forza quasi prepotente. È la poesia di un graffito, di un gioco improvvisato tra le rovine, di un fiore che spacca il cemento armato nonostante le bombe.

“La vera prepotenza non appartiene a chi lancia i missili, ma a chi, pur avendo perso tutto, si ostina a restare umano.”

Non possiamo permettere che la grandiosità spaventosa di una guerra tra potenze ci faccia perdere di vista il dettaglio.

Se il mondo si dimentica dei bambini di Gaza per concentrarsi solo sui missili balistici e il petrolio,
dobbiamo mantenere il focus su quel muro qualsiasi, dove la poesia della sopravvivenza sfida la logica della distruzione.

Perché è tra quei bambini, e non nei bunker dei comandi centrali, che si decide se il futuro sarà ancora degno di essere vissuto.

Ph. Antonia Di Prisco