L’ondata di incertezza legata all’escalation militare in Medio Oriente continua a scuotere i mercati globali.
Nella seduta di oggi il sentiment degli investitori rimane improntato alla cautela, con le piazze asiatiche che confermano il trend negativo e l’Europa che si prepara a un’apertura in ribasso.
I listini asiatici hanno vissuto un’altra giornata difficile, appesantiti dai timori per un allargamento del conflitto in Iran e dalle possibili interruzioni nelle catene di approvvigionamento energetico.
Tokyo ha chiuso in netto calo, con l’indice Nikkei che risente della debolezza dello yen e delle incertezze sulle rotte commerciali.
Seul si conferma tra le peggiori, colpita duramente dalla sua dipendenza dalle importazioni di idrocarburi e dalle tensioni che interessano lo Stretto di Hormuz.
Deboli anche le piazze cinesi di Shanghai e Hong Kong, dove prevale l’avversione al rischio nonostante i tentativi di stabilizzazione dei giorni scorsi.
Le previsioni per l’avvio delle contrattazioni nel Vecchio Continente indicano un avvio zavorrato dalle tensioni geopolitiche. Gli investitori monitorano con ansia i prezzi del gas (TTF) e del petrolio, che fungono da termometro della crisi. Sebbene non si sia ancora toccato uno shock strutturale paragonabile a quello del 2022, la volatilità resta elevata.
A Piazza Affari e sulle altre borse europee, l’attenzione resta alta sui titoli del settore difesa e dell’energia, che potrebbero muoversi in controtendenza rispetto ai comparti industriali e dei consumi, più esposti al rallentamento economico.
Anche oltreoceano il clima non è dei migliori. I future sui principali indici di Wall Street (S&P 500, Dow Jones e Nasdaq) scambiano in territorio negativo.
Oltre al fronte bellico, i mercati americani attendono con ansia il rilascio di importanti dati macroeconomici previsti per oggi:
Gli ordini di beni durevoli.
I dati sul PIL trimestrale.
L’indice sulla fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan.
Questi indicatori saranno cruciali per capire se l’economia statunitense sta reggendo l’urto delle tensioni internazionali o se la pressione inflazionistica, alimentata dai costi energetici, inizierà a pesare sulle scelte della Federal Reserve.





