Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

Quando il capriccio di un bambino condiziona la vita degli altri: abbiamo dimenticato il valore delle regole?

Un volo cancellato perché un bambino non vuole allacciare la cintura diventa lo specchio di una questione molto più grande: dove finisce la comprensione delle esigenze individuali e dove comincia la responsabilità verso la comunità?

Un aereo pronto a partire. I passeggeri seduti, i bagagli caricati, l’equipaggio al proprio posto. Qualcuno sta andando in vacanza, qualcuno deve raggiungere la famiglia, altri hanno appuntamenti di lavoro o coincidenze da prendere. Poi qualcosa si blocca. Non c’è un guasto tecnico. Non ci sono condizioni meteorologiche proibitive. Non è stato chiuso l’aeroporto. Un bambino non vuole rimanere seduto e allacciare la cintura di sicurezza.

È quanto accaduto in Canada su un volo Porter Airlines diretto da Victoria a Toronto. Secondo quanto riportato dalla stampa, l’equipaggio non ha potuto procedere regolarmente perché il piccolo passeggero non rimaneva seduto con la cintura allacciata. L’aereo è quindi tornato al terminal e il ritardo accumulato ha contribuito alla successiva cancellazione del volo. Una di quelle notizie che sembrano fatte apposta per diventare virali. È facile sorridere. È altrettanto facile indignarsi.

Più difficile, ma probabilmente più interessante, è domandarsi perché un episodio apparentemente marginale riesca a raccontare qualcosa della società nella quale viviamo. Perché la vera domanda non è se un bambino possa fare un capriccio. Naturalmente può farlo.

La domanda è un’altra: che cosa accade quando il comportamento del singolo, anche quando quel singolo è un bambino, finisce per condizionare la vita di un’intera comunità?

Il bambino non è l’imputato

Occorre partire da una premessa fondamentale. Un bambino non possiede gli strumenti per comprendere pienamente la catena di conseguenze determinata dalle proprie azioni. Non può sapere che dietro quella porta dell’aereo ci sono persone che perderanno una coincidenza, una prenotazione, una giornata di vacanza o forse un appuntamento importante. Ed è proprio per questo che esistono gli adulti. Attribuire al bambino la responsabilità morale della cancellazione di un volo sarebbe semplicistico e profondamente ingiusto. Tanto più che, dall’esterno, non possiamo conoscere le ragioni del suo comportamento. Dietro quello che superficialmente definiamo “capriccio” possono esserci paura, ansia, stanchezza, difficoltà comportamentali, particolari condizioni personali o semplicemente la normale reazione di un bambino che non comprende perché gli venga imposto qualcosa. Non sappiamo abbastanza del caso specifico per giudicare. Possiamo però utilizzare l’episodio per porci una domanda molto più generale.

Che cosa significa educare al limite nella società contemporanea?

Dal bambino da ascoltare al bambino che decide

Negli ultimi decenni il rapporto tra adulti e bambini è profondamente cambiato. Ed è cambiato, sotto moltissimi aspetti, in meglio. Abbiamo progressivamente abbandonato un modello educativo nel quale il bambino doveva semplicemente obbedire. L’autorità del genitore, dell’insegnante o dell’adulto non poteva essere discussa.

“Perché lo dico io” rappresentava spesso l’unica spiegazione necessaria.

Oggi sappiamo che educare significa anche ascoltare, spiegare, comprendere le emozioni, rispettare la personalità e riconoscere i bisogni dei bambini. È stata una conquista. Ma ogni conquista rischia di produrre qualche eccesso. Il superamento dell’autoritarismo, infatti, non dovrebbe trasformarsi nella scomparsa dell’autorità educativa. Esiste una differenza enorme tra ascoltare un bambino e permettere che sia sempre il bambino a decidere. Così come esiste una differenza tra rispettarne le emozioni e considerare ogni sua richiesta automaticamente prevalente sulle esigenze degli altri. È forse proprio qui che si trova uno dei nodi educativi del nostro tempo.

Comprendere non significa sempre acconsentire

Un bambino può non voler andare a scuola. Può non voler spegnere il tablet. Può non voler lasciare un parco giochi. Può non voler aspettare il proprio turno. Può non voler restare seduto al ristorante. Può non voler allacciare una cintura di sicurezza. La sua emozione è reale e merita attenzione. Ma riconoscere quell’emozione non significa necessariamente accettare il comportamento che ne deriva. Possiamo dire a un bambino: “Capisco che sei arrabbiato”. Possiamo rassicurarlo. Possiamo cercare di distrarlo. Possiamo spiegargli perché una determinata cosa è necessaria. Ma alla fine esistono situazioni nelle quali l’adulto deve assumersi la responsabilità di dire una parola che sembra essere diventata sorprendentemente difficile:

No.

Non come manifestazione di forza. Non come esercizio arbitrario del potere. Ma come parte dell’educazione. Perché crescere significa anche scoprire progressivamente che il mondo non può sempre modificarsi per adattarsi ai nostri desideri.

Una cintura non è una regola negoziabile

L’aereo rende questa riflessione ancora più evidente. Durante le fasi nelle quali viene richiesto di rimanere seduti con la cintura allacciata non siamo davanti a una convenzione sociale. Siamo davanti a una regola di sicurezza. Non esiste una trattativa possibile tra passeggero e comandante sulla necessità di rispettarla. E non importa che il passeggero abbia cinque, venticinque o settantacinque anni. Naturalmente saranno differenti le modalità attraverso le quali quella regola verrà fatta comprendere e rispettare. Ma non cambia il principio. È proprio questo che rende interessante il caso canadese: un comportamento individuale entra improvvisamente in collisione con il funzionamento di un sistema collettivo. Un aeroplano è forse uno degli esempi più estremi di comunità temporanea. Per alcune ore centinaia di sconosciuti condividono uno spazio ristretto e accettano una serie di limitazioni alla propria libertà. Non possiamo aprire una porta. Non possiamo fumare. Non possiamo decidere autonomamente quando alzarci durante determinate fasi del volo. Dobbiamo seguire le indicazioni dell’equipaggio. Eppure nessuno pensa seriamente che queste regole costituiscano un’inaccettabile compressione della libertà personale. Perché comprendiamo che servono a permettere a tutti di viaggiare.

Quando il comportamento del singolo ricade sugli altri

Il problema, dunque, non riguarda soltanto l’infanzia. Riguarda il modo in cui concepiamo la convivenza. Ogni società funziona attraverso un equilibrio delicato tra libertà individuale e responsabilità collettiva. La mia libertà è importante. Ma esiste anche la tua. Esistono i tuoi tempi, i tuoi programmi, le tue esigenze. E vivere insieme significa inevitabilmente accettare qualche limite. Lo sperimentiamo continuamente. In automobile rispettiamo un semaforo anche quando abbiamo fretta. In una fila aspettiamo il nostro turno. In un condominio non possiamo fare qualsiasi cosa soltanto perché siamo proprietari del nostro appartamento. A scuola esistono orari e regole. Su un treno, in un museo, in un albergo o in un ristorante condividiamo spazi con altre persone. La civiltà quotidiana è costruita proprio su migliaia di piccoli limiti che accettiamo quasi senza rendercene conto.

La società del “prima io”

C’è però un fenomeno più ampio che merita attenzione. Viviamo in una cultura che ha progressivamente posto l’individuo al centro. I miei desideri. I miei diritti. Il mio tempo. Le mie esigenze.l a mia esperienza. Non è necessariamente qualcosa di negativo. Il riconoscimento dei diritti individuali costituisce uno dei grandi progressi delle società moderne. Il problema nasce quando alla grammatica dei diritti non corrisponde più una grammatica altrettanto forte dei doveri e delle responsabilità. Quando “ho diritto” diventa l’inizio di ogni discorso e “devo rispettare” compare sempre meno frequentemente. Il rischio è costruire una società nella quale ciascuno percepisce se stesso come protagonista e gli altri come semplici comparse. Ed è qui che l’educazione dei bambini assume un’importanza straordinaria.

Educare significa preparare alla convivenza

Educare non significa soltanto fornire strumenti per avere successo. Non significa esclusivamente sviluppare talenti, competenze, creatività e autostima. Significa anche insegnare a vivere insieme agli altri. Aspettare. Rinunciare. Accettare una frustrazione. Rispettare un turno. Comprendere che esistono persone con esigenze diverse dalle nostre. Scoprire che non possiamo ottenere immediatamente tutto ciò che desideriamo. Sono competenze sociali almeno altrettanto importanti di quelle che misuriamo attraverso voti, test e risultati. Un bambino che impara ad accettare un limite non diventa necessariamente un adulto più remissivo. Potrebbe diventare, al contrario, un adulto più libero. Perché saprà distinguere tra una regola ingiusta, che merita di essere contestata, e una regola necessaria alla convivenza.

La frustrazione non è sempre un nemico

Forse abbiamo anche sviluppato una certa paura della frustrazione. Vogliamo evitare ai bambini sofferenze, delusioni e difficoltà. È comprensibile. Ma una piccola dose di frustrazione appartiene inevitabilmente alla vita. Non sempre si vince. Non sempre si arriva primi. Non sempre possiamo scegliere. Non sempre gli altri sono disponibili quando ne abbiamo bisogno. Non sempre il mondo risponde immediatamente ai nostri desideri. Proteggere completamente un bambino da questa esperienza potrebbe significare rimandare semplicemente il momento nel quale dovrà affrontarla. Con una differenza: da adulto potrebbe essere molto più difficile.

Dire “no”, quando necessario, non significa quindi negare l’amore.

Talvolta significa esercitarlo nella sua forma più difficile: preparare qualcuno a vivere in un mondo che non potrà sempre dirgli di sì.

Ma attenzione ai giudizi troppo facili

Il caso canadese impone però anche un’altra riflessione. I social network hanno trasformato episodi simili in tribunali istantanei. Bastano poche righe.

“Un bambino non mette la cintura e il volo viene cancellato.”

Ed ecco comparire immediatamente sentenze sui bambini di oggi, sui genitori incapaci, sull’educazione moderna. Ma noi non eravamo su quell’aereo.

Non conosciamo quel bambino. Non conosciamo la sua famiglia. Non sappiamo che cosa sia accaduto nei minuti precedenti. Per questo sarebbe sbagliato utilizzare una singola vicenda per distribuire colpe. La cronaca può però diventare un’occasione per interrogarci su noi stessi. Ed è forse questa la sua parte più interessante.

La libertà ha bisogno delle regole

C’è un apparente paradosso che il piccolo episodio di un aeroporto canadese ci ricorda. Le regole sembrano limitare la libertà. Molto spesso, invece, sono proprio ciò che permette alla libertà di esistere. Possiamo guidare perché esistono regole stradali condivise. Possiamo viaggiare perché esistono procedure di sicurezza. Possiamo vivere insieme perché accettiamo che il nostro comportamento tenga conto della presenza degli altri. Senza questa disponibilità, la libertà del più forte, del più rumoroso o del più ostinato finirebbe inevitabilmente per prevalere su quella di tutti gli altri.

Per questo educare alle regole non significa educare all’obbedienza cieca.

Significa insegnare qualcosa di molto più complesso: capire perché alcune regole esistono, quando devono essere rispettate e quando, invece, è giusto metterle in discussione.

Quel bambino non ha cancellato un volo

Alla fine sarebbe persino ingiusto raccontare questa storia dicendo che “un bambino ha cancellato un volo”. Quel bambino ha fatto quello che i bambini, qualche volta, fanno: si è opposto a qualcosa che non voleva. Il volo è stato cancellato perché un sistema estremamente complesso, costruito sulla necessità che tutti rispettino alcune regole comuni, a un certo punto non era più nelle condizioni di funzionare secondo quanto previsto. Ed è proprio questa la parte interessante della storia. Un piccolo gesto individuale ha prodotto una conseguenza collettiva enorme. Forse è una metafora perfetta della società nella quale viviamo. Abbiamo imparato molto bene a rivendicare la nostra individualità. Abbiamo imparato a riconoscere i bisogni, le emozioni e i diritti di ciascuno. Ed è stato un progresso. Ora dobbiamo evitare di dimenticare l’altra metà della lezione.

Esistono anche gli altri.

Con i loro diritti, il loro tempo, le loro esigenze e la loro libertà. Forse educare un bambino significa proprio accompagnarlo lentamente verso questa scoperta. Non insegnargli che deve obbedire sempre. Ma mostrargli che vivere insieme significa, qualche volta, accettare che non tutto possa andare esattamente come vorremmo. Anche quando non ne abbiamo voglia. Anche quando protestiamo. Persino quando si tratta semplicemente di allacciare una cintura. Perché una società non diventa più libera quando ciascuno può fare ciò che vuole.

Diventa più libera quando ciascuno comprende che la propria libertà può esistere soltanto insieme a quella degli altri.