Respinta la richiesta presentata dalla difesa dopo l’interrogatorio di garanzia. L’ex editore ha ammesso di essere il mandante dell’azione esplosiva, sostenendo di aver voluto favorire un rafforzamento della protezione del giornalista. La Procura di Roma aveva espresso parere contrario alla modifica della misura cautelare.
Valter Lavitola resta nel carcere romano di Rebibbia. Il giudice per le indagini preliminari non ha accolto la richiesta di sostituire la custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari, avanzata dal difensore dell’ex editore e imprenditore dopo l’interrogatorio di garanzia.
La decisione mantiene invariato il quadro cautelare stabilito nei confronti di Lavitola, arrestato nell’ambito dell’inchiesta sull’attentato compiuto il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione del giornalista e conduttore di Report Sigfrido Ranucci, nella zona di Campo Ascolano, nel territorio di Pomezia.
Secondo quanto emerso dall’interrogatorio, Lavitola avrebbe ammesso davanti al gip di essere stato il mandante dell’azione. La sua ricostruzione, tuttavia, attribuirebbe all’attentato una finalità che gli investigatori e la magistratura dovranno verificare attentamente: l’ex editore avrebbe sostenuto di avere organizzato il gesto per indurre le autorità a innalzare il livello di protezione riconosciuto a Ranucci.
L’ammissione segna un cambiamento rilevante rispetto alle precedenti dichiarazioni rese da Lavitola. Nel mese di luglio, quando il suo nome era entrato nell’inchiesta come presunto mandante, l’ex direttore dell’Avanti! aveva negato il proprio coinvolgimento, richiamando il rapporto personale che lo legava al giornalista. In quella fase si era detto estraneo all’attentato e aveva affermato di non conoscerne il movente.
La nuova versione non chiude però il caso. Al contrario, apre una serie di interrogativi sulla preparazione dell’attentato, sui rapporti tra le persone coinvolte e sull’effettiva finalità dell’azione.
La richiesta della difesa
La domanda di concessione degli arresti domiciliari era stata presentata dall’avvocato Sergio Cola, difensore di Lavitola, al termine dell’interrogatorio di garanzia.
Secondo la linea della difesa, l’ammissione resa davanti al giudice e gli altri elementi emersi nel corso dell’atto avrebbero modificato il quadro delle esigenze cautelari. Il legale riteneva che non sussistessero più condizioni tali da giustificare la permanenza in carcere, indicando in particolare l’assenza di un concreto pericolo di fuga, la collaborazione offerta dall’indagato e il venir meno del rischio di inquinamento delle prove.
La Procura di Roma aveva però espresso parere negativo. Per i pubblici ministeri, la gravità delle contestazioni e le esigenze ancora presenti nell’indagine non consentirebbero, allo stato, di attenuare la misura.
Il gip ha condiviso la posizione contraria alla concessione dei domiciliari. Lavitola rimarrà quindi a Rebibbia mentre proseguono gli accertamenti della Direzione distrettuale antimafia di Roma e dei carabinieri impegnati nell’inchiesta.
La decisione riguarda esclusivamente la misura cautelare. Non rappresenta una sentenza sulla responsabilità penale dell’indagato, che dovrà essere accertata nel corso del procedimento e dell’eventuale processo. Come previsto dall’ordinamento, Lavitola deve essere considerato non colpevole fino a una condanna definitiva.
L’attentato davanti alla casa di Ranucci
L’episodio al centro dell’inchiesta risale alla sera del 16 ottobre 2025. Un ordigno esplosivo venne collocato e fatto detonare davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci. L’esplosione provocò danni e suscitò una forte reazione pubblica per la sua evidente capacità intimidatoria nei confronti di uno dei giornalisti d’inchiesta più conosciuti del servizio pubblico.
Le indagini hanno progressivamente ricostruito una presunta rete composta da esecutori, intermediari e mandanti. Nel corso degli accertamenti erano già state arrestate diverse persone, accusate a vario titolo di aver partecipato alla preparazione e alla realizzazione dell’azione.
Il Tribunale del Riesame di Roma aveva confermato le misure cautelari nei confronti dei presunti esecutori materiali e l’aggravante del metodo mafioso contestata dalla Procura. Tre degli indagati erano rimasti in carcere, mentre per una quarta persona erano stati confermati gli arresti domiciliari. ANSA – Il Riesame conferma le misure cautelari
Lavitola è accusato di avere avuto un ruolo di mandante. Secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe affidato a un intermediario il compito di individuare persone in grado di procurare l’esplosivo e compiere l’attentato davanti all’abitazione del conduttore di Report.
Negli atti dell’indagine è stato inoltre richiamato un sopralluogo che sarebbe stato effettuato circa un mese prima dell’esplosione. Dopo l’attentato, Lavitola si sarebbe interessato anche all’allontanamento dall’Italia dell’uomo indicato dagli inquirenti come collegamento con il gruppo incaricato di eseguire l’azione. Si tratta di elementi dell’impianto accusatorio che dovranno essere verificati nel contraddittorio tra accusa e difesa. ANSA – Le contestazioni della Procura
Il movente indicato da Lavitola
La parte più controversa delle dichiarazioni rese davanti al gip riguarda il presunto movente.
Lavitola avrebbe spiegato di non avere voluto colpire fisicamente Ranucci, ma di aver organizzato l’attentato per accrescere l’allarme attorno al giornalista e ottenere un potenziamento delle misure di sicurezza predisposte per proteggerlo.
Questa giustificazione non riduce automaticamente la gravità penale dei fatti contestati. Un attentato esplosivo compiuto davanti a un’abitazione comporta rischi per le persone, per i familiari, per i vicini e per chiunque possa trovarsi nelle vicinanze. Anche quando l’obiettivo dichiarato fosse esclusivamente dimostrativo, la realizzazione di un’azione del genere può generare conseguenze non controllabili.
La versione dovrà inoltre essere confrontata con gli elementi raccolti dagli investigatori, con le dichiarazioni degli altri indagati e con le analisi tecniche sull’ordigno. La magistratura dovrà accertare se l’ammissione sia completa, se corrisponda alla reale dinamica organizzativa e se vi siano ulteriori persone coinvolte.
Resta aperta anche la questione della scelta del metodo. Se l’obiettivo fosse stato davvero quello indicato da Lavitola, gli inquirenti dovranno comprendere perché sia stato utilizzato un ordigno e perché l’azione sia stata affidata, secondo l’accusa, a un gruppo capace di operare con modalità ritenute mafiose.
Il rapporto con il giornalista
Fin dall’inizio dell’inchiesta, Lavitola ha richiamato il rapporto personale con Ranucci. Anche il conduttore di Report aveva confermato l’esistenza di una frequentazione, spiegando tuttavia di non sapere come l’ex editore potesse essere coinvolto nell’attentato.
La conoscenza tra i due ha alimentato interpretazioni e ricostruzioni mediatiche. Il legale del giornalista ha però respinto con fermezza le insinuazioni secondo le quali l’attentato avrebbe potuto essere concordato o costruito a beneficio della vittima.
Ranucci ha presentato una denuncia per diffamazione aggravata contro la diffusione di affermazioni che avrebbero trasformato la vittima dell’azione nel suo presunto beneficiario. Anche alcuni componenti della redazione di Report hanno assunto iniziative legali in relazione alla circolazione di notizie e materiali riguardanti l’inchiesta. ANSA – La denuncia presentata dal legale di Ranucci
L’ammissione attribuita a Lavitola non coinvolge Ranucci nell’organizzazione dell’azione. La tesi secondo cui l’attentato sarebbe stato compiuto per favorire la protezione o la popolarità del giornalista rappresenta la versione fornita dall’indagato e non implica alcuna conoscenza preventiva da parte della vittima.
Che cosa significa il metodo mafioso
Nel procedimento viene contestata l’aggravante del metodo mafioso. La qualificazione non significa necessariamente che tutti gli indagati appartengano a un’organizzazione mafiosa formalmente riconosciuta.
L’aggravante può essere applicata quando un reato viene commesso utilizzando la forza intimidatrice tipica delle associazioni mafiose, creando una condizione di assoggettamento o di omertà. Nel caso dell’attentato a Ranucci, la Procura ritiene che l’uso dell’esplosivo e le modalità organizzative abbiano avuto una capacità intimidatoria particolarmente grave.
Il Riesame aveva già confermato questa impostazione per gli indagati indicati come esecutori materiali. Per Lavitola, la valutazione dovrà tenere conto del ruolo di mandante che gli viene attribuito e del grado di consapevolezza rispetto ai metodi impiegati.
La distinzione è importante perché l’aggravante può incidere sulla qualificazione giuridica dei fatti, sul trattamento sanzionatorio e sulle valutazioni relative alle misure cautelari.
L’inchiesta continua
Il rigetto dei domiciliari rappresenta un passaggio importante, ma non conclusivo. Gli investigatori dovranno verificare la confessione, ricostruire i contatti tra i diversi indagati e chiarire se la versione fornita da Lavitola spieghi davvero tutti gli elementi raccolti.
Particolare attenzione sarà riservata ai dispositivi elettronici, ai documenti e agli appunti sequestrati durante le perquisizioni. Gli inquirenti stanno analizzando telefoni, computer e materiale manoscritto per individuare comunicazioni, spostamenti e possibili collegamenti con le persone accusate di avere materialmente organizzato l’esplosione. RaiNews – Il materiale sequestrato nell’inchiesta
La Procura dovrà inoltre stabilire se l’ammissione sia accompagnata da una collaborazione effettiva e completa. Confessare un ruolo non comporta automaticamente il riconoscimento di un’attenuazione della misura cautelare, soprattutto quando rimangono da chiarire il movente, i rapporti tra gli indagati e l’eventuale esistenza di ulteriori responsabilità.
Per il momento, il gip ha ritenuto che non vi fossero le condizioni per trasferire Lavitola agli arresti domiciliari. L’ex editore resta quindi a Rebibbia, mentre l’indagine prosegue per ricostruire ogni fase dell’attentato e accertare le responsabilità nel rispetto delle garanzie previste dalla legge.