Il crollo di una miniera artigianale nella Repubblica Centrafricana riporta alla luce un mondo che pensavamo appartenesse al passato. Milioni di persone estraggono ancora oro, cobalto, rame e altri minerali con strumenti rudimentali e protezioni insufficienti. E dietro molti prodotti della società tecnologica continua a esserci qualcuno che scava la terra con le proprie mani.
Guardando le immagini provenienti dalla Repubblica Centrafricana, la prima domanda sorge quasi spontanea: esistono ancora i minatori? Ma non solo i minatori, esistono ancora i minatori che lavorano in condizioni disumane?
Non gli ingegneri che controllano enormi escavatori attraverso sistemi digitali. Non gli operatori delle grandi compagnie minerarie australiane, canadesi o sudamericane. Ma i minatori, i veri minatori, come li abbiamo conosciuti nei racconti del secolo scorso: uomini che entrano in cunicoli scavati nella terra, lavorano con strumenti rudimentali, trasportano il materiale a mano e rischiano ogni giorno che una parete possa crollare sopra di loro.
La risposta, sorprendentemente, è sì.
E sono molti più di quanto immaginiamo.
Zamboye, una tragedia del nostro tempo
Il 18 agosto 2026 una frana ha travolto un sito minerario artigianale per l’estrazione dell’oro a Zamboye, nella prefettura di Nana-Mambéré, nella parte occidentale della Repubblica Centrafricana, vicino al confine con il Camerun.
Il bilancio della tragedia è stato inizialmente incerto. Fonti locali, organizzazioni minerarie e soccorritori hanno parlato di oltre cento vittime, mentre le autorità hanno fornito nelle prime ore cifre più prudenti. Le operazioni di recupero sono proseguite tra enormi difficoltà e con persone ancora disperse sotto terra.
Ma più del numero, per quanto terribile, colpiscono le immagini.
Una montagna di terra. Decine di persone che cercano di raggiungere chi è rimasto intrappolato. Pozzi e tunnel scavati in maniera rudimentale. Pochi mezzi. Pochissime protezioni.
Sembra una fotografia proveniente da un archivio del Novecento.
È invece agosto 2026.
E soprattutto non è un’eccezione.
Quarantacinque milioni di minatori che quasi non vediamo
Esiste infatti un’economia mineraria praticamente invisibile agli occhi dei consumatori occidentali: l’Artisanal and Small-Scale Mining, l’estrazione mineraria artigianale e su piccola scala.
Secondo la Banca Mondiale, almeno 45 milioni di persone in circa 80 Paesi lavorano direttamente in questo settore. Considerando anche trasportatori, commercianti, fornitori e tutte le attività collegate alla filiera, le persone che dipendono direttamente o indirettamente dall’economia mineraria artigianale sono centinaia di milioni.
Non stiamo quindi parlando di ciò che resta di un mestiere destinato a scomparire.
Stiamo parlando di una delle più grandi forze lavoro informali del pianeta.
Le miniere artigianali sono diffuse soprattutto in Africa, Asia e America Latina. Si estrae oro, ma anche cobalto, rame, stagno, tantalio, pietre preziose e molti altri materiali.
La Banca Mondiale stima che circa il 20% dell’oro mondiale provenga oggi dall’estrazione artigianale e su piccola scala. Una quota che negli anni Novanta era intorno al 4%.
Il minatore, dunque, non è scomparso.
In alcune parti del mondo è diventato addirittura più importante.
Due miniere completamente diverse
Quando oggi utilizziamo la parola “miniera”, in realtà parliamo di mondi profondamente differenti.
Da una parte esiste l’industria mineraria moderna.
Gigantesche miniere a cielo aperto, escavatori alti come palazzi, camion capaci di trasportare centinaia di tonnellate, sistemi satellitari, sensori, droni, software e veicoli autonomi. In alcune grandi miniere l’operatore può controllare una macchina senza trovarsi fisicamente al suo interno.
È la miniera del XXI secolo.
Dall’altra parte esiste quella di Zamboye.
Pozzi scavati manualmente. Gallerie profonde diversi metri. Sistemi di sostegno rudimentali. Scarsa ventilazione. Acqua che può infiltrarsi nel terreno. Frane. Nessuna o insufficiente assistenza sanitaria nelle vicinanze.
L’Organizzazione Internazionale del Lavoro continua a segnalare, proprio nel settore minerario artigianale, problemi legati all’informalità, alla sicurezza, alle condizioni di lavoro e, in alcune aree, persino al lavoro minorile.
Due realtà apparentemente incompatibili convivono quindi nello stesso sistema economico globale.
La miniera automatizzata e la miniera scavata a mano.
Perché qualcuno accetta di scendere laggiù?
È probabilmente la domanda più difficile.
Per comprenderlo bisogna però abbandonare per un momento lo sguardo occidentale.
In molte regioni minerarie dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina l’alternativa non è scegliere tra lavorare in miniera e svolgere un’occupazione più sicura.
L’alternativa può essere tra scavare e non avere alcun reddito.
L’estrazione artigianale costituisce infatti una delle principali fonti di occupazione rurale non agricola in numerosi Paesi ricchi di risorse minerarie.
È questa necessità a spiegare perché migliaia di persone continuino a entrare ogni mattina in pozzi che sanno essere pericolosi.
Non ignorano il rischio.
Semplicemente, spesso non possono permettersi di evitarlo.
La tragedia della Repubblica Centrafricana diventa allora qualcosa di più del crollo di una miniera.
Diventa la rappresentazione estrema della distanza che ancora separa una parte del mondo dall’altra.
Il paradosso della nostra società digitale
Ma c’è un aspetto ancora più sorprendente.
Potremmo pensare che tutto questo appartenga alla vecchia economia e che la rivoluzione tecnologica sia destinata progressivamente a cancellarlo.
Sta accadendo, almeno in parte, il contrario.
Smartphone, computer, batterie, automobili elettriche, impianti fotovoltaici, reti elettriche, data center e sistemi digitali hanno bisogno di enormi quantità di minerali.
Litio.
Cobalto.
Nichel.
Rame.
Grafite.
Terre rare.
Stagno e tantalio.
Materiali che non nascono nei laboratori della Silicon Valley.
Devono essere estratti dalla terra.
E una parte di questa estrazione continua a passare attraverso il lavoro umano più elementare.
La stessa Banca Mondiale ricorda che il settore minerario artigianale contribuisce significativamente alla produzione mondiale di alcuni materiali utilizzati nell’elettronica: circa un quarto dello stagno e del tantalio, oltre alla già rilevante quota dell’oro.
È uno dei grandi paradossi della modernità.
Più diventiamo digitali, più abbiamo bisogno di minerali.
Più parliamo di transizione energetica, più aumenta l’importanza strategica di alcune materie prime.
E dietro una parte di quelle materie prime può esserci ancora un uomo che scava una galleria con strumenti rudimentali.
Dal sottosuolo allo smartphone
Naturalmente sarebbe sbagliato sostenere che ogni smartphone o ogni automobile elettrica provenga direttamente da una miniera artigianale.
Le filiere internazionali sono molto più complesse e le grandi imprese stanno aumentando i controlli sull’origine delle materie prime.
Ma proprio questa complessità rende difficile vedere ciò che accade all’inizio della catena.
Noi vediamo il prodotto finale.
Una batteria.
Un computer.
Un gioiello.
Un telefono.
Non vediamo necessariamente la miniera.
Tra il minerale estratto e l’oggetto che acquistiamo ci sono commercianti, intermediari, esportatori, raffinerie, industrie di trasformazione e produttori.
A ogni passaggio la materia prima perde progressivamente la propria storia.
Quando arriva nelle nostre mani è diventata semplicemente oro, rame, cobalto o tantalio.
E difficilmente sappiamo chi l’abbia estratta.
L’oro, soprattutto
Il caso dell’oro è forse quello più emblematico.
È contemporaneamente bene rifugio, riserva delle banche centrali, materia prima industriale e simbolo universale della ricchezza.
Nel 2026 continua a rappresentare sicurezza e valore per chi lo possiede.
Ma dall’altra parte della catena può rappresentare esattamente il contrario.
Precarietà.
Povertà.
Pericolo.
La Banca Mondiale stima che l’attività mineraria artigianale produca ormai circa un quinto dell’oro mondiale.
È difficile non cogliere la contraddizione.
Uno dei beni che maggiormente rappresentano la ricchezza mondiale viene ancora estratto, in parte, da alcune delle persone economicamente più vulnerabili del pianeta.
Non basta chiudere le miniere
Di fronte alle immagini di Zamboye la risposta più immediata potrebbe essere semplice: chiudere le miniere illegali.
Ma anche questa soluzione rischia di essere troppo facile.
Se milioni di persone dipendono economicamente dall’estrazione artigianale, vietarla senza creare alternative può semplicemente spostare il fenomeno nella clandestinità.
Il problema non è quindi soltanto eliminare le miniere artigianali.
È renderle più sicure.
Significa introdurre regole, controlli geologici, sistemi di ventilazione, protezioni, formazione, assistenza sanitaria, organizzazione del lavoro e strumenti adeguati.
Significa soprattutto riconoscere quei lavoratori.
Perché ciò che non viene riconosciuto spesso non viene neppure protetto.
La Banca Mondiale sostiene oggi proprio la necessità di una progressiva professionalizzazione e formalizzazione dell’estrazione artigianale, accompagnata da una maggiore protezione sociale e da un ruolo più forte dei governi.
Il minatore che non volevamo vedere
Forse è proprio questo che rende così disturbanti le immagini provenienti dalla Repubblica Centrafricana.
Non mostrano soltanto una tragedia.
Ci obbligano a guardare qualcosa che normalmente rimane lontano dai nostri occhi.
Viviamo circondati da oggetti sofisticatissimi. Parliamo di intelligenza artificiale, auto elettriche, robot, energie rinnovabili e società digitale.
Eppure, all’inizio di alcune delle catene produttive che rendono possibile questa modernità, continua a esserci uno dei lavori più antichi dell’umanità.
Un uomo entra nella terra.
Scava.
Cerca una vena di minerale.
La porta in superficie.
E spera che il terreno sopra di lui non crolli.
Il 18 agosto 2026, a Zamboye, per molti di quei lavoratori è accaduto proprio questo.
Forse allora la domanda non dovrebbe essere soltanto se esistano ancora i minatori.
La risposta ormai la conosciamo.
La domanda più scomoda è un’altra:
quanto della nostra modernità continua a dipendere da lavori e condizioni di vita che pensavamo appartenessero al passato?