Dietro la vicenda che coinvolge il conduttore di Report e Valter Lavitola emerge un mercato destinato a valere miliardi. Ma proprio la crescita dei crediti di carbonio pone una questione decisiva: chi certifica davvero che dietro una tonnellata di CO₂ compensata esista un beneficio ambientale reale?
Il nome è apparentemente tecnico: carbon credit. Un credito di carbonio rappresenta, in termini generali, una tonnellata di anidride carbonica – o una quantità equivalente di altri gas serra – evitata, ridotta o rimossa dall’atmosfera.
Dietro questa definizione si è però sviluppato un mercato internazionale nel quale ambiente, finanza, grandi proprietà forestali, intermediari e investitori si incontrano.
Ed è proprio qui che una vicenda di cronaca italiana apparentemente lontana dalla finanza sostenibile assume un significato più ampio.
Le recenti ricostruzioni giornalistiche sull’attentato contro Sigfrido Ranucci hanno infatti portato alla luce anche gli interessi africani di Valter Lavitola nel settore dei carbon credit.
Secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, il progetto al quale Lavitola lavorava avrebbe avuto, nelle prospettive illustrate dallo stesso imprenditore, dimensioni enormi: fino a 1,3 miliardi di euro l’anno.
Repubblica ha ricostruito una rete di interessi che avrebbe riguardato Zimbabwe, Camerun e Congo, comprendendo crediti di carbonio, terreni e altre attività economiche. Si tratta di elementi sui quali sono in corso approfondimenti investigativi e che, pertanto, devono essere distinti dalle responsabilità eventualmente accertate in sede giudiziaria.
Il rapporto con Ranucci
È in questo contesto che compare il nome del giornalista.
Ranucci ha raccontato al Corriere della Sera che Lavitola gli aveva chiesto suggerimenti proprio sul business dei carbon credit e che lui gli aveva fornito alcune indicazioni, anche sulla base di una precedente inchiesta di Report dedicata al settore.
La spiegazione fornita dal giornalista è significativa: il suo intento sarebbe stato quello di mettere in guardia l’amico dai rischi dell’operazione.
Successivamente è emerso un ulteriore episodio.
Secondo Il Fatto Quotidiano, pochi giorni dopo l’attentato dell’ottobre 2025 Ranucci partecipò a una cena organizzata da Lavitola alla quale erano presenti anche Gianluca De Marchi e Fabio Mazzoni, indicati dal quotidiano come potenziali investitori nel progetto africano.
Le ricostruzioni più recenti hanno aggiunto altri elementi sui finanziamenti collegati al progetto, ma la materia resta oggetto di indagini e di versioni contrapposte. Sarebbe quindi improprio trasformare elementi investigativi o ricostruzioni giornalistiche in conclusioni definitive.
Il punto interessante, per chi osserva il fenomeno da una prospettiva economica, è un altro.
Perché un progetto basato sui carbon credit può arrivare a prospettare valori tanto elevati?
Una nuova materia prima finanziaria
Per comprenderlo bisogna cambiare prospettiva.
Una foresta non rappresenta più soltanto legname, biodiversità o territorio.
Può diventare anche un’attività capace di generare crediti negoziabili.
Se un progetto dimostra, secondo determinate metodologie, di avere evitato emissioni o assorbito CO₂, può generare carbon credit. Questi crediti possono successivamente essere acquistati da imprese intenzionate a compensare parte delle proprie emissioni.
Nasce così una sorta di nuova materia prima ambientale.
Ed è precisamente qui che si manifesta contemporaneamente la forza e la vulnerabilità del sistema.
Perché il valore economico non dipende soltanto dall’esistenza della foresta.
Dipende dalla capacità di dimostrare che quella foresta produce un beneficio climatico aggiuntivo, misurabile, verificabile e sufficientemente duraturo.
Una differenza tutt’altro che marginale.
Il problema dell’addizionalità
Supponiamo che un milione di ettari di foresta sarebbe comunque rimasto intatto.
Attribuire crediti di carbonio alla sua semplice esistenza significherebbe trasformare in riduzione delle emissioni qualcosa che sarebbe avvenuto ugualmente.
È il problema dell’addizionalità.
Il credito dovrebbe nascere soltanto quando il progetto determina una riduzione o una rimozione delle emissioni che, in assenza dell’intervento finanziato, non si sarebbe verificata.
A questo si aggiungono almeno altre questioni: la permanenza del beneficio ambientale, il rischio che la deforestazione venga semplicemente trasferita altrove, la corretta misurazione della CO₂ e l’assenza di doppie contabilizzazioni.
Sono problemi tecnici, ma producono conseguenze finanziarie enormi.
Perché se viene meno l’integrità ambientale del credito, viene meno anche il valore economico dell’attività sottostante.
Il paradosso della finanza sostenibile
Qui emerge un paradosso.
La finanza sostenibile nasce con l’obiettivo di attribuire un valore economico alla tutela dell’ambiente. Ed è un principio condivisibile: se proteggere una foresta produce un beneficio collettivo, è ragionevole cercare strumenti capaci di remunerare chi quella foresta la preserva.
Ma nel momento in cui quel beneficio viene trasformato in un’attività finanziaria negoziabile nasce inevitabilmente un incentivo economico.
E dove esiste un incentivo economico elevato aumenta la necessità di controlli.
Il problema, dunque, non è il carbon credit in sé.
È la governance del carbon credit.
Chi stabilisce quanta CO₂ è stata realmente evitata?
Chi controlla i dati?
Chi verifica la proprietà dei terreni?
Chi certifica che le popolazioni locali abbiano prestato il proprio consenso?
Chi impedisce che lo stesso beneficio climatico venga contabilizzato due volte?
E soprattutto: chi controlla i controllori?
L’Africa e il nuovo valore delle foreste
La vicenda assume una rilevanza ancora maggiore perché molti grandi progetti internazionali guardano proprio all’Africa.
Il continente dispone di enormi patrimoni forestali e naturali e contemporaneamente necessita di capitali per lo sviluppo.
I carbon credit possono quindi rappresentare una straordinaria opportunità.
Una foresta che ieri produceva reddito principalmente attraverso il suo sfruttamento può teoricamente generarlo attraverso la propria conservazione.
È un ribaltamento economico importante.
Ma può nascere anche il fenomeno opposto: grandi investitori internazionali interessati ai diritti economici collegati al carbonio immagazzinato in territori appartenenti a Stati o comunità con capacità negoziale molto inferiore.
Il rischio è che alla vecchia corsa alle materie prime se ne affianchi una nuova: la corsa al carbonio.
Non più soltanto petrolio, rame, cobalto o terre rare.
Anche foreste.
Dal greenwashing al rischio finanziario
La questione riguarda direttamente anche banche e investitori.
Per molto tempo il rischio associato ai carbon credit è stato considerato prevalentemente reputazionale.
Un’impresa acquistava crediti di scarsa qualità e veniva accusata di greenwashing.
Oggi la prospettiva deve essere più ampia.
Se i crediti diventano attività economiche, garanzie contrattuali o elementi centrali nei business plan di società e progetti finanziati, la loro qualità diventa anche un problema di rischio finanziario.
Un credito valutato dieci può rapidamente valere molto meno se vengono contestate la metodologia utilizzata, l’addizionalità del progetto o la titolarità dei diritti sul territorio.
Per una banca questo significa che la due diligence non può fermarsi al bilancio dell’impresa.
Occorre comprendere anche ciò che sta dietro l’attività ambientale.
È un passaggio culturale importante: il rischio ESG entra nel rischio di credito.
La lezione del caso Lavitola-Ranucci
È probabilmente questa la parte più interessante della vicenda.
Non spetta all’osservatore economico stabilire quale ruolo abbiano avuto i singoli protagonisti negli eventi sui quali sta lavorando la magistratura.
Ranucci resta innanzitutto la vittima dell’attentato e le responsabilità penali devono essere determinate esclusivamente nelle sedi competenti.
Ma quanto sta emergendo consente di accendere una luce su un mercato ancora poco conosciuto dall’opinione pubblica.
Dietro una parola apparentemente innocua come carbon credit possono muoversi progetti dal valore potenziale enorme, intermediari, società, investitori internazionali e diritti su milioni di ettari di territorio.
Ed è proprio quando gli interessi economici diventano così grandi che la sostenibilità deve smettere di essere soltanto una dichiarazione.
Deve diventare misurazione, tracciabilità, controllo e governance.
Perché il carbonio può certamente diventare un prezzo.
Ma perché possa diventare anche valore finanziario occorre prima dimostrare che dietro quel prezzo esista un valore ambientale reale.
Altrimenti il rischio è quello di costruire una finanza verde nella forma, ma estremamente tradizionale nella sostanza: grandi aspettative di rendimento, asimmetrie informative e una domanda che accompagna i mercati da sempre.
Chi certifica il valore di ciò che stiamo comprando?
È questa, molto più dei nomi che oggi occupano le cronache, la vera questione sollevata dal caso dei carbon credit africani.