Vive e lavora ai Parioli, dove ha trasformato il suo salone in un piccolo spazio di libertà. Ma, secondo quanto raccontato dalla donna, una condanna pronunciata in Iran per poesie e post pubblicati dall’Italia dimostra che per chi lascia un regime autoritario il confine geografico non sempre coincide con quello della libertà.
Ci sono luoghi nei quali la libertà comincia quasi senza farsi notare.
Un libro appoggiato su un tavolo. Una poesia letta ad alta voce. Una canzone. Una conversazione tra donne mentre qualcuno sistema loro i capelli.
Ai Parioli, nel cuore di Roma, il salone di Ghazal, parrucchiera iraniana che vive in Italia, è diventato qualcosa di più di un luogo di lavoro. È uno spazio nel quale cultura, parole e memoria del proprio Paese possono circolare liberamente.
Ed è proprio dalle parole che nasce una storia capace di collegare Roma e l’Iran in maniera inquietante.
Secondo quanto raccontato dalla donna e riportato dalla stampa italiana, un tribunale iraniano l’avrebbe condannata per «propaganda contro la Repubblica Islamica». Alla base del procedimento vi sarebbero poesie, video, post e commenti pubblicati sui social mentre Ghazal si trovava in Italia.
Una circostanza che apre una domanda molto più grande della vicenda individuale:
quanto bisogna essere lontani da un regime per essere davvero liberi?
Da Teheran a Roma, due saloni e la stessa voglia di parlare
Nella storia di Ghazal c’è un particolare che sembra quasi costruito per diventare una metafora.
Anche sua madre aveva un salone in Iran.
Era uno di quei luoghi nei quali le donne potevano incontrarsi e parlare. Tra una piega e un taglio di capelli circolavano racconti, confidenze e talvolta critiche nei confronti del sistema politico.
Ma erano parole che dovevano essere pronunciate con prudenza.
Oggi la figlia gestisce un salone a Roma.
Il gesto è apparentemente lo stesso. Le donne entrano, parlano, si raccontano.
È cambiata una cosa fondamentale: qui quelle parole possono essere pronunciate ad alta voce.
Ed è forse proprio questa la parte più significativa della storia.
Perché la libertà non consiste soltanto nel poter attraversare una frontiera. Consiste nella possibilità di smettere di abbassare la voce.
Quando il regime attraversa la frontiera
Ghazal vive in Italia.
Eppure, secondo il suo racconto, la sentenza iraniana sarebbe stata notificata alla famiglia rimasta nel Paese.
È qui che la vicenda assume una dimensione diversa.
Se non è possibile raggiungere direttamente chi è partito, infatti, la pressione può spostarsi sulle persone rimaste.
Genitori. Fratelli. Parenti.
Gli affetti diventano così il punto più vulnerabile di chi vive all’estero.
È uno dei meccanismi più insidiosi della repressione transnazionale: la persona lascia fisicamente il territorio dello Stato autoritario, ma lo Stato cerca di non lasciare lei.
La distanza geografica perde parte del suo significato.
Roma può trovarsi a migliaia di chilometri da Teheran e, nello stesso tempo, una telefonata ricevuta dalla propria famiglia può improvvisamente cancellare quella distanza.
La paura viaggia molto più velocemente degli aerei.
Le donne e la battaglia delle parole
Il caso di Ghazal assume un significato ancora maggiore se inserito nella più ampia condizione delle donne iraniane.
Negli ultimi anni la loro protesta ha assunto una dimensione internazionale.
Il movimento “Donna, Vita, Libertà”, esploso dopo la morte di Mahsa Amini nel settembre 2022, ha mostrato qualcosa che probabilmente va oltre la stessa questione del velo.
Al centro della protesta c’è infatti il diritto della donna a decidere della propria vita, del proprio corpo, del proprio modo di vestirsi e della propria voce.
Per questo anche un gesto apparentemente piccolo può assumere un significato politico.
Togliere un velo.
Pubblicare una fotografia.
Scrivere una poesia.
Condividere un post.
Cantare.
Raccontare quello che accade.
Sono azioni normali in una società libera. Possono diventare atti di opposizione quando qualcuno pretende di stabilire quali parole possano essere pronunciate e quali debbano rimanere nascoste.
Ed è forse questo uno degli aspetti più difficili da comprendere osservando queste vicende dall’Europa.
La libertà si misura soprattutto attraverso le cose che non ci accorgiamo più di poter fare.
Internet ha eliminato le distanze. Anche per la repressione
C’è poi un elemento nuovo rispetto alle dittature del Novecento.
La tecnologia.
Internet e i social network hanno permesso ai dissidenti di parlare al mondo senza necessariamente trovarsi all’interno del proprio Paese.
Ma la stessa tecnologia consente ai governi autoritari di osservare ciò che accade fuori dai propri confini.
Un post pubblicato a Roma può essere letto immediatamente a Teheran.
Una manifestazione organizzata a Parigi può essere fotografata.
Un video girato a Berlino può raggiungere milioni di persone in pochi minuti.
La rete ha globalizzato la libertà di espressione.
Ma, paradossalmente, ha globalizzato anche la capacità di sorvegliarla.
È una delle contraddizioni del nostro tempo.
Non esiste più una separazione netta tra ciò che una persona dice “dentro” e ciò che dice “fuori” dal proprio Paese.
Lo spazio digitale non conosce frontiere.
E i regimi lo hanno capito.
Colpire chi rimane
È probabilmente questo l’aspetto più doloroso della vicenda.
Chi lascia un Paese autoritario può conquistare la propria libertà individuale.
Ma raramente parte da solo.
Porta con sé una rete invisibile di relazioni che rimane dall’altra parte della frontiera.
Ed è attraverso quella rete che la pressione può continuare.
Nasce così una forma particolarmente crudele di autocensura.
Non più:
«Se parlo, cosa succederà a me?»
ma:
«Se parlo, cosa potrebbe succedere a loro?»
È una domanda capace di trasformare la famiglia in un confine invisibile.
Non servono muri.
Non servono fili spinati.
A volte basta sapere che dall’altra parte ci sono le persone che ami.
Un salone di parrucchiera può diventare un luogo politico
Ed eccoci nuovamente a Roma.
A quel salone.
Forse è proprio questo particolare apparentemente marginale a raccontare meglio l’intera storia.
Perché i grandi cambiamenti sociali non avvengono soltanto nei parlamenti o nelle piazze.
Avvengono anche nei luoghi quotidiani.
Nelle cucine.
Nelle scuole.
Nei caffè.
Nei saloni di parrucchiera.
Ovunque le persone possano incontrarsi e raccontarsi ciò che pensano.
Il potere autoritario teme spesso questi luoghi proprio perché non riesce completamente a controllarli.
Una conversazione genera un’altra conversazione.
Una poesia passa da una persona all’altra.
Un’idea attraversa una stanza.
Poi una città.
Poi una frontiera.
La libertà comincia quando non si abbassa più la voce
La storia di Ghazal non riguarda soltanto l’Iran.
Riguarda qualcosa di molto più universale.
Ci ricorda che esistono persone costrette ad attraversare migliaia di chilometri per conquistare libertà che altri considerano normali.
Scrivere.
Parlare.
Criticare un governo.
Leggere una poesia.
Pubblicare un pensiero.
Ma ci ricorda anche che partire non significa necessariamente essere completamente al sicuro.
I regimi contemporanei hanno imparato a utilizzare strumenti nuovi: la rete, la sorveglianza digitale, le pressioni sulle famiglie, la paura delle conseguenze per chi è rimasto.
Per questo la storia di una parrucchiera iraniana dei Parioli può diventare molto più della cronaca di una sentenza.
Può diventare il racconto di una battaglia antica quanto il potere stesso: quella tra chi pretende di controllare le parole e chi continua ostinatamente a pronunciarle.
Forse la libertà comincia proprio così.
Non quando attraversiamo una frontiera.
Ma quando scopriamo di poter parlare senza doverci più voltare per controllare chi ci sta ascoltando.