L’Iran sta vivendo le ore più buie della sua storia recente. Quella che era iniziata come una protesta contro il carovita e la repressione si è trasformata in un bagno di sangue senza precedenti.
Secondo le ultime denunce della fondazione facente capo al premio Nobel per la pace Narges Mohammadi e delle principali organizzazioni per i diritti umani, il bilancio delle vittime avrebbe raggiunto cifre spaventose, con stime che parlano di almeno 2.000 morti a seguito di vere e proprie “sparatorie di massa” orchestrate dal regime.
Le testimonianze che filtrano nonostante il blackout quasi totale di Internet imposto da Teheran descrivono uno scenario apocalittico. A Qom, Ilam e Kermanshah, le forze d’élite dei Pasdaran e le milizie Basij avrebbero aperto il fuoco ad altezza uomo contro la folla.
La fondazione Mohammadi riferisce di raid sistematici all’interno degli ospedali per sequestrare i feriti e nascondere i corpi.
Si contano oltre mille arresti al giorno, con le carceri di Evin e Rajaee Shahr ormai al collasso.
Amnesty International ha confermato l’uso di armi da fuoco pesanti e gas lacrimogeni all’interno di strutture sanitarie, dove i medici tentano disperatamente di curare i manifestanti sotto tiro.
Dall’altra parte del mondo, la Casa Bianca segue l’escalation con estrema attenzione. Il presidente Donald Trump, tornato alla presidenza con una linea di “massima pressione” ancora più marcata, ha dichiarato su Truth Social che gli Stati Uniti sono “pronti ad aiutare il popolo iraniano nella sua lotta per la libertà”.
Fonti del Pentagono confermano che Trump sta valutando attivamente l’ipotesi di un attacco mirato.
Gli obiettivi potrebbero includere:
Siti logistici dei Pasdaran: Per indebolire la capacità repressiva del regime.
Infrastrutture strategiche: Per paralizzare le comunicazioni delle forze di sicurezza.
Supporto tecnologico: L’attivazione massiccia di satelliti (tra cui i terminali Starlink) per bucare il blackout informativo.
“Se uccideranno i manifestanti, possiamo colpirli duramente”, ha avvertito Trump, sottolineando che non permetterà un nuovo “massacro impunito”.
La risposta della Repubblica Islamica non si è fatta attendere. Il portavoce del regime ha inviato un avvertimento diretto a Washington: “Qualsiasi aggressione militare contro il suolo iraniano sarà considerata un atto di guerra totale”.
Teheran ha minacciato di colpire immediatamente:
Le basi militari statunitensi in Iraq, Siria e nei Paesi del Golfo.
Obiettivi sensibili in Israele, considerato l’alleato chiave dell’amministrazione Trump nella regione.
Mentre le piazze iraniane continuano a gridare “Morte al dittatore”, il mondo osserva con il fiato sospeso. Se Trump dovesse decidere per l’intervento, ci troveremmo di fronte al rischio concreto di un conflitto regionale su vasta scala.
Nel frattempo, l’erede dello scià, Reza Pahlavi, ha lanciato un appello allo sciopero generale, mentre i manifestanti nelle province più calde hanno iniziato a sostituire i nomi delle vie con “Via Presidente Trump” in segno di sfida al regime.

