Cecchini a Sarajevo: l’indagato rompe il silenzio. “Non ho paura, nella vita ne ho viste tante”

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Resta alta la tensione attorno all’inchiesta internazionale sui “cecchini di Sarajevo”, l’indagine che mira a fare luce sulle responsabilità individuali durante il sanguinoso assedio della capitale bosniaca negli anni ’90.

Nelle ultime ore, uno dei principali indagati ha rilasciato dichiarazioni lapidarie che stanno già facendo discutere l’opinione pubblica e le associazioni delle vittime.

Raggiunto dai cronisti, l’uomo (la cui identità rimane protetta dal segreto istruttorio pur essendo iscritto nel registro degli indagati) ha mostrato un atteggiamento di estrema fermezza, quasi di sfida verso il procedimento giudiziario a suo carico. “Non ho paura di questa indagine”, ha dichiarato con freddezza. “Nella mia vita ne ho viste tante, troppe. Non saranno queste carte a spaventarmi”.

Le sue parole sembrano voler sminuire la portata dell’inchiesta, che invece si avvale di nuovi documenti d’archivio, testimonianze incrociate e perizie balistiche avanzate per identificare chi, dalle colline circostanti, sparava sulla popolazione civile inerme per oltre mille giorni di assedio.

L’indagine si inserisce in un nuovo filone di cooperazione tra le procure locali e gli organismi internazionali che si occupano di crimini di guerra. L’obiettivo è colmare quei vuoti di giustizia lasciati dai grandi processi dell’Aja, andando a colpire i “livelli intermedi” e gli esecutori materiali che per decenni hanno goduto dell’anonimato.

Secondo l’accusa, l’indagato avrebbe ricoperto un ruolo attivo in una delle postazioni fisse da cui partivano i colpi destinati a “Sniper Alley”, la tristemente nota via dei cecchini dove persero la vita centinaia di civili, inclusi molti bambini.

Le dichiarazioni dell’indagato hanno sollevato indignazione tra i sopravvissuti. “Sentire che chi è sospettato di tali atrocità non prova timore né rimorso è un insulto alla memoria dei nostri cari”, ha commentato un portavoce delle associazioni dei familiari delle vittime.

Mentre la difesa sostiene l’estraneità del proprio assistito ai fatti contestati, parlando di “scambio di persona” o di “accuse basate su ricordi distorti dal tempo”, la magistratura prosegue il suo lavoro. Le prossime settimane saranno cruciali per l’analisi del materiale probatorio e per decidere se procedere con il rinvio a giudizio.

La storia di Sarajevo, a trent’anni di distanza, continua a essere una ferita aperta che chiede, ancora una volta, giustizia e verità.