L’attuale quadrante mediorientale non riflette più soltanto una crisi regionale, ma la deflagrazione di un ordine internazionale che pare aver smarrito ogni residuo di deterrenza diplomatica.
L’attraversamento dello Stretto di Hormuz da parte di unità navali francesi, contestuale alle rivendicazioni di Teheran circa l’abbattimento di un caccia F-35 statunitense, proietta il conflitto in una dimensione di scontro diretto tra potenze, dove il valore simbolico della cattura di un pilota diviene l’innesco per una ritorsione dalle proporzioni sistemiche.
Siamo di fronte a una transizione violenta: dalla gestione delle crisi alla “dottrina della tabula rasa” evocata dalle ultime dichiarazioni della Casa Bianca, che segnano il passaggio definitivo dalla pressione economica all’annichilimento infrastrutturale.
La distruzione del ponte B1 in Iran non rappresenta solo una perdita logistica, ma solleva interrogativi giuridici di portata internazionale.
Se Teheran evoca lo spettro del terrorismo di matrice jihadista per descrivere le tattiche nemiche, la comunità internazionale assiste impotente a una mutazione del conflitto dove la popolazione civile e le infrastrutture critiche diventano gli obiettivi primari di una strategia volta a riportare il nemico, citando le parole di Washington, a una condizione pre-industriale.
Il disallineamento tra l’Eliseo e la Casa Bianca è ora manifesto. Macron denuncia le “contraddizioni” di una strategia americana che pare aver rinunciato a ogni spiraglio negoziale, mentre i mercati reagiscono con la violenza tipica dei periodi di guerra totale:
Con il greggio stabilmente sopra i 110 dollari, la sicurezza energetica europea vacilla sotto il peso di costi insostenibili.
L’allarme di S&P e il drastico taglio del Pil italiano allo 0,4% confermano che la guerra si sta già combattendo sui bilanci delle famiglie e delle imprese europee.
Il coinvolgimento, seppur marginale nelle infrastrutture, della base italiana Unifil a Shama è il campanello d’allarme finale. In un teatro dove i confini tra attori statali e milizie si fanno sempre più labili, la neutralità delle missioni di pace è costantemente sotto scacco.
Mentre Papa Leone XIV invoca una riflessione su quella che definisce “un’ora oscura”, la realtà sul campo suggerisce che la strada della diplomazia, invocata con forza dall’India, sia ormai ridotta a un sentiero impervio, ostacolato dalle macerie di un dialogo che le grandi potenze sembrano non voler più ricostruire.
