
Secondo le ultime notizie diffuse dalle agenzie di stampa (tra cui la semi-ufficiale Fars), circa 30 imbarcazioni cinesi hanno attraversato lo stretto sotto la supervisione della Marina del Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (Pasdaran). Non si è trattato di un transito casuale, ma dell’attuazione di un protocollo di gestione concordato tra il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e Pechino.
Mentre l’Iran pratica una chiusura “selettiva” per contrastare le navi dei paesi considerati non neutrali o legati all’asse Washington-Tel Aviv, Pechino ha ottenuto una corsia preferenziale.
L’accordo non ha solo una valenza commerciale, ma profondamente politica:
Le navi cinesi operano ora sotto una sorta di “garanzia di non aggressione” da parte iraniana.
La Cina, che acquista oltre il 60% del greggio iraniano, si assicura la continuità delle forniture nonostante il clima di guerra.
La mossa di Teheran è una risposta diretta alle pressioni dell’amministrazione Trump, dimostrando che il blocco dello Stretto non è totale, ma discriminatorio.
La mossa ha lasciato l’amministrazione statunitense in una posizione complessa. Se da un lato il presidente **Donald Trump** ha dichiarato che la Cina potrebbe essere un mediatore per una tregua (affermando che Xi Jinping “vorrebbe vedere lo Stretto aperto”), dall’altro l’accordo bilaterale Iran-Cina indebolisce l’efficacia delle sanzioni e del monitoraggio del Centcom.
Nel frattempo, l’Europa osserva con preoccupazione. Mentre l’Italia ha predisposto unità cacciamine per precauzione, le compagnie petrolifere europee cercano di navigare l’estrema volatilità dei prezzi causata dal conflitto.
L’apertura di Hormuz alle navi cinesi conferma il ruolo della Cina come “potenza responsabile”e mediatrice nell’area, capace di ottenere garanzie che l’Occidente non riesce più a negoziare. Per Teheran, è una boccata d’ossigeno economico; per Pechino, è la prova che la propria presenza nel Medio Oriente è ormai indispensabile per la stabilità (e la convenienza) globale.
Lo Stretto di Hormuz non è più solo un punto di strangolamento geografico, ma un filtro politico dove il transito è permesso non più in base al diritto internazionale del mare, ma in base al colore della bandiera e alle alleanze strategiche.