Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

Iran-Usa, nuova notte di fuoco: colpiti oltre 80 obiettivi, Teheran risponde nel Golfo

Navi e fuochi notturni in lontananza.

I raid americani riaprono lo scontro nello Stretto di Hormuz. Allarmi e intercettazioni in Bahrein e Kuwait

La fragile tregua tra Stati Uniti e Iran-Usa è tornata a vacillare. Nella notte tra il 7 e l’8 luglio 2026, le forze americane hanno condotto una nuova e vasta operazione militare contro obiettivi iraniani situati soprattutto lungo la costa meridionale del Paese e nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz.

Il Comando centrale degli Stati Uniti ha dichiarato di avere colpito oltre 80 obiettivi. Tra questi figurano sistemi di difesa aerea, centri di comando e controllo, postazioni radar costiere, capacità missilistiche antinave e più di 60 piccole imbarcazioni riconducibili al Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica.

Washington sostiene che l’operazione rappresenti una risposta agli attacchi contro tre navi commerciali in transito nello Stretto di Hormuz. L’Iran-Usa respinge però le accuse e considera i bombardamenti una violazione degli accordi provvisori raggiunti nelle settimane precedenti.

La conseguenza è una nuova escalation militare che coinvolge ormai non soltanto Iran e Stati Uniti, ma anche alcuni Paesi arabi del Golfo che ospitano importanti installazioni americane, in un contesto di tensione crescente tra Iran-Usa.

Gli Stati Uniti colpiscono difese, radar e mezzi navali iraniani

Secondo la ricostruzione fornita dal Comando centrale statunitense, i raid sono stati progettati per ridurre la capacità iraniana di minacciare la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz.

Gli obiettivi avrebbero incluso infrastrutture militari utilizzate per individuare, seguire e colpire le navi in transito. Washington afferma inoltre di avere distrutto o danneggiato numerosi mezzi veloci appartenenti alle Guardie rivoluzionarie, spesso impiegati nelle operazioni di sorveglianza e pressione sulle petroliere.

I nuovi attacchi Usa contro l’Iran sono stati presentati come una risposta diretta alle azioni compiute contro tre imbarcazioni commerciali. Gli Stati Uniti hanno definito tali attacchi ingiustificati, pericolosi e contrari alla tregua raggiunta con Teheran.

Un funzionario americano citato dalla CNN ha descritto l’operazione come una “punizione” e non come una risposta puramente proporzionata, sostenendo che la pressione militare non sarebbe terminata rapidamente. La dichiarazione lascia intendere che Washington potrebbe essere pronta a proseguire i raid qualora l’Iran continuasse a colpire il traffico marittimo.

Esplosioni a Qeshm, Sirik e Bandar Abbas

I media di Stato iraniani hanno riferito di diverse esplosioni nelle aree costiere meridionali del Paese.

Sei esplosioni sarebbero state avvertite sull’isola di Qeshm, sette nella zona di Sirik e altre ancora a Bandar Abbas, una delle principali città portuali iraniane sul Golfo Persico. Sono stati inoltre segnalati danni a infrastrutture portuali e installazioni situate vicino alla costa.

La portata esatta dei danni non è ancora verificabile in modo indipendente. Le informazioni disponibili provengono in gran parte dai governi e dalle forze armate direttamente coinvolte nello scontro.

Teheran accusa Washington di avere violato l’intesa

Il ministero degli Esteri iraniano ha condannato i bombardamenti, accusando gli Stati Uniti di avere violato il memorandum d’intesa che avrebbe dovuto ridurre le ostilità e favorire una ripresa dei negoziati.

Secondo Teheran, Washington avrebbe infranto ripetutamente gli impegni assunti, utilizzando gli episodi nello Stretto di Hormuz come pretesto per tornare a colpire il territorio iraniano.

Il governo iraniano ha annunciato misure decisive a tutela della sicurezza nazionale e dei propri interessi strategici. Le forze armate hanno definito i raid americani un atto di aggressione e hanno promesso una risposta severa.

Gli Stati Uniti sostengono invece che sia stato l’Iran a violare per primo la tregua, prendendo di mira le navi commerciali e cercando di imporre proprie condizioni al transito nello Stretto.

Le due parti utilizzano quindi la stessa intesa per accusarsi reciprocamente. In questo clima, il memorandum non sembra più offrire una reale protezione contro una nuova guerra su vasta scala.

La risposta iraniana raggiunge Bahrein e Kuwait

La reazione di Teheran non si è fatta attendere. Missili e droni iraniani sono stati lanciati contro installazioni militari statunitensi in Bahrein e Kuwait.

Tra gli obiettivi indicati dalle Guardie rivoluzionarie figurano le strutture della Quinta Flotta americana in Bahrein e la base aerea di Ali Al Salem, in Kuwait. Le difese dei due Paesi sono entrate in azione per intercettare le minacce.

In Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme. Il ministero dell’Interno ha invitato cittadini e residenti a mantenere la calma e a raggiungere il luogo sicuro più vicino.

Anche il Kuwait ha annunciato di avere attivato i propri sistemi di difesa aerea contro missili e droni ostili. Le autorità kuwaitiane hanno spiegato che le esplosioni avvertite dalla popolazione erano legate alle operazioni di intercettazione.

Le prime comunicazioni di Manama e Kuwait City non avevano specificato con certezza l’origine di tutte le minacce. Successivamente, l’Iran ha rivendicato attacchi contro le installazioni statunitensi presenti nei due Paesi.

Il rischio per i Paesi del Golfo

Bahrein e Kuwait non sono semplici spettatori dello scontro.

Il Bahrein ospita il quartier generale della Quinta Flotta della Marina americana, mentre in Kuwait sono presenti basi e contingenti statunitensi. Questa presenza rende entrambi i Paesi potenziali obiettivi delle ritorsioni iraniane.

La situazione crea un problema politico e strategico per i governi del Golfo. Pur essendo alleati di Washington, questi Stati cercano da tempo di evitare che il proprio territorio diventi il fronte diretto di una guerra tra Stati Uniti e Iran.

Ogni nuovo attacco aumenta il rischio di vittime civili, danni alle infrastrutture e interruzioni dei collegamenti aerei e marittimi.

Lo Stretto di Hormuz al centro della crisi

Lo Stretto di Hormuz rappresenta il vero cuore economico e militare dello scontro.

Il passaggio collega il Golfo Persico con il Golfo dell’Oman e l’Oceano Indiano. Attraverso questa stretta via marittima transitano le esportazioni energetiche di Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait, Qatar, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti.

Prima dell’ultima guerra, i flussi petroliferi attraverso Hormuz superavano i 20 milioni di barili al giorno, una quantità equivalente a circa un quinto del consumo mondiale di petrolio e prodotti liquidi. Attraverso lo stesso passaggio transitava anche circa un quinto del commercio globale di gas naturale liquefatto.

Qualunque minaccia alla navigazione produce quindi effetti immediati sui mercati energetici, sui costi assicurativi e sulle rotte delle petroliere.

L’Iran considera lo Stretto una leva strategica fondamentale. Gli Stati Uniti e i Paesi del Golfo sostengono invece che la navigazione internazionale debba restare libera e che Teheran non possa imporre autorizzazioni o tariffe unilaterali alle navi commerciali.

Washington revoca il permesso per le vendite di petrolio iraniano

Parallelamente all’azione militare, gli Stati Uniti hanno ripristinato la pressione economica sull’Iran.

Il governo americano ha revocato la licenza che consentiva temporaneamente a Teheran di vendere petrolio sui mercati internazionali. Il provvedimento faceva parte delle concessioni collegate alla fragile intesa raggiunta nelle settimane precedenti.

La revoca della licenza riduce ulteriormente le possibilità iraniane di ottenere valuta attraverso le esportazioni energetiche.

Washington vuole dimostrare che gli attacchi contro il traffico commerciale produrranno contemporaneamente conseguenze militari ed economiche. Teheran interpreta invece la decisione come la conferma che gli Stati Uniti non intendono rispettare gli accordi.

La combinazione tra bombardamenti e nuove restrizioni petrolifere rende più difficile una ripresa immediata dei negoziati.

Trump al vertice NATO mentre il conflitto si allarga

I nuovi raid sono avvenuti mentre il presidente Donald Trump si trovava ad Ankara per il vertice della NATO.

La coincidenza ha dato alla crisi una dimensione ancora più ampia. Trump deve rassicurare gli alleati sulla sicurezza delle rotte energetiche, ma anche spiegare fino a che punto Washington intenda spingersi nel confronto con Teheran.

Il presidente americano continua a mantenere aperte due possibilità: intensificare l’azione militare oppure utilizzare la pressione per ottenere un nuovo accordo.

Il problema è che ogni attacco rende più difficile tornare al tavolo senza apparire deboli. L’Iran non vuole accettare un’intesa sotto i bombardamenti, mentre gli Stati Uniti non intendono offrire nuove concessioni senza garanzie sulla libertà di navigazione.

Arabia Saudita e Qatar accusano l’Iran per gli attacchi alle navi

L’escalation è stata preceduta dagli attacchi contro alcune navi commerciali nello Stretto di Hormuz.

Arabia Saudita e Qatar hanno attribuito all’Iran la responsabilità di episodi che hanno coinvolto una petroliera saudita e una metaniera qatariota. Teheran ha negato parte delle accuse e ha sostenuto di intervenire soltanto contro le imbarcazioni che non rispettano le procedure imposte dalle autorità iraniane.

Per Riad e Doha, gli attacchi costituiscono una minaccia alla sicurezza della navigazione e alla continuità delle forniture energetiche mondiali.

La tensione dimostra quanto sia difficile separare il conflitto militare dalla competizione per il controllo delle rotte commerciali.

Una tregua sempre più vicina al collasso

Gli scontri del 7 e 8 luglio non rappresentano ancora necessariamente l’inizio di una nuova offensiva totale. Sono però il segnale più evidente del fallimento della tregua provvisoria.

Gli Stati Uniti hanno colpito un numero elevato di obiettivi e dichiarano di voler imporre costi pesanti all’Iran. Teheran ha risposto portando nuovamente la guerra nei Paesi del Golfo che ospitano le forze americane.

In questa fase, il rischio principale è quello di una catena di rappresaglie.

Un missile che superi le difese, un attacco contro una nave con molte vittime o il danneggiamento di una grande infrastruttura energetica potrebbero obbligare una delle parti a reagire con maggiore forza.

La guerra tra Iran e Stati Uniti non si è quindi riaccesa all’improvviso: non si era mai realmente conclusa. La tregua aveva soltanto ridotto temporaneamente la frequenza degli attacchi.

Ora lo Stretto di Hormuz è tornato al centro del confronto. E con esso torna la minaccia di una crisi capace di coinvolgere l’intero Medio Oriente e di produrre conseguenze economiche ben oltre i confini della regione.

Domande frequenti sui nuovi attacchi tra Iran e Stati Uniti

Quanti obiettivi iraniani hanno colpito gli Stati Uniti?

Il Comando centrale statunitense ha dichiarato di avere colpito oltre 80 obiettivi, compresi sistemi di difesa aerea, radar costieri, centri di comando, capacità missilistiche antinave e più di 60 imbarcazioni delle Guardie rivoluzionarie.

Perché gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran?

Washington sostiene di avere reagito agli attacchi iraniani contro tre navi commerciali nello Stretto di Hormuz. Teheran contesta la versione americana e accusa gli Stati Uniti di avere violato la tregua.

L’Iran ha attaccato anche Bahrein e Kuwait?

Sì. L’Iran ha dichiarato di avere preso di mira installazioni militari statunitensi nei due Paesi. Bahrein e Kuwait hanno attivato le difese aeree contro missili e droni.

Perché lo Stretto di Hormuz è così importante?

Attraverso lo Stretto passa una quota rilevante delle esportazioni mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Una chiusura o una forte limitazione del traffico può provocare aumenti dei prezzi e difficoltà nelle forniture energetiche globali.