Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

Reti d’impresa, la nuova stagione delle PMI italiane

Essere piccoli non significa necessariamente essere deboli. Dall’intelligenza artificiale all’export, dalla sostenibilità alle competenze, collaborare può consentire alle PMI di raggiungere una dimensione competitiva senza rinunciare alla propria identità.

Il problema dell’impresa italiana non è soltanto essere piccola. È essere piccola e rimanere sola.

È probabilmente da questa considerazione che bisogna partire per comprendere perché, a oltre quindici anni dall’introduzione del contratto di rete nell’ordinamento italiano, il tema delle aggregazioni tra imprese continui a essere attuale e, per alcuni aspetti, lo sia oggi ancora più di ieri.

Il sistema produttivo italiano conserva infatti una delle sue caratteristiche storiche: la presenza di una moltitudine di piccole e medie imprese, spesso altamente specializzate, capaci di produrre qualità, innovazione e flessibilità, ma non sempre sufficientemente dimensionate per affrontare individualmente investimenti tecnologici, internazionalizzazione, ricerca, transizione energetica e crescente complessità dei mercati.

La risposta non deve necessariamente essere diventare più grandi attraverso fusioni e acquisizioni. Esiste una seconda strada: rimanere autonomi, ma imparare a fare insieme ciò che individualmente diventa sempre più difficile fare.

È la logica delle reti d’impresa.

Dai distretti industriali alle reti

La collaborazione tra imprese non costituisce una novità per il nostro Paese.

Già dalla fine degli anni Settanta e soprattutto negli anni Ottanta lo sviluppo dei distretti industriali aveva mostrato come la concentrazione territoriale di aziende specializzate potesse generare economie esterne, circolazione delle conoscenze, specializzazione produttiva e vantaggi competitivi.

Il made in Italy è cresciuto anche attraverso questa particolare capacità di coniugare piccola dimensione individuale e forza collettiva.

Nel 2009 il legislatore italiano ha compiuto un passo ulteriore introducendo il contratto di rete, attraverso il quale più imprese possono collaborare sulla base di un programma comune mantenendo, al tempo stesso, la propria autonomia giuridica e imprenditoriale.

In un mio precedente contributo pubblicato nel 2022 su Amministrazione & Finanza, dedicato ai vantaggi competitivi derivanti dai contratti di rete, avevo sottolineato proprio questo elemento: la rete può generare un valore che non coincide semplicemente con la somma delle singole imprese che la compongono.

Complementarità delle competenze, condivisione delle conoscenze, economie di scala, riduzione dei costi e possibilità di accedere a opportunità difficilmente raggiungibili individualmente rappresentano quello che potremmo definire un vero “premio di rete”.

A distanza di alcuni anni vale la pena tornare sul tema. Non tanto per riproporre le considerazioni formulate allora, quanto per domandarci se le trasformazioni intervenute nell’economia mondiale non abbiano reso ancora più importante la capacità delle imprese di collaborare.

Dalle 37 mila imprese del 2020 alle oltre 54 mila del 2026

I numeri mostrano che il fenomeno non è rimasto marginale.

A metà 2020 risultavano circa 37 mila imprese aderenti a contratti di rete, con circa un milione di addetti. Nel 2025 i contratti di rete attivi hanno superato quota 10.300, coinvolgendo circa 53 mila imprese e oltre 1,7 milioni di lavoratori.

I dati disponibili a giugno 2026 indicano un’ulteriore progressione: le imprese coinvolte hanno superato quota 54 mila, distribuite in oltre 10.600 contratti di rete.

In poco più di sei anni siamo quindi passati da circa 37 mila a oltre 54 mila imprese: un incremento nell’ordine del 46%.

Non siamo più, dunque, di fronte a un esperimento organizzativo circoscritto.

Interessante è anche la dimensione delle aggregazioni. La grande maggioranza delle reti comprende meno di dieci imprese e oltre la metà è formata soltanto da due o tre aziende. La rete non appare quindi necessariamente come una grande organizzazione: spesso rappresenta una collaborazione mirata tra pochi soggetti che individuano un interesse comune.

Dal punto di vista settoriale continua a essere rilevante l’agroalimentare, che rappresenta oltre un quinto delle imprese coinvolte, seguito dalle costruzioni e dal commercio.

Anche geograficamente il fenomeno interessa ormai l’intero Paese. Accanto al Lazio, che conserva una posizione particolarmente significativa, troviamo Lombardia, Veneto e una presenza crescente delle regioni meridionali. La Campania, ad esempio, supera le 4.000 imprese coinvolte nelle reti.

La piccola dimensione non è necessariamente un problema

Questi numeri inducono a riconsiderare uno dei temi ricorrenti del dibattito economico italiano.

Da decenni si sostiene che le imprese italiane siano troppo piccole.

L’affermazione contiene certamente una parte di verità. La dimensione ridotta può limitare la capacità di investire in ricerca, attrarre professionalità altamente specializzate, sviluppare una presenza internazionale stabile o sostenere grandi programmi di trasformazione tecnologica.

Ma probabilmente la questione andrebbe posta diversamente.

Essere piccoli non costituisce necessariamente uno svantaggio. Essere piccoli e isolati può diventarlo.

Una PMI specializzata, flessibile e radicata nel territorio può mantenere importanti vantaggi competitivi. Il problema nasce quando deve sostenere individualmente costi e competenze che richiedono una scala superiore.

La rete interviene precisamente in questo spazio: non cancella l’identità delle imprese, ma cerca di aumentare la dimensione delle attività nelle quali essere piccoli rappresenta uno svantaggio.

Un fenomeno che va oltre l’Italia

Il contratto di rete costituisce una peculiarità dell’ordinamento italiano, ma il principio economico sul quale si fonda è tutt’altro che esclusivamente italiano.

Nel resto d’Europa e nelle principali economie mondiali troviamo cluster, strategic alliances, innovation networks, industrial ecosystems e supply-chain partnerships.

Cambiano le forme giuridiche, ma la logica rimane simile: mettere in relazione imprese, università, centri di ricerca, fornitori, startup e istituzioni per creare competenze e capacità produttive che nessun soggetto potrebbe facilmente sviluppare da solo.

La stessa Unione europea ha progressivamente attribuito maggiore importanza ai cluster e agli ecosistemi industriali, considerandoli strumenti per rafforzare le catene del valore europee e accompagnare la doppia transizione digitale e ambientale.

In un’economia mondiale nella quale la competizione avviene sempre meno tra singole imprese e sempre più tra filiere ed ecosistemi, la capacità di costruire relazioni diventa essa stessa un fattore competitivo.

La nuova frontiera: condividere l’innovazione

Ed è probabilmente questo il punto nel quale la rete d’impresa del 2026 può differenziarsi maggiormente da quella immaginata quindici anni fa.

Prendiamo l’intelligenza artificiale.

Per una piccola impresa sviluppare autonomamente infrastrutture, acquisire software avanzati, assumere data scientist, esperti di cybersecurity o specialisti dell’IA può risultare economicamente difficile.

Ma cosa accadrebbe se queste competenze fossero condivise da dieci imprese?

La rete potrebbe diventare una sorta di infrastruttura tecnologica comune, attraverso la quale acquistare servizi, sviluppare applicazioni, formare il personale e distribuire i costi dell’innovazione.

Lo stesso ragionamento può essere applicato alla cybersecurity, alla gestione dei dati, alla ricerca e sviluppo e alla formazione.

Si passerebbe così dalla tradizionale condivisione di costi e servizi alla condivisione della conoscenza.

Ed è probabilmente questo il salto più importante che le reti devono ancora compiere.

Internazionalizzarsi insieme

Un secondo terreno riguarda l’accesso ai mercati internazionali.

Una piccola impresa italiana può avere un prodotto eccellente ma non possedere strutture commerciali sufficienti per presidiare stabilmente Stati Uniti, Cina, India o altri mercati emergenti.

Partecipare alle fiere internazionali, sviluppare piattaforme commerciali, costruire reti distributive, studiare normative locali e creare strutture di assistenza richiede risorse.

Una rete può condividere export manager, strutture commerciali, logistica, marketing e presenza internazionale.

Il principio è semplice: non esportare soltanto prodotti, ma esportare insieme capacità produttive e competenze complementari.

Sostenibilità ed energia: un’altra opportunità

Esiste poi la transizione ambientale.

Anche in questo caso molte PMI rischiano di incontrare un problema di scala.

Efficienza energetica, autoproduzione di energia, economia circolare, gestione degli scarti, misurazione delle emissioni e sostenibilità delle catene di fornitura richiedono investimenti e competenze.

Una rete territoriale può consentire, ad esempio, di condividere impianti, organizzare processi di economia circolare nei quali lo scarto di un’impresa diventa materia prima per un’altra, razionalizzare trasporti e logistica o sviluppare progetti energetici comuni.

La rete può così evolvere da semplice accordo commerciale a ecosistema produttivo territoriale.

Anche le competenze possono essere messe in rete

C’è infine una risorsa forse ancora più importante: le persone.

Molte PMI non hanno bisogno di un direttore dell’innovazione, di un sustainability manager, di un esperto di cybersecurity o di un export manager per cinque giorni alla settimana.

Ma potrebbero averne bisogno per alcuni giorni al mese.

Perché allora non condividerli?

La rete può consentire di costruire una sorta di management condiviso, mettendo professionalità altamente specializzate a disposizione di più imprese.

In questo modo la collaborazione non riguarda soltanto macchinari, acquisti o commercializzazione, ma arriva al capitale umano.

Il rischio delle reti che esistono soltanto sulla carta

Naturalmente firmare un contratto non significa automaticamente creare una rete.

Già nell’analisi del 2022 emergeva l’importanza della governance, della qualità del programma comune, dell’individuazione degli obiettivi e della capacità di organizzare concretamente la collaborazione.

Questo problema rimane centrale.

Una rete costituita soltanto per partecipare a un bando, ottenere un’agevolazione o realizzare un singolo progetto difficilmente produce vantaggi strutturali.

Servono fiducia, complementarità, regole, obiettivi misurabili e soprattutto una visione comune.

Non è un aspetto secondario se, secondo le analisi più recenti, tra le motivazioni delle imprese emergono l’aumento del potere contrattuale, la condivisione delle risorse e la partecipazione a bandi e appalti, mentre rimane ancora spazio per rafforzare la funzione delle reti come motore dell’innovazione.

Ed è probabilmente proprio qui che si gioca la prossima fase.

Dalla rete all’ecosistema

Per molti anni abbiamo pensato alle reti prevalentemente come uno strumento per consentire alle piccole imprese di raggiungere economie di scala.

Oggi questa interpretazione rischia di essere troppo limitata.

La rete del futuro potrebbe condividere tecnologia, dati, competenze, energia, ricerca, logistica, mercati e capitale umano.

Non sarebbe più soltanto un insieme di imprese che collaborano, ma un ecosistema nel quale ciascun partecipante mantiene la propria specializzazione mentre accede a risorse comuni.

In fondo è la stessa intuizione che aveva determinato il successo dei distretti industriali italiani, trasferita però in un’economia completamente diversa.

Il distretto era prevalentemente territoriale. La nuova rete può essere anche digitale.

Il distretto condivideva soprattutto conoscenze produttive. La nuova rete può condividere dati e intelligenza artificiale.

Il distretto nasceva spesso spontaneamente. La nuova rete deve essere progettata e governata.

Piccoli, ma non soli

Il sistema produttivo italiano difficilmente cambierà natura trasformando decine di migliaia di PMI in grandi imprese.

E forse non sarebbe neppure auspicabile.

La piccola dimensione ha prodotto flessibilità, specializzazione, capacità artigianale, radicamento territoriale e una parte importante del successo del made in Italy.

La vera sfida consiste allora nel conservare i vantaggi dell’essere piccoli eliminandone progressivamente gli svantaggi.

I numeri mostrano che le reti d’impresa stanno crescendo. Ma la prossima sfida non sarà soltanto aumentarne il numero.

Sarà aumentarne la qualità.

Se nella prima stagione delle reti la parola chiave è stata aggregazione, nella seconda potrebbe diventare condivisione: delle competenze, dell’innovazione, della tecnologia e della capacità di affrontare mercati sempre più complessi.

Ed è forse questa la lezione più importante che possiamo ricavare a distanza di quindici anni dall’introduzione del contratto di rete.

Il futuro delle PMI italiane non passa necessariamente dalla scelta tra rimanere piccole o diventare grandi. Può passare dalla capacità di rimanere autonome senza rimanere sole.