Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

La sostenibilità come strumento di gestione del rischio

Sostenibilità e gestione del rischio nelle strategie aziendali

Perché integrare i fattori ESG significa costruire imprese più resilienti

Negli ultimi anni il concetto stesso di rischio ha subito una profonda trasformazione. Per lungo tempo le imprese hanno concentrato la propria attenzione prevalentemente sui rischi economici e finanziari: l’andamento dei mercati, le oscillazioni dei tassi di interesse, l’insolvenza dei clienti, il costo delle materie prime o la disponibilità di capitale rappresentavano le principali fonti di incertezza da monitorare. La gestione del rischio coincideva, in larga misura, con la capacità di controllare queste variabili e di limitarne gli effetti sul conto economico e sulla situazione finanziaria. Oggi questo approccio non è più sufficiente. Le organizzazioni operano in un contesto profondamente diverso, caratterizzato da una crescente interdipendenza tra fattori economici, ambientali, tecnologici, sociali e geopolitici. Eventi apparentemente lontani possono produrre conseguenze immediate sulla continuità operativa di un’impresa: una crisi energetica può compromettere la competitività di un intero settore; un evento climatico estremo può interrompere la produzione; un attacco informatico può bloccare la logistica; un conflitto internazionale può modificare improvvisamente le catene globali di approvvigionamento. Il rischio non si presenta più come un fenomeno isolato. È il risultato di una rete di relazioni sempre più complesse. Questa evoluzione impone un cambiamento di prospettiva. Gestire il rischio non significa più soltanto reagire agli eventi quando si manifestano, ma sviluppare la capacità di anticiparli, comprenderne le possibili conseguenze e predisporre organizzazioni in grado di adattarsi rapidamente ai cambiamenti. È proprio in questo scenario che la sostenibilità assume un significato nuovo. Per molti anni essa è stata interpretata prevalentemente come insieme di politiche ambientali e sociali o come risposta alle richieste del legislatore e degli stakeholder. Oggi, invece, appare sempre più evidente come i fattori ESG rappresentino strumenti attraverso i quali rafforzare la resilienza dell’impresa. Investire nell’efficienza energetica significa ridurre l’esposizione alla volatilità dei prezzi dell’energia. Diversificare i fornitori significa diminuire il rischio di interruzione della produzione. Valorizzare il capitale umano significa aumentare la capacità di innovazione e di adattamento. Una governance più efficace migliora la qualità delle decisioni proprio nei momenti di maggiore incertezza. La sostenibilità, quindi, non elimina il rischio. Contribuisce a renderlo più prevedibile, più gestibile e meno capace di compromettere la continuità aziendale. È questa la prospettiva dalla quale prende avvio il presente contributo. L’obiettivo non è analizzare gli aspetti normativi della sostenibilità né approfondire i singoli indicatori ESG, ma mostrare come la sostenibilità rappresenti oggi uno dei principali strumenti di gestione del rischio e di costruzione della resilienza organizzativa. Comprendere questa evoluzione significa comprendere anche perché la sostenibilità non possa più essere considerata un tema separato dalla strategia, dalla governance e dalla finanza d’impresa.

TAVOLA 1 – L’evoluzione del concetto di rischio

Approccio tradizionaleApproccio attuale
Rischio economico e finanziarioRischio sistemico
Analisi dei singoli eventiAnalisi delle interdipendenze
Gestione delle conseguenzePrevenzione e resilienza
ControlloAdattamento
ReazioneAnticipazione
Continuità operativaContinuità e creazione di valore

Che cos’è oggi il rischio?

Per molti anni il rischio è stato definito come la probabilità che un determinato evento producesse effetti negativi sull’impresa. Oggi questa definizione appare incompleta. Il rischio comprende anche la capacità dell’organizzazione di reagire agli eventi, adattarsi ai cambiamenti e continuare a perseguire i propri obiettivi. La resilienza diventa quindi parte integrante del concetto stesso di rischio.

Dall’Enterprise Risk Management ai rischi ESG

Per molti anni la gestione del rischio è stata interpretata come un insieme di attività destinate prevalentemente a proteggere il patrimonio aziendale dagli eventi negativi. L’obiettivo principale consisteva nell’identificare i rischi più rilevanti, stimarne probabilità e impatto e predisporre adeguate misure di controllo. Questa impostazione, pur mantenendo ancora oggi la propria validità, rifletteva una realtà economica nella quale i rischi potevano essere analizzati in modo relativamente indipendente. Il rischio finanziario, quello operativo, quello di mercato o quello legale venivano spesso gestiti attraverso processi distinti, affidati a funzioni aziendali differenti. Negli ultimi due decenni questa visione si è progressivamente evoluta. L’aumento della complessità dei mercati, la globalizzazione delle catene di fornitura, la digitalizzazione dei processi produttivi e la crescente interconnessione tra economie hanno dimostrato come gli eventi di rischio raramente si manifestino in modo isolato. Al contrario, tendono a propagarsi rapidamente, generando effetti che coinvolgono simultaneamente differenti aree dell’organizzazione. La pandemia da COVID-19 ha rappresentato probabilmente l’esempio più evidente di questa trasformazione. Un’emergenza sanitaria si è rapidamente tradotta in una crisi economica, logistica, finanziaria e sociale, evidenziando come rischi di natura apparentemente diversa possano influenzarsi reciprocamente e compromettere la continuità operativa delle imprese. Da qui nasce l’evoluzione verso un approccio integrato alla gestione del rischio, comunemente identificato come Enterprise Risk Management (ERM). L’ERM non considera i singoli rischi come fenomeni autonomi, ma li interpreta come componenti di un sistema nel quale strategia, governance, organizzazione e processi decisionali risultano strettamente collegati. L’obiettivo non consiste più soltanto nel limitare le perdite. Consiste nel migliorare la qualità delle decisioni. In questa prospettiva il rischio non rappresenta semplicemente una minaccia da evitare. Diventa una variabile da governare. È proprio all’interno di questa evoluzione che trovano spazio i fattori ESG. Essi non costituiscono una nuova categoria di rischio separata rispetto a quelle tradizionali. Rappresentano piuttosto una diversa modalità di leggere e interpretare rischi già esistenti. Un cambiamento climatico può trasformarsi in rischio operativo.  Una governance inefficace può generare rischio reputazionale, finanziario o legale. Una cattiva gestione del capitale umano può compromettere la capacità innovativa dell’impresa e ridurne la competitività. La sostenibilità non introduce quindi rischi completamente nuovi. Permette di osservare con maggiore anticipo fenomeni che, se trascurati, potrebbero compromettere gli equilibri economici e finanziari dell’organizzazione.

Per questa ragione i fattori ESG stanno progressivamente entrando nei sistemi di Enterprise Risk Management. Non come un adempimento imposto dalla normativa, ma come uno strumento capace di migliorare la qualità delle informazioni disponibili per il management e di rafforzare la capacità dell’impresa di anticipare le trasformazioni del contesto competitivo. In questo senso la sostenibilità contribuisce a modificare anche il ruolo del risk management. Quest’ultimo non è più chiamato soltanto a controllare il rischio. È chiamato a supportare il management nella costruzione di organizzazioni più resilienti, capaci di adattarsi ai cambiamenti e di trasformare l’incertezza in un elemento della pianificazione strategica. La gestione del rischio e la sostenibilità smettono così di essere discipline parallele. Diventano due prospettive complementari attraverso le quali interpretare la stessa realtà aziendale.

TAVOLA 2 – L’evoluzione dell’Enterprise Risk Management

Approccio tradizionaleApproccio integrato (ERM)
Analisi dei singoli rischiVisione sistemica
ControlloGoverno del rischio
Reazione agli eventiPrevenzione e anticipazione
Funzioni separateIntegrazione tra funzioni
Focus sul breve periodoVisione strategica
Protezione del patrimonioCreazione di resilienza

Il rischio non è il problema. È il modo in cui lo si gestisce.

Ogni impresa convive quotidianamente con numerosi fattori di rischio. La differenza tra un’organizzazione fragile e una resiliente non dipende dall’assenza di rischi, ma dalla capacità di identificarli tempestivamente, comprenderne le possibili interazioni e predisporre strategie adeguate per affrontarli.  La sostenibilità rappresenta uno degli strumenti attraverso i quali questa capacità può essere rafforzata.

Come i fattori ESG contribuiscono alla gestione del rischio

Affermare che la sostenibilità contribuisca alla gestione del rischio non significa sostenere che essa sia in grado di eliminare l’incertezza. Nessuna organizzazione può sottrarsi completamente agli effetti di crisi economiche, eventi climatici estremi, tensioni geopolitiche o profonde trasformazioni tecnologiche.  Ciò che cambia è la capacità dell’impresa di affrontare tali eventi.  La sostenibilità interviene infatti non tanto sull’esistenza del rischio quanto sulla vulnerabilità dell’organizzazione. In altre parole, contribuisce a ridurre la probabilità che un determinato evento produca effetti tali da compromettere la continuità aziendale.  È questa la differenza tra una gestione reattiva e una gestione preventiva del rischio.

La dimensione ambientale: ridurre l’esposizione ai rischi fisici e di transizione

I fattori ambientali rappresentano uno degli ambiti nei quali il collegamento tra sostenibilità e rischio appare più evidente. Per molti anni la gestione ambientale è stata interpretata prevalentemente come rispetto delle normative in materia di emissioni, gestione dei rifiuti e tutela delle risorse naturali. Oggi questa visione risulta decisamente insufficiente. I cambiamenti climatici incidono direttamente sulla continuità operativa delle imprese. Eventi meteorologici estremi possono interrompere la produzione, compromettere infrastrutture, rallentare la logistica e modificare la disponibilità delle materie prime. Accanto ai cosiddetti rischi fisici, le imprese devono inoltre affrontare i rischi di transizione, derivanti dall’evoluzione delle politiche ambientali, delle tecnologie, delle preferenze dei consumatori e dei modelli produttivi. Un’organizzazione che investe tempestivamente nell’efficienza energetica, nella diversificazione delle fonti di approvvigionamento e nell’innovazione tecnologica riduce la propria esposizione a tali rischi e aumenta la propria capacità di adattamento. La sostenibilità ambientale diventa così uno strumento di prevenzione. 

La dimensione sociale: il capitale umano come fattore di resilienza

Anche la componente sociale assume un ruolo centrale nella gestione del rischio.  Le organizzazioni dipendono sempre più dalla qualità delle competenze, dalla capacità di attrarre professionalità qualificate e dal coinvolgimento delle persone nei processi di innovazione.  Elevato turnover, carenza di competenze, conflitti interni, difficoltà nella gestione della sicurezza sul lavoro o perdita di reputazione possono compromettere significativamente la competitività dell’impresa. Investire nella formazione, nello sviluppo delle competenze, nel benessere organizzativo e nella valorizzazione del capitale umano significa quindi ridurre un’importante categoria di rischio operativo. In un’economia sempre più basata sulla conoscenza, il capitale umano rappresenta una delle principali risorse strategiche. Proteggerlo significa proteggere la capacità dell’impresa di innovare. 

La governance: il primo strumento di gestione del rischio

Tra le tre componenti ESG, la governance rappresenta probabilmente quella con il maggiore impatto sistemico. Una governance efficace non consiste soltanto nella definizione di organigrammi, deleghe o procedure di controllo. Significa soprattutto creare un processo decisionale capace di individuare tempestivamente le criticità, valutare scenari alternativi e assumere decisioni coerenti con gli obiettivi strategici dell’organizzazione. La qualità della governance influenza direttamente la capacità dell’impresa di affrontare situazioni complesse. Un’organizzazione caratterizzata da flussi informativi inefficienti, responsabilità poco chiare o sistemi di controllo inadeguati tende infatti a reagire con maggiore lentezza agli eventi inattesi. Al contrario, una governance strutturata migliora la qualità delle decisioni e rafforza la resilienza complessiva dell’impresa. È proprio per questa ragione che il pilastro “G” assume oggi un’importanza crescente anche nelle valutazioni di banche, investitori e autorità di vigilanza.

La sostenibilità come fattore di resilienza

Osservando congiuntamente le tre dimensioni ESG emerge un elemento comune.  L’obiettivo non consiste nell’azzerare il rischio.  L’obiettivo consiste nel costruire organizzazioni capaci di adattarsi ai cambiamenti. La resilienza rappresenta infatti la capacità di assorbire gli effetti di eventi negativi, riorganizzare rapidamente i processi e continuare a perseguire gli obiettivi strategici.  È questa capacità di adattamento che distingue oggi le imprese maggiormente competitive. La sostenibilità contribuisce proprio a rafforzare tale capacità. Non attraverso interventi straordinari, ma mediante il miglioramento continuo dei processi, della governance, delle competenze e della pianificazione strategica.   In questo senso la sostenibilità diventa parte integrante della cultura aziendale. Non un progetto temporaneo. Un diverso modo di governare l’impresa.

TAVOLA 3 – Come i fattori ESG contribuiscono alla riduzione del rischio

Dimensione ESGPrincipali rischi presidiatiBenefici per l’impresa
EnvironmentalRischi climatici, energetici, disponibilità delle risorse, continuità produttivaMaggiore resilienza operativa
SocialTurnover, perdita di competenze, reputazione, sicurezza sul lavoroMaggiore capacità di innovazione e adattamento
GovernanceErrori decisionali, inefficienze organizzative, rischi reputazionali e di complianceDecisioni più efficaci e migliore gestione del rischio

La resilienza non significa resistere al cambiamento

Spesso il termine resilienza viene associato alla capacità di “resistere” agli eventi negativi. In realtà, nel management moderno, resilienza significa soprattutto adattarsi rapidamente. Un’impresa resiliente non è quella che evita ogni crisi. È quella che riesce a modificare processi, organizzazione e strategie prima che gli effetti della crisi compromettano la propria competitività. La sostenibilità contribuisce proprio a sviluppare questa capacità di adattamento continuo.

Dalla gestione del rischio alla cultura della resilienza

La gestione del rischio non può più essere considerata un’attività confinata a una specifica funzione aziendale o limitata all’adempimento di obblighi normativi. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e da una crescente interdipendenza tra fenomeni economici, tecnologici, ambientali e sociali, il rischio diventa una variabile che accompagna quotidianamente tutte le decisioni dell’impresa. Per questa ragione il concetto di resilienza ha progressivamente assunto un ruolo centrale nella moderna governance aziendale. Essere resilienti non significa semplicemente resistere agli eventi negativi. Significa sviluppare la capacità di anticipare i cambiamenti, adattare rapidamente i processi organizzativi e trasformare situazioni di incertezza in occasioni di apprendimento e di miglioramento. La resilienza non rappresenta quindi una qualità straordinaria da utilizzare esclusivamente durante le crisi. Costituisce una competenza organizzativa che deve essere costruita e alimentata continuamente.

La resilienza nasce prima della crisi

Uno degli errori più frequenti consiste nel ritenere che la capacità di affrontare situazioni eccezionali possa essere improvvisata quando la crisi si manifesta. L’esperienza degli ultimi anni dimostra esattamente il contrario. Le organizzazioni che hanno reagito meglio alla pandemia, alle crisi energetiche o alle tensioni geopolitiche erano generalmente quelle che avevano già investito in processi decisionali efficaci, sistemi informativi affidabili, diversificazione delle fonti di approvvigionamento, innovazione tecnologica e valorizzazione delle competenze. La resilienza, quindi, non nasce durante la crisi. Si costruisce molto prima. Ed è proprio la sostenibilità che può contribuire a creare queste condizioni. Investire nella qualità della governance, nella formazione del personale, nell’efficienza energetica, nella digitalizzazione e nella gestione responsabile della filiera significa aumentare progressivamente la capacità dell’organizzazione di affrontare eventi inattesi.

La sostenibilità come cultura manageriale

Uno dei principali limiti che ancora oggi caratterizzano molte iniziative ESG consiste nel considerarle progetti autonomi rispetto alla gestione ordinaria dell’impresa. Quando la sostenibilità viene affidata esclusivamente a una funzione dedicata o trattata come un insieme di adempimenti, difficilmente riesce a incidere sulle decisioni strategiche. La vera trasformazione si realizza quando i principi della sostenibilità diventano parte della cultura manageriale. Ciò significa che ogni scelta relativa agli investimenti, all’innovazione, all’organizzazione del lavoro, alla gestione dei fornitori o allo sviluppo commerciale viene valutata anche in funzione della sua capacità di aumentare la resilienza dell’impresa. La sostenibilità non modifica soltanto ciò che l’azienda produce. Modifica il modo in cui prende le proprie decisioni.

Il ruolo del Consiglio di Amministrazione

Questa evoluzione coinvolge direttamente anche gli organi di governo. Il Consiglio di Amministrazione non è più chiamato soltanto ad approvare il bilancio o il piano industriale. È chiamato a comprendere come le trasformazioni ambientali, sociali, tecnologiche e geopolitiche possano influenzare la capacità dell’impresa di perseguire i propri obiettivi. La sostenibilità entra così nella governance non come materia specialistica, ma come componente della pianificazione strategica e della gestione dei rischi. Ogni decisione rilevante dovrebbe essere valutata considerando non soltanto il rendimento economico atteso, ma anche gli effetti sulla resilienza organizzativa, sulla continuità aziendale e sulla capacità di creare valore nel lungo periodo.

Una nuova idea di competitività

Per molti anni la competitività è stata associata prevalentemente alla capacità di produrre a costi inferiori o di conquistare quote di mercato. Oggi questi elementi restano fondamentali, ma non sono più sufficienti. Le imprese maggiormente competitive sono quelle che riescono ad adattarsi più rapidamente ai cambiamenti, innovare con continuità, attrarre competenze, gestire efficacemente i rischi e mantenere relazioni solide con clienti, fornitori, finanziatori e comunità di riferimento. La resilienza diventa quindi una componente della competitività. E la sostenibilità rappresenta uno degli strumenti attraverso i quali questa resilienza può essere costruita.

TAVOLA 4 – Dalla gestione del rischio alla resilienza organizzativa

Approccio tradizionaleApproccio resiliente
Controllare il rischioComprendere il rischio
Reagire agli eventiAnticipare i cambiamenti
Gestire le emergenzePreparare l’organizzazione
Ridurre le perditeRafforzare la capacità di adattamento
Continuità operativaContinuità e sviluppo

La resilienza è una scelta manageriale

La resilienza non dipende dalla fortuna né dalla capacità di prevedere ogni possibile crisi.  Dipende dalla qualità delle decisioni assunte prima che gli eventi si manifestino. Governance, competenze, innovazione, pianificazione e sostenibilità rappresentano gli strumenti attraverso i quali un’organizzazione costruisce la propria capacità di affrontare il futuro.

Per lungo tempo la sostenibilità e la gestione del rischio hanno seguito percorsi paralleli. Da un lato le imprese sviluppavano politiche ambientali e sociali prevalentemente per rispondere agli obblighi normativi o alle aspettative degli stakeholder; dall’altro i sistemi di risk management continuavano a concentrarsi principalmente sui rischi economici, finanziari e operativi. Oggi questa distinzione appare sempre meno sostenibile. La crescente complessità del contesto competitivo ha dimostrato come cambiamenti climatici, tensioni geopolitiche, trasformazioni tecnologiche, vulnerabilità delle catene di fornitura e mutamenti sociali non rappresentino fenomeni separati, ma elementi di un sistema profondamente interconnesso. In questo scenario, la capacità di un’impresa di prevenire, comprendere e governare tali dinamiche diventa una componente essenziale della competitività. È proprio in questa prospettiva che la sostenibilità assume un ruolo nuovo. Essa non costituisce una categoria aggiuntiva di rischio, né un insieme di iniziative da affiancare alla gestione ordinaria dell’impresa. Rappresenta piuttosto una diversa modalità di interpretare il governo aziendale, orientando il management verso una visione più ampia dei fattori che possono influenzare la continuità e la capacità di creare valore nel tempo. La vera evoluzione non riguarda quindi soltanto i fattori ESG. Riguarda il modo stesso di concepire il rischio. L’attenzione si sposta dalla semplice reazione agli eventi alla capacità di anticiparli, di comprenderne le interdipendenze e di costruire organizzazioni più flessibili, più preparate e più resilienti. In questo percorso la governance assume un ruolo centrale. È attraverso la qualità delle decisioni, della pianificazione, dei sistemi di controllo e dell’organizzazione che la sostenibilità si trasforma da principio generale a concreta leva manageriale. Una gestione responsabile delle risorse ambientali, delle persone e dei processi decisionali non elimina l’incertezza, ma consente di affrontarla con maggiore consapevolezza e con strumenti più efficaci.  La sostenibilità, quindi, non sostituisce il risk management.  Lo amplia. Non sostituisce la strategia. La rende più lungimirante. Non sostituisce la governance. Ne rafforza la capacità di guidare l’impresa in un contesto caratterizzato da cambiamenti sempre più rapidi e imprevedibili. Probabilmente è proprio questa la trasformazione più significativa che le imprese sono chiamate ad affrontare nei prossimi anni. Non imparare semplicemente a gestire nuovi rischi, ma sviluppare una cultura manageriale nella quale sostenibilità, resilienza, strategia e creazione di valore diventino componenti di un unico processo decisionale. Perché, in definitiva, la vera sfida non consiste nell’eliminare l’incertezza — obiettivo irrealistico in un’economia globale sempre più complessa — ma nel costruire organizzazioni capaci di continuare a creare valore anche quando il contesto cambia. Ed è forse questa la definizione più attuale di sostenibilità: non soltanto la capacità di preservare le risorse per le generazioni future, ma anche la capacità dell’impresa di adattarsi, evolvere e continuare a generare valore in modo responsabile e durevole.

Le cinque domande che ogni Consiglio di Amministrazione dovrebbe porsi

Prima di considerare efficace il proprio sistema di gestione del rischio, ogni organo di governo dovrebbe chiedersi:

  • La nostra organizzazione è preparata ad affrontare eventi che oggi non siamo in grado di prevedere?
  • I fattori ESG sono realmente integrati nei processi decisionali o vengono gestiti separatamente?
  • La nostra strategia aumenta o riduce la resilienza dell’impresa?
  • Le informazioni disponibili consentono di individuare tempestivamente le nuove fonti di rischio?
  • La sostenibilità è percepita come un obbligo oppure come uno strumento di governo dell’impresa?

Le risposte a queste domande rappresentano spesso il punto di partenza per costruire organizzazioni più solide, più consapevoli e maggiormente preparate ad affrontare le sfide del futuro.