L’arresto di Jacques Moretti per le presunte violenze sulla moglie Jessica riporta l’attenzione sui proprietari del Constellation. Ma questa volta proviamo a percorrere la storia al contrario: dalla notte dell’11 agosto fino a quella di Capodanno, interrogandoci su ciò che può accadere quando il denaro, il successo e il profitto finiscono per occupare uno spazio più grande della responsabilità verso le persone.
Una donna ricoverata in ospedale. Un marito arrestato. Un’accusa di violenza domestica.
Potrebbe sembrare una vicenda privata, una delle tante storie che attraversano per qualche ora le pagine della cronaca.
Non questa volta.
Perché quell’uomo è Jacques Moretti e quella donna è Jessica Moretti.
Sono i proprietari del Constellation di Crans-Montana, il locale nel quale la notte di Capodanno hanno perso la vita 41 persone e altre 115 sono rimaste ferite.
Secondo quanto riferito il 23 agosto dalle televisioni svizzere RTS e Léman Bleu e riportato dalla stampa, Jacques Moretti è stato arrestato con l’accusa di violenze nei confronti della moglie. L’episodio sarebbe avvenuto nella notte tra l’11 e il 12 agosto e Jessica sarebbe stata ricoverata in ospedale.
Sono accuse che dovranno essere accertate e sarebbe scorretto trasformarle oggi in una sentenza.
Ma quella porta che si apre sulla vita privata dei Moretti ci induce inevitabilmente a guardarci indietro.
E allora facciamolo.
Percorriamo questa storia al contrario.
Prima dell’arresto: una coppia sotto inchiesta
Torniamo indietro di qualche mese.
Jacques e Jessica Moretti non sono soltanto marito e moglie.
Sono imprenditori.
Sono i gestori del Constellation.
E sono indagati nell’inchiesta sulla tragedia di Capodanno.
Intorno alla loro attività, con il procedere delle indagini, sono cominciati a emergere interrogativi che non riguardano più soltanto quella terribile notte.
Nel marzo scorso la stampa ha riferito dell’esistenza di un documento della polizia federale svizzera riguardante le attività economiche dei coniugi. Secondo quanto riportato, gli investigatori starebbero approfondendo anche presunte irregolarità finanziarie, prestiti e possibili frodi.
Anche queste sono ipotesi investigative.
Ma il quadro comincia ad allargarsi.
E soprattutto emerge una domanda.
Che rapporto esiste, nella gestione di un’impresa, tra la ricerca del profitto e la responsabilità verso le persone dalle quali quel profitto deriva?
Poi arrivano i messaggi
Continuiamo a tornare indietro.
Giugno 2026.
Durante gli interrogatori emergono alcuni messaggi precedenti alla tragedia.
Uno, attribuito a Jessica Moretti e risalente addirittura al 2019, assume alla luce di ciò che sarebbe accaduto anni dopo un significato impressionante.
In quello scambio la titolare avrebbe messo in guardia dal pericolo rappresentato dall’avvicinamento delle candele scintillanti alla schiuma del soffitto.
Il senso era inequivocabile: se quella schiuma avesse preso fuoco, avrebbe potuto bruciare il locale.
Non è ancora una sentenza.
Non sappiamo quali responsabilità penali saranno definitivamente riconosciute.
Ma sappiamo che proprio il rapporto tra le fontane pirotecniche utilizzate sulle bottiglie e il materiale presente sul soffitto è diventato uno degli elementi centrali nella ricostruzione della tragedia.
Ed è difficile non fermarsi davanti a una domanda.
Se un pericolo era stato almeno immaginato, perché non è stato eliminato?
Dicembre 2025
Facciamo ancora qualche passo indietro.
Siamo ormai a poche settimane da Capodanno.
Secondo altri messaggi acquisiti nell’inchiesta e riportati dalla stampa svizzera e italiana, le candele pirotecniche continuavano a essere utilizzate.
Servivano allo spettacolo.
Le bottiglie arrivavano accompagnate dalle scintille.
La musica, le luci, lo champagne, i telefoni sollevati per riprendere tutto.
È il linguaggio contemporaneo del divertimento.
Bisogna stupire.
Bisogna creare l’evento.
Bisogna produrre immagini che possano essere condivise.
Perché lo spettacolo genera attenzione.
L’attenzione genera clienti.
E i clienti generano denaro.
Non c’è niente di sbagliato in tutto questo.
Fino a quando lo spettacolo rimane subordinato alla sicurezza.
Il problema nasce quando l’ordine delle priorità rischia di invertirsi.
E arriviamo ai ragazzi
A questo punto della nostra storia a ritroso compaiono finalmente loro.
I clienti.
Ma chiamarli clienti è probabilmente il primo errore.
Erano soprattutto ragazzi.
Adolescenti e giovani che avevano scelto Crans-Montana per trascorrere il Capodanno.
Per un locale rappresentavano ingressi, consumazioni, bottiglie vendute, fatturato.
È così che funziona qualsiasi attività economica.
Ma dietro ciascuna consumazione esisteva una persona.
Dietro ogni ingresso c’era qualcuno che quella sera aveva salutato i propri genitori.
Dietro ogni bottiglia acquistata c’era un ragazzo che pensava semplicemente di divertirsi.
Ed è qui che Crans-Montana pone una questione che riguarda un mondo molto più grande del Constellation.
Quando un giovane entra in un locale, è prima un cliente o prima una persona da proteggere?
La risposta sembra ovvia.
Eppure forse non lo è abbastanza.
La notte
31 dicembre 2025.
Adesso siamo arrivati all’inizio.
O forse alla fine.
Nel Constellation si festeggia.
Champagne.
Musica.
Candele pirotecniche.
Telefoni che riprendono.
Poi una scintilla raggiunge il soffitto.
Le immagini acquisite dagli investigatori mostrano quanto rapidamente la situazione precipiti.
Il fuoco si propaga.
Comincia la fuga.
Secondo le testimonianze raccolte nell’inchiesta italiana, sono stati sollevati interrogativi sulle uscite di sicurezza, sui materiali, sugli estintori e sulla gestione dell’evacuazione.
Le indagini dovranno stabilire responsabilità individuali e pubbliche.
Una cosa, invece, non dovrà stabilirla nessun tribunale.
Quarantuno persone non sono tornate a casa.
Altre 115 sono rimaste ferite.
Molte erano giovanissime.
Quanto vale un ragazzo?
Ed eccoci alla domanda dalla quale forse avremmo dovuto cominciare.
Quanto vale un ragazzo per l’industria del divertimento?
Vale il prezzo del biglietto?
Una bottiglia di champagne?
Una consumazione?
Un tavolo prenotato?
Un video pubblicato sui social che attirerà altri clienti la settimana successiva?
Naturalmente no.
Eppure esiste un rischio nelle società nelle quali tutto tende a trasformarsi in mercato: che anche le persone finiscano per essere considerate prevalentemente per il valore economico che riescono a produrre.
I giovani sono un mercato formidabile.
Moda, musica, locali, festival, piattaforme digitali, influencer, turismo, videogiochi competono quotidianamente per conquistare il loro tempo e il loro denaro.
Li vogliamo presenti.
Li vogliamo connessi.
Li vogliamo consumatori.
Ma se guadagniamo grazie a loro abbiamo un obbligo ancora maggiore:
proteggerli.
Il denaro non è il colpevole
Sarebbe troppo facile concludere che il problema sia il denaro.
Non lo è.
Un imprenditore investe per guadagnare. È legittimo.
Un locale deve produrre reddito.
Un’impresa che non produce reddito semplicemente scompare.
Il problema è un altro.
È il limite.
Quanto siamo disposti a sacrificare per guadagnare qualcosa in più?
Quanto possiamo risparmiare sulla sicurezza?
Quanto possiamo spingere lo spettacolo?
Quanto possiamo riempire un locale?
Quanto possiamo ignorare un rischio perché intervenire costa denaro?
È quando queste domande ricevono la risposta sbagliata che il profitto smette di essere uno strumento e rischia di trasformarsi in un padrone.
E quando accade, le persone possono diventare mezzi.
Clienti.
Numeri.
Fatturato.
Una tragedia che riguarda anche noi
Per questo sarebbe rassicurante pensare che Crans-Montana riguardi soltanto Jacques e Jessica Moretti.
Basterebbe trovare i colpevoli.
Condannarli.
Chiudere il fascicolo.
E continuare come prima.
Ma forse sarebbe proprio questo l’errore più grande.
Perché Crans-Montana ci riguarda ogni volta che accettiamo che un controllo sulla sicurezza sia considerato inutile burocrazia.
Ci riguarda quando pensiamo che rispettare una norma sia soltanto un costo.
Ci riguarda quando lo spettacolo conta più della prudenza.
Ci riguarda quando un ragazzo viene considerato innanzitutto per ciò che può spendere.
La magistratura stabilirà se Jacques e Jessica Moretti abbiano responsabilità penali e quali esse siano.
Non spetta a noi anticipare quella sentenza.
A noi spetta però porci una domanda diversa.
Possiamo costruire un’economia del divertimento nella quale i giovani siano soprattutto strumenti per produrre profitto?
La risposta dovrebbe essere no.
Perché quella notte al Constellation decine di ragazzi avevano comprato qualcosa.
Una bottiglia.
Una consumazione.
Una serata.
Un ricordo da portarsi dietro.
Non avevano comprato il rischio di morire.
Ed erano entrati in quel locale confidando, senza nemmeno pensarci, in una cosa semplicissima:
che chi guadagnava dalla loro presenza avesse fatto tutto il possibile per proteggerli.