Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

Le mura invisibili delle donne

Dalla storia di Sonabai Rajawar alle donne di oggi: la fragilità femminile non è una condizione naturale, ma spesso il risultato di dipendenza, isolamento, violenza e disuguaglianza. E le prigioni non hanno sempre delle sbarre.

Ci sono prigioni che hanno porte e finestre. E altre che non si vedono, come le mura invisibili.

Sonabai Rajawar conobbe entrambe.

Nata intorno al 1930 in una povera famiglia di agricoltori dell’India centrale, ancora adolescente fu data in sposa a un uomo molto più anziano di lei. Secondo la ricostruzione dell’antropologo Stephen P. Huyler, che avrebbe studiato a lungo la sua vita e la sua opera, Sonabai trascorse circa quindici anni in un isolamento quasi totale, avendo come unici contatti il marito e il figlio.

Quindici anni.

È difficile persino immaginare che cosa significhi.

Niente televisione, niente libri, niente contatti con il mondo esterno. Nessuna formazione artistica. Nessuna possibilità di confrontare la propria esistenza con quella degli altri.

Eppure Sonabai cominciò a creare.

Prese ciò che aveva a disposizione — terra, argilla, bambù — e iniziò a modellare figure. Animali, uomini, alberi, scene della vita quotidiana cominciarono lentamente a popolare la sua casa.

Accadde qualcosa di straordinario: la donna che non poteva attraversare le mura cominciò a trasformarle.

Le mura invisibili sono spesso più oppressive delle sbarre materiali.

La sua arte sarebbe stata successivamente scoperta, riconosciuta e studiata, fino a diventare espressione artistica capace di influenzare altri abitanti della sua comunità e di raggiungere esposizioni internazionali.

Ma forse la storia di Sonabai ci interessa soprattutto per un’altra ragione.

Perché quelle mura non appartengono soltanto a un villaggio dell’India del Novecento.

Esistono ancora.

Hanno semplicemente cambiato forma.

Le prigioni senza sbarre

Pensiamo spesso alla libertà come alla possibilità di uscire da una porta, andare dove vogliamo, lavorare, votare, studiare.

È certamente così.

Ma esiste una libertà più difficile da misurare: la possibilità concreta di decidere della propria vita.

Una donna può essere formalmente libera e, nello stesso tempo, non esserlo completamente.

Può avere una porta dalla quale uscire ma non il denaro necessario per andarsene.

Può avere un lavoro ma continuare a sostenere quasi interamente il peso della famiglia.

Può avere studiato ma essere cresciuta pensando che sopportare sia una virtù.

Può avere accanto un uomo che non la colpisce, ma controlla il suo telefono, le sue amicizie, i suoi spostamenti, il suo denaro.

Può avere diritti riconosciuti dalla legge e non avere gli strumenti economici, culturali o psicologici necessari per esercitarli.

Sono le mura invisibili.

E probabilmente sono proprio queste le più difficili da abbattere.

La debolezza non appartiene alle donne

Quando parliamo della “debolezza” delle donne dobbiamo allora stare molto attenti alle parole.

Perché rischiamo di confondere la causa con l’effetto.

Una donna non nasce debole perché è donna.

Può essere resa più vulnerabile dalle condizioni nelle quali viene costretta a vivere.

Se una bambina riceve meno istruzione di un bambino, avrà meno possibilità di costruirsi un futuro autonomo.

Se una donna non dispone di un proprio reddito, sarà più difficile abbandonare una relazione violenta.

Se per anni le viene insegnato che la cura della famiglia è prevalentemente una sua responsabilità, avrà meno tempo da dedicare alla propria formazione e al proprio lavoro.

Se una società considera normale che sia lei a sacrificarsi, quella rinuncia finirà per apparire naturale persino a chi la subisce.

Ed è qui che la storia individuale diventa un problema collettivo.

Secondo UN Women, a livello globale le donne svolgono oltre tre quarti del lavoro domestico e di cura non retribuito. Altre rilevazioni dell’organizzazione mostrano che dedicano a queste attività un tempo enormemente superiore a quello degli uomini. Non è soltanto una questione domestica: significa meno tempo per studiare, lavorare, costruire una carriera, partecipare alla vita pubblica o semplicemente disporre della propria giornata.

La libertà ha anche una dimensione economica.

Poter dire “no” presuppone, molte volte, avere la possibilità materiale di farlo.

Quando la casa diventa il luogo della paura

Poi esiste la forma più drammatica di questa disuguaglianza: la violenza.

I numeri continuano a essere impressionanti.

Le più recenti stime globali pubblicate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità indicano che quasi una donna su tre nel mondo — circa 840 milioni di donne e ragazze — ha subito nel corso della propria vita violenza fisica o sessuale da parte del partner oppure violenza sessuale da parte di altre persone.

Ancora più inquietante è un altro dato: in vent’anni la riduzione media annuale della violenza da parte del partner è stata soltanto dello 0,2 per cento.

Significa che abbiamo cambiato leggi, linguaggi e sensibilità, ma molto più lentamente abbiamo modificato comportamenti e rapporti di potere.

E dietro quei numeri ci sono persone.

C’è la donna che non denuncia perché teme di perdere i figli.

Quella che non ha un reddito proprio.

Quella che pensa di non avere un posto dove andare.

Quella che continua a perdonare.

Quella che nasconde un livido.

E quella che non ha lividi da mostrare perché la violenza che subisce è fatta di umiliazioni, controllo, minacce e progressiva cancellazione dell’autostima.

La violenza non comincia necessariamente con uno schiaffo.

A volte comincia molto prima, quando qualcuno pretende di decidere chi puoi frequentare, come devi vestirti, dove puoi andare, quanto denaro puoi spendere.

È ancora una volta una questione di libertà.

Non esiste soltanto un “altrove”

Sarebbe rassicurante pensare che tutto questo appartenga a società lontane.

All’India rurale di Sonabai. Ai Paesi nei quali i diritti delle donne sono apertamente limitati. Alle culture che continuiamo a percepire come diverse dalla nostra.

Ma sarebbe troppo facile.

Le forme cambiano, la sostanza molto meno.

Anche nelle società nelle quali l’uguaglianza è riconosciuta dalle costituzioni e dalle leggi continuano a esistere differenze nell’accesso al lavoro, nella distribuzione della cura familiare, nell’autonomia economica e nelle possibilità di raggiungere posizioni decisionali.

In Europa e Asia centrale, per esempio, UN Women rileva che le donne svolgono mediamente circa 3,4 volte il lavoro domestico e di cura non retribuito degli uomini.

Non è certamente paragonabile alla privazione fisica della libertà.

Ma appartiene allo stesso interrogativo:

quanto è davvero libera una persona se una parte rilevante delle sue possibilità dipende ancora dal genere con cui è nata?

L’autonomia economica è libertà

C’è allora una parola che dovrebbe entrare più spesso nel dibattito sulla condizione femminile: autonomia.

L’autonomia economica non risolve tutto, ma modifica profondamente i rapporti di forza.

Avere un reddito significa poter scegliere.

Avere un conto corrente significa poter scegliere.

Possedere competenze professionali significa poter scegliere.

Sapere di poter mantenere se stessa e i propri figli significa poter scegliere.

UN Women considera infatti l’accesso al reddito, alle risorse, ai beni, all’istruzione e al lavoro dignitoso componenti essenziali dell’emancipazione economica femminile.

Per questo la battaglia per i diritti delle donne non può limitarsi alla repressione della violenza.

Deve intervenire prima.

Nella scuola.

Nel lavoro.

Nella famiglia.

Nella distribuzione delle responsabilità domestiche.

Nell’educazione sentimentale.

Nel linguaggio.

Nella capacità di riconoscere il controllo prima che diventi sopraffazione.

E riguarda anche gli uomini.

Perché una società più equilibrata non si costruisce insegnando soltanto alle bambine a essere indipendenti. Si costruisce insegnando ai bambini che amare qualcuno non significa possederlo.

Non chiediamo alle donne di diventare eroine

La storia di Sonabai potrebbe prestarsi a una conclusione consolatoria.

Una donna viene isolata, soffre, scopre l’arte e attraverso il proprio talento riesce a trasformare la sofferenza in bellezza.

Sarebbe una bellissima storia.

Ma sarebbe anche una lettura pericolosamente incompleta.

Perché non possiamo chiedere a ogni donna di diventare Sonabai.

Non possiamo trasformare la capacità di resistere in un obbligo.

Non possiamo dire a chi vive una condizione di violenza: devi trovare dentro di te la forza per uscirne.

La forza individuale è importante.

Ma intorno devono esserci istituzioni, servizi, istruzione, indipendenza economica, reti familiari e sociali, protezione e soprattutto una cultura capace di riconoscere la violenza prima che diventi tragedia.

La libertà non dovrebbe essere un premio riservato alle donne abbastanza forti da conquistarsela.

Dovrebbe essere la condizione normale nella quale ogni donna può vivere.

Abbattere le mura

Torniamo allora per un momento nella casa di Sonabai.

Immaginiamola mentre prende l’argilla tra le mani.

Fuori c’è un mondo che non può vedere.

E allora quel mondo comincia a costruirselo dentro.

Un animale.

Un albero.

Una figura umana.

Poi un’altra.

Le pareti lentamente si popolano.

Quelle mura, costruite per separarla dal mondo, diventano la superficie sulla quale Sonabai rappresenta il mondo.

È un’immagine difficile da dimenticare.

Ma forse il modo migliore per ricordarla non è celebrare soltanto la sua straordinaria capacità di resistere.

È domandarci quante Sonabai esistano ancora oggi.

Donne dietro muri reali.

Donne dietro muri economici.

Donne dietro muri culturali.

Donne dietro muri familiari.

Donne che possono uscire di casa ma non scegliere davvero dove andare.

Abbiamo fatto enormi passi avanti. Sarebbe ingiusto negarlo.

Ma il progresso della condizione femminile non può essere misurato soltanto contando quanti diritti abbiamo scritto nelle nostre leggi.

Dobbiamo chiederci quante donne possano concretamente esercitarli.

Perché la vera uguaglianza comincia quando una donna non deve più chiedere il permesso di essere ciò che vuole essere.

E forse la lezione più profonda lasciata da Sonabai è proprio questa.

Per secoli abbiamo ammirato le donne per la loro capacità di resistere alle mura costruite intorno a loro.

È arrivato il momento di smettere di celebrare soltanto la loro resistenza e cominciare, finalmente, ad abbattere quelle mura.