Il voto della Camera americana per limitare le operazioni militari contro Teheran apre una crepa politica a Washington.
Ma la questione va ormai molto oltre l’Iran: petrolio sopra i 100 dollari, inflazione, risorse militari sotto pressione e attenzione occidentale divisa rischiano di intrecciare sempre di più la crisi mediorientale con la guerra russo-ucraina e le guerre europee.
Il voto con cui la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione diretta a limitare la prosecuzione delle operazioni militari contro l’Iran non rappresenta ancora la fine della guerra.
Rappresenta però un segnale politico che sarebbe sbagliato sottovalutare.
La risoluzione è stata approvata il 15 settembre con 220 voti favorevoli e 204 contrari, grazie al sostegno di tutti i democratici e di sette repubblicani. È la terza volta che la Camera tenta di utilizzare i poteri del Congresso per fermare le operazioni militari non autorizzate contro l’Iran.
Il percorso istituzionale resta complesso e un eventuale provvedimento arrivato sulla scrivania del presidente Donald Trump potrebbe incontrare il veto della Casa Bianca. Ma dopo quasi sette mesi di conflitto il problema non è più soltanto militare.
È diventato economico, politico e strategico.
Queste guerre hanno effetti profondi e duraturi sull’economia globale.
Il conto della guerra comincia a pesare
Secondo le valutazioni del Congressional Budget Office, riportate da Reuters, il conflitto con l’Iran è già costato agli Stati Uniti circa 38 miliardi di dollari e la prosecuzione delle operazioni potrebbe aggiungere tra 2 e 3 miliardi al mese.
Ma il costo diretto della guerra rappresenta soltanto una parte del problema.
Il CBO stima che le conseguenze energetiche del conflitto potrebbero contribuire ad aumentare l’inflazione americana di circa mezzo punto percentuale nei primi mesi del 2027.
La guerra, quindi, comincia a trasferirsi dal campo di battaglia alle pompe di benzina, ai prezzi dei trasporti, ai bilanci delle imprese e infine al potere d’acquisto delle famiglie.
Ed è proprio qui che una crisi regionale assume dimensione globale.
Hormuz è diventato il vero epicentro economico della guerra
Lo Stretto di Hormuz rappresenta una delle arterie energetiche fondamentali dell’economia mondiale.
Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, prima della crisi attraverso lo Stretto transitavano ogni giorno circa 15 milioni di barili di greggio e 5 milioni di barili di prodotti petroliferi, quantitativi equivalenti complessivamente a circa un quinto del consumo mondiale di petrolio.
La drastica riduzione di questi flussi ha provocato quella che l’IEA definisce la più grande interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero mondiale.
Ad agosto più di 10 milioni di barili al giorno di produzione del Golfo risultavano ancora fermi a causa dei rischi per la sicurezza.
Le scorte mondiali osservate sono diminuite di 507 milioni di barili da febbraio, mentre il prezzo del North Sea Dated ha raggiunto 113,48 dollari al barile il 9 settembre.
Non si tratta più, quindi, di un semplice aumento temporaneo delle quotazioni.
La durata del conflitto sta progressivamente consumando i cuscinetti che avevano consentito al mercato di assorbire lo shock iniziale.
Dall’energia all’inflazione
La trasmissione all’economia reale è quasi inevitabile.
Petrolio e gas più costosi significano maggiori costi per trasporti, industria, agricoltura e logistica. Questi costi vengono progressivamente incorporati nei prezzi dei beni e dei servizi.
La sequenza rischia di diventare:
guerra → energia più cara → inflazione → politiche monetarie più restrittive → minori consumi e investimenti → rallentamento della crescita.
Per l’Europa il problema è particolarmente delicato.
Dopo gli shock energetici provocati dalla guerra russo-ucraina, una nuova crisi strutturale dell’offerta proveniente dal Golfo rischia di colpire nuovamente economie fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche.
In altre parole, mentre il mondo non ha ancora assorbito completamente le conseguenze economiche di una guerra, ne sta finanziando indirettamente una seconda.
Il paradosso russo
Ed è qui che emerge uno degli effetti geopolitici più interessanti.
La guerra contro l’Iran non determina automaticamente un vantaggio strategico per Mosca e sarebbe improprio stabilire un rapporto diretto di causa-effetto.
Esistono tuttavia alcuni meccanismi attraverso i quali la crisi mediorientale può produrre benefici indiretti per la Russia.
Il primo riguarda il petrolio.
La riduzione dell’offerta mediorientale rende ogni barile disponibile più prezioso, compreso quello russo sottoposto alle sanzioni occidentali.
Secondo S&P Global, lo sconto del greggio russo Urals rispetto al Brent si è sensibilmente ridotto: il 14 settembre il greggio Urals Primorsk veniva valutato con uno sconto di 21,65 dollari al barile, rispetto ai 25,90 dollari del 17 agosto.
Ancora più significativo è quanto sta accadendo in India: il greggio Urals consegnato sulla costa occidentale indiana è passato da uno sconto di 3,20 dollari rispetto al Brent a un premio di 1,05 dollari.
La tensione sull’offerta globale sta quindi aumentando il valore relativo del petrolio russo.
È un effetto paradossale: mentre l’Occidente cerca di ridurre attraverso le sanzioni le entrate energetiche di Mosca, una crisi parallela in Medio Oriente può contribuire a rendere più appetibile il greggio russo.
Due guerre competono anche per le stesse risorse
Esiste poi un secondo problema, forse ancora più strategico.
Gli Stati Uniti devono sostenere contemporaneamente diversi impegni militari e geopolitici: Medio Oriente, Ucraina, sicurezza europea e contenimento della Cina nell’Indo-Pacifico.
Il conflitto iraniano sta utilizzando munizioni, sistemi antimissile, capacità navali e risorse finanziarie.
Il Congressional Budget Office ha evidenziato la pressione esercitata dalla guerra sulle scorte americane di alcuni sistemi d’arma. Il Pentagono contesta che esista una carenza tale da compromettere la capacità operativa americana, ma il problema della capacità produttiva e della ricostituzione degli arsenali rimane.
Ogni intercettore utilizzato in Medio Oriente deve essere prodotto nuovamente.
E ogni sistema destinato a un teatro operativo non può contemporaneamente essere impiegato in un altro.
Questo non significa che il sostegno americano all’Ucraina debba necessariamente diminuire. Significa però che il costo marginale di sostenere contemporaneamente più fronti aumenta.
Anche l’attenzione politica è una risorsa limitata
Esiste infine una risorsa che non compare nei bilanci della difesa: l’attenzione politica.
Per anni la guerra in Ucraina ha rappresentato il principale dossier di sicurezza europeo e uno dei temi centrali della politica estera americana.
La crisi iraniana ha modificato l’agenda.
Washington deve ora occuparsi contemporaneamente della sicurezza dello Stretto di Hormuz, dei rapporti con Israele, delle monarchie del Golfo, delle rotte energetiche, dell’Iran e delle conseguenze economiche interne dell’aumento del prezzo del petrolio.
Mosca, nel frattempo, continua la guerra in Ucraina.
Non è quindi necessario ipotizzare un coordinamento tra i due conflitti per comprendere il problema: la moltiplicazione delle crisi divide inevitabilmente risorse diplomatiche, finanziarie e militari.
Il voto del Congresso può diventare uno spartiacque?
È per questo che il voto della Camera americana assume un significato che supera la contrapposizione interna tra repubblicani e democratici.
Il Congresso sta iniziando a interrogarsi non soltanto sulla legittimità costituzionale dell’impiego della forza, ma anche sulla sostenibilità di una guerra di durata indefinita.
La questione centrale diventa allora quella dell’obiettivo finale.
Se la pressione militare sull’Iran deve creare le condizioni per un accordo diplomatico, occorre comprendere quando e attraverso quali strumenti questo passaggio possa avvenire.
In assenza di una strategia di uscita, il rischio è invece quello di trasformare il Medio Oriente in un nuovo conflitto permanente.
L’economia mondiale non può permettersi due guerre senza fine
Il problema fondamentale potrebbe quindi essere molto più semplice di quanto suggeriscano le complesse dinamiche geopolitiche.
L’economia mondiale sta pagando contemporaneamente il prezzo di due grandi conflitti.
La guerra russo-ucraina continua a incidere su energia, materie prime, bilanci pubblici e spese militari europee. Quella mediorientale ha aggiunto un secondo shock energetico, proprio mentre l’economia globale cercava di ritrovare stabilità.
La stessa Agenzia internazionale dell’energia avverte che, con le scorte petrolifere in diminuzione e il sistema mondiale della raffinazione sotto forte pressione, la necessità di progressi sia nella crisi mediorientale sia nella guerra russo-ucraina è diventata sempre più urgente.
Il voto della Camera americana non pone fine alla guerra.
Ma potrebbe rappresentare il primo segnale di una domanda destinata a diventare sempre più difficile da evitare:
quanto può costare al mondo continuare a combattere contemporaneamente guerre delle quali non si intravede ancora una conclusione?