Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

Dall’Ucraina all’Iran fino Groenlandia: la nuova geografia del rischio globale

Per comprendere ciò che sta accadendo nel mondo non basta più osservare separatamente le singole crisi. La guerra in Ucraina, il conflitto che coinvolge l’Iran e il nuovo accordo sulla sicurezza della Groenlandia possono apparire vicende lontane per geografia, protagonisti e cause. Eppure, lette insieme, raccontano qualcosa di più profondo: il passaggio da una globalizzazione costruita prevalentemente sull’efficienza economica a un sistema internazionale nel quale sicurezza, controllo delle risorse e autonomia strategica assumono un peso crescente.

La Groenlandia rappresenta forse l’esempio più recente di questa trasformazione. L’accordo annunciato tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia prevede un rafforzamento della presenza americana nell’isola e della cooperazione per la sicurezza dell’Artico. Washington lo presenta in termini molto ampi, mentre Copenaghen e Nuuk sottolineano il mantenimento della sovranità del Regno di Danimarca e del diritto all’autodeterminazione groenlandese. L’intesa dovrà inoltre completare le previste procedure parlamentari.

La questione, tuttavia, va molto oltre la Groenlandia. L’Artico è diventato uno degli spazi nei quali si misura la competizione strategica internazionale: posizione geografica, sorveglianza militare, rotte marittime, risorse naturali e materie prime critiche attribuiscono alla regione un valore crescente. L’accordo punta inoltre a impedire l’insediamento di basi di Paesi non appartenenti alla NATO e a limitare determinati investimenti strategicamente sensibili.

È difficile non leggere questa evoluzione sullo sfondo della guerra in Ucraina.

Il conflitto ha riportato la sicurezza territoriale al centro dell’agenda europea e ha mostrato quanto energia, infrastrutture e catene di approvvigionamento possano diventare strumenti della competizione geopolitica. Il 18 settembre gli Stati Uniti hanno ulteriormente rafforzato la pressione economica sulla Russia attraverso nuove sanzioni, mentre in Europa rimane elevata l’attenzione anche verso minacce ibride e sicurezza delle infrastrutture.

Se l’Ucraina rappresenta il fronte orientale della sicurezza europea, l’Artico sta assumendo progressivamente la funzione di frontiera settentrionale della sicurezza euro-atlantica.

A sud, intanto, c’è l’Iran.

Qui la dimensione geopolitica incontra direttamente quella energetica. Le tensioni nel Golfo hanno coinvolto infrastrutture energetiche e rotte marittime, riportando al centro dell’attenzione internazionale la vulnerabilità dello Stretto di Hormuz. L’Iran ha minacciato ritorsioni contro interessi energetici nella regione in risposta ad eventuali nuovi attacchi statunitensi.

Secondo l’International Energy Agency, le conseguenze delle tensioni mediorientali continuano a rappresentare una variabile fondamentale per il mercato petrolifero mondiale.

È proprio mettendo insieme questi tre scenari che emerge una nuova geografia del rischio.

Ucraina significa sicurezza del territorio europeo. Iran significa sicurezza energetica e delle grandi rotte commerciali. Groenlandia significa controllo strategico dell’Artico, difesa dell’Atlantico settentrionale e accesso futuro a rotte e risorse.

Non significa che esista un’unica regia dietro crisi profondamente differenti. Sarebbe una semplificazione. Esiste però un elemento che le accomuna: la sicurezza economica sta diventando inseparabile dalla sicurezza geopolitica.

Per decenni la globalizzazione ha seguito soprattutto la logica dell’efficienza. Le imprese acquistavano dove i costi erano inferiori, producevano dove risultava più conveniente e organizzavano le catene di fornitura secondo modelli just in time. Energia, materie prime e componentistica potevano provenire da Paesi molto lontani purché il sistema garantisse prezzi competitivi e continuità degli scambi.

Quel paradigma sta cambiando.

Alla ricerca del costo minimo si affianca oggi quella della sicurezza dell’approvvigionamento. Al just in time si contrappone sempre più spesso il just in case. Alla delocalizzazione indiscriminata si sostituiscono concetti come friend-shoring, diversificazione dei fornitori e autonomia strategica.

Ed è qui che la geopolitica entra direttamente nei bilanci delle imprese.

Una crisi nello Stretto di Hormuz può aumentare il costo dell’energia e dei trasporti. Una guerra nell’Europa orientale può modificare disponibilità e prezzo di energia, materie prime e prodotti agricoli. Una crescente competizione nell’Artico può ridefinire nel lungo periodo rotte commerciali, investimenti infrastrutturali e accesso alle risorse.

Il rischio geopolitico, quindi, non rimane confinato nelle cancellerie diplomatiche.

Arriva nell’impresa attraverso i costi energetici, la volatilità delle materie prime, l’interruzione delle forniture, le sanzioni internazionali, l’allungamento delle rotte logistiche e la necessità di sostituire fornitori o mercati di sbocco.

E dall’impresa arriva inevitabilmente alla banca.

Nella valutazione del merito creditizio diventa allora sempre più importante comprendere non soltanto quanto un’impresa sia indebitata o quale redditività produca, ma quanto sia vulnerabile agli shock geopolitici.

Occorre conoscere la concentrazione geografica dei fornitori, la dipendenza energetica, l’esposizione verso Paesi sottoposti a sanzioni, la sostituibilità delle materie prime utilizzate, la resilienza logistica e la capacità dell’impresa di trasferire sui prezzi finali eventuali aumenti dei costi.

È un cambiamento importante anche nella cultura del rischio.

Lo scenario geopolitico non può essere considerato soltanto una variabile macroeconomica utilizzata negli stress test. Deve progressivamente entrare nell’analisi prospettica dell’impresa e nella valutazione della sua capacità di generare flussi finanziari anche in condizioni avverse.

Ucraina, Iran e Groenlandia, dunque, non sono tre capitoli della stessa crisi. Sono tre manifestazioni differenti di uno stesso cambiamento del contesto internazionale.

Territorio, energia, materie prime, tecnologia e rotte commerciali stanno tornando a essere elementi centrali del potere economico.

Per l’Europa la sfida sarà particolarmente complessa. Significherà conciliare apertura commerciale e autonomia strategica, transizione energetica e sicurezza degli approvvigionamenti, disciplina di bilancio e maggiori investimenti nella difesa e nelle infrastrutture critiche.

Per imprese e banche, invece, la conseguenza potrebbe essere ancora più immediata: imparare a considerare la geopolitica non più come un evento eccezionale, ma come una componente strutturale del rischio.

Forse è proprio questa la lezione che collega idealmente Kiev, il Golfo Persico e Nuuk.

La globalizzazione non sta necessariamente finendo. Sta cambiando natura.

E nel nuovo equilibrio mondiale non conterà soltanto produrre al costo più basso. Conterà sempre di più sapere dove si produce, da chi dipendono le forniture, attraverso quali rotte viaggiano e chi è in grado di garantirne la sicurezza.