Anno III • Numero 245
9772039198001

QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

In giro per il mondo – India del Nord: il primo incontro con un Paese che non lascia indifferenti

Da Delhi al Taj Mahal, fino alle città dei maharaja e al deserto del Rajasthan. Prima tappa di un viaggio in quattro puntate attraverso un Paese che è quasi impossibile raccontare al singolare.

Ci sono Paesi che si visitano e Paesi che bisogna imparare ad attraversare. L’India appartiene decisamente alla seconda categoria.

Raccontarla in un solo articolo sarebbe probabilmente il modo migliore per non raccontarla affatto. Non soltanto per le sue dimensioni, ma perché basta percorrere poche centinaia di chilometri per vedere cambiare lingua, cucina, religione, architettura, paesaggio e perfino il modo nel quale sembra scorrere il tempo. L’India non è semplicemente grande. È molteplice. Ed è proprio per questo che In giro per il mondo le dedicherà non uno, ma quattro viaggi. Prima, però, occorre fare una premessa.

Un Paese che difficilmente lascia indifferenti

L’India non è un Paese facile da visitare. Sarebbe sbagliato raccontarlo soltanto attraverso il fascino dei palazzi dei maharaja, dei templi, dei colori e dei paesaggi. Viaggiare in India significa confrontarsi anche con il caos delle grandi città, il traffico, il rumore, gli odori, le distanze, la folla, la povertà visibile e contraddizioni sociali che possono colpire profondamente chi arriva dall’Europa. L’India mette continuamente insieme cose che altrove cerchiamo di tenere separate. Bellezza e degrado. Spiritualità e materialismo. Tecnologia e tradizioni antichissime. Ricchezza e povertà. Silenzio e rumore.

Probabilmente è anche per questo che difficilmente lascia indifferenti.

Ci sono viaggiatori che arrivano pieni di aspettative e dopo pochi giorni desiderano soltanto tornare a casa. Il disordine, le condizioni igieniche non sempre semplici, la folla e il continuo sovrapporsi di bellezza e difficoltà possono trasformare il viaggio in un’esperienza faticosa. Tornano portando con sé un brutto ricordo e la convinzione che non metteranno mai più piede nel Paese. E poi ci sono quelli ai quali accade esattamente il contrario.

È quello che è successo a me.

L’India mi ha conquistato anche attraverso le sue contraddizioni. Non perché non abbia visto ciò che può disturbare un viaggiatore occidentale, ma perché, accanto a quelle difficoltà, ho trovato una straordinaria capacità di sorprendere: una spiritualità che convive con il caos, una bellezza che compare dove meno te l’aspetti, colori quasi eccessivi, mercati, persone, templi, paesaggi e un rapporto con il tempo profondamente diverso dal nostro.

L’India, almeno per me, appartiene a quei luoghi nei quali non basta andare una volta. Si parte pensando di avere compiuto un viaggio e si torna con la sensazione di averne soltanto intravisto una piccola parte. E allora nasce il desiderio di ritornare. Una seconda volta. Poi un’altra ancora. Forse è eccessivo dire che in India si torna cento volte. Ma rende bene l’idea. Perché l’India sembra dividere i viaggiatori in due grandi categorie: chi non vede l’ora di lasciarla e chi, appena l’ha lasciata, comincia già a pensare a quando potrà tornarci. Io appartengo decisamente alla seconda. Un consiglio: non cercate di resistere all’India o di interpretarla continuamente attraverso le nostre abitudini occidentali. Lasciatevi piuttosto avvolgere dal suo ritmo, dai colori, dai rumori, dagli odori e perfino dalle sue contraddizioni. Cercate, per quanto possibile, di entrare in sintonia con il Paese e con il suo modo di vivere. È forse questo il segreto per comprenderne davvero il fascino: accettare l’India per ciò che è, senza pretendere di cambiarla o di giudicarla continuamente con i nostri parametri. Solo allora il viaggio smette di essere una semplice visita e può trasformarsi in un’esperienza difficile da dimenticare.

Quattro viaggi per provare a raccontare l’India

La nostra prima tappa sarà dedicata all’India del Nord: Delhi, Agra e quindi il Rajasthan, con Jaipur, Jodhpur, Jaisalmer e Udaipur. Sarà il viaggio delle città imperiali, del Taj Mahal, delle fortezze, dei palazzi dei maharaja e del deserto del Thar.

Ma questa prima puntata avrà anche un compito particolare. Qui parleremo di ciò che serve sapere prima di affrontare qualsiasi viaggio nel Paese: come arrivare, come muoversi, quali mezzi scegliere, cosa mangiare, come comportarsi e quali precauzioni adottare.

Nella seconda puntata scenderemo nell’India meridionale, tra Tamil Nadu, Karnataka e Kerala: Chennai, Mahabalipuram, Pondicherry, Thanjavur, Madurai, Mysore, Hampi, Kochi, Munnar e le backwaters. Sarà l’India della cultura dravidica, dei grandi templi, delle spezie, dell’Ayurveda e dei paesaggi tropicali.

Il terzo viaggio ci condurrà nell’India orientale, da Calcutta al Bengala e all’Odisha, passando per i Sundarbans, Bhubaneswar, Puri e Konark. Qui incontreremo l’eredità coloniale, la cultura bengalese, la letteratura, il grande delta e un’altra forma ancora della spiritualità indiana.

Infine, cercheremo quella che potremmo chiamare “l’altra India”: Varanasi e il Gange, Sarnath, Khajuraho, Amritsar e il Sikhismo, Haridwar e Rishikesh, la vertiginosa modernità di Mumbai e infine il Mar Arabico, scendendo verso Goa e Gokarna.

Quattro viaggi senza la pretesa di esaurire un Paese che probabilmente nessun viaggio può esaurire. Cominciamo da Delhi.

Delhi, il primo impatto

Delhi non concede molto tempo per ambientarsi. Appena usciti dall’aeroporto, l’India comincia. Traffico, clacson, automobili, motociclette, tuk-tuk, persone che attraversano la strada, venditori, animali e una quantità di stimoli che nelle prime ore può risultare quasi disorientante. Poi lentamente si impara a guardare. E dietro il caos cominciano a emergere le molte città che compongono Delhi.

Delhi, tra la città vecchia e quella imperiale

Il cuore è Chandni Chowk, la grande arteria commerciale voluta nel XVII secolo durante il regno dell’imperatore moghul Shah Jahan. Ma chiamarla semplicemente “strada” sarebbe riduttivo. È un universo di negozi, bancarelle, risciò, motociclette, venditori di spezie, tessuti, gioielli, dolci e street food.

Qui bisogna camminare. Oppure, almeno una volta, salire su un cycle-rickshaw e lasciare che sia qualcun altro a trovare una logica in un traffico che, agli occhi di un europeo, sembra non averne alcuna. E poi ci sono i fiori.

Delhi possiede mercati nei quali, soprattutto nelle prime ore del mattino, arrivano enormi quantità di rose, calendule, gelsomini e altri fiori destinati ai templi, alle cerimonie religiose, ai matrimoni e alle decorazioni. Le lunghe ghirlande gialle e arancioni di calendule, i petali sparsi sui banchi e i grandi sacchi pieni di fiori creano uno spettacolo di colori e profumi che vale la pena cercare alzandosi molto presto.

Non è soltanto un mercato. I fiori in India accompagnano continuamente la vita religiosa e sociale: vengono offerti alle divinità, utilizzati nei matrimoni, deposti nei luoghi sacri e intrecciati in ghirlande. Osservare un mercato dei fiori significa quindi entrare, attraverso qualcosa di apparentemente quotidiano, in uno degli aspetti più profondi della cultura indiana.

A dominare Old Delhi è poi il Red Fort, il Lal Qila, fatto costruire dall’imperatore Shah Jahan nel XVII secolo quando decise di trasferire la capitale moghul da Agra a Delhi.

Le sue imponenti mura di arenaria rossa si estendono per oltre due chilometri e racchiudono quello che un tempo era molto più di una fortezza: era una vera città imperiale, centro politico e cerimoniale del potere moghul.

Entrando dalla monumentale Lahori Gate, si attraversa il Chatta Chowk, l’antico bazar coperto nel quale venivano venduti tessuti, gioielli e oggetti destinati alla corte. Più avanti si incontrano il Diwan-i-Aam, la sala delle udienze pubbliche, e il Diwan-i-Khas, destinato invece agli incontri privati dell’imperatore.

È proprio qui che il forte rivela la sua vera natura. Dietro l’aspetto militare delle mura esterne esisteva un mondo raffinato di palazzi, padiglioni, giardini, canali d’acqua e sale decorate. Il Red Fort era contemporaneamente fortezza, residenza e rappresentazione del potere.

La storia, però, ne ha profondamente modificato l’aspetto. Saccheggi, trasformazioni e soprattutto gli interventi britannici successivi alla rivolta del 1857 hanno fatto scomparire una parte considerevole degli edifici originari. Ciò che vediamo oggi è quindi soltanto una parte dell’immenso complesso voluto dagli imperatori moghul.

Ed è forse proprio questa stratificazione a renderlo ancora più interessante: il Red Fort non racconta soltanto la grandezza dell’impero moghul, ma anche il suo declino, l’affermazione del dominio britannico e, successivamente, la nascita dell’India indipendente. Non a caso ancora oggi, ogni 15 agosto, in occasione dell’Independence Day, è dalle sue mura che il primo ministro indiano si rivolge alla nazione.

Poi, quasi improvvisamente, cambia tutto.

C’è New Delhi, con i grandi viali progettati durante il periodo britannico, gli edifici istituzionali, il Parlamento, Rashtrapati Bhavan e India Gate. Gli spazi si allargano, il traffico sembra respirare e l’urbanistica racconta un’altra stagione della storia indiana.

E ancora la tomba di Humayun, uno dei grandi capolavori dell’architettura moghul e importante antecedente dello stesso Taj Mahal, e il Qutub Minar, la straordinaria torre che supera i settanta metri e testimonia una fase ancora precedente della storia islamica della città. È questo che rende Delhi così difficile da definire.

Non è realmente una sola città. È una successione di città costruite, distrutte e ricostruite nel corso dei secoli, ciascuna delle quali ha lasciato qualcosa alla successiva.

Delhi non è una città da capire immediatamente. È un’introduzione all’India. E forse proprio per questo non potrebbe esserci posto migliore dal quale cominciare.

Agra: davanti al Taj Mahal

Da Delhi il viaggio prosegue verso Agra. Si può avere visto il Taj Mahal centinaia di volte in fotografia. Si può conoscere la sua storia, riconoscerne immediatamente la sagoma e sapere esattamente quale immagine dovrebbe apparire davanti ai nostri occhi. Eppure, niente prepara davvero al momento in cui lo si vede per la prima volta.

Il fascino comincia ancora prima di raggiungerlo. Superata la grande porta monumentale in arenaria rossa, il mausoleo appare improvvisamente in fondo al giardino, perfettamente incorniciato dall’arco d’ingresso. Per qualche istante sembra quasi irreale: lontano, sospeso, straordinariamente leggero nonostante le sue dimensioni.

Poi ci si avvicina e ci si accorge che il Taj Mahal non ha un solo colore.

Il marmo bianco di Makrana reagisce continuamente alla luce. All’alba può assumere sfumature rosate e perlacee; con il sole più alto diventa di un bianco quasi abbagliante; verso il tramonto si scalda di tonalità dorate e, nelle giornate più limpide, sembra raccogliere perfino i colori del cielo. È forse questo uno dei suoi segreti: il Taj Mahal non appare mai esattamente uguale a se stesso. Anche l’acqua contribuisce all’illusione. Il lungo bacino che attraversa il giardino riflette cupola e minareti, raddoppiando l’edificio e accentuando quella simmetria quasi ossessiva che caratterizza l’intero complesso. Ma proprio osservandolo attentamente si scopre un particolare curioso: quella perfezione geometrica contiene anche una piccola, voluta deviazione.

I quattro minareti che circondano il mausoleo non sono perfettamente verticali: presentano una lieve inclinazione verso l’esterno. È quasi impossibile accorgersene a occhio nudo, ma contribuisce anche alla straordinaria raffinatezza del progetto. L’inclinazione viene comunemente spiegata come un accorgimento che, in caso di cedimento, avrebbe favorito la caduta delle torri lontano dal mausoleo; allo stesso tempo la loro disposizione contribuisce alla percezione prospettica dell’insieme. Il Taj Mahal è quindi perfetto proprio senza essere rigidamente perfetto. E poi c’è l’atmosfera. Nonostante le migliaia di visitatori, esistono momenti nei quali il rumore sembra arretrare. Ci si trova davanti a un monumento conosciuto in tutto il mondo e improvvisamente la fotografia da cartolina scompare. Rimangono il marmo, la luce, l’acqua, il cielo e quella grande cupola che sembra molto più leggera di quanto dovrebbe essere. Avvicinandosi, inoltre, ciò che da lontano appare semplicemente bianco rivela una decorazione minuziosa: calligrafie coraniche, motivi floreali e intarsi realizzati con pietre colorate attraverso la tecnica della pietra dura. Il monumento cambia ancora una volta: da lontano colpisce per l’armonia delle proporzioni, da vicino per la precisione quasi infinitesimale dei dettagli. E infine bisogna ricordare perché esiste.

Il mausoleo fu fatto costruire nel XVII secolo dall’imperatore moghul Shah Jahan in memoria della moglie Mumtaz Mahal, morta nel 1631. Dietro uno dei monumenti più fotografati del pianeta c’è dunque innanzitutto la volontà di trasformare il ricordo e il dolore per una persona amata in qualcosa destinato a sopravvivere al tempo.

Forse è anche per questo che il Taj Mahal riesce a produrre un’impressione diversa da quella di molti altri grandi monumenti. È grandioso, ma non appare aggressivo. È monumentale, ma conserva qualcosa di intimo. È perfettamente geometrico, eppure cambia continuamente con la luce.

Il Taj Mahal non è soltanto qualcosa da vedere. È uno di quei rari luoghi nei quali bisogna fermarsi e concedersi il tempo di guardare.

E quando, prima di uscire, ci si volta un’ultima volta verso il mausoleo, si comprende perché una fotografia, per quanto bella, non sia mai riuscita davvero a raccontarlo.

Ma Agra non è soltanto il Taj Mahal

Lasciare Agra dopo aver visto il Taj Mahal sarebbe un errore. A pochi chilometri di distanza si trova infatti un altro dei grandi capolavori dell’architettura moghul: il Forte di Agra, imponente complesso fortificato affacciato sul fiume Yamuna.

Già dall’esterno colpisce per le enormi mura di arenaria rossa, alte e compatte, che circondano un complesso molto più vasto di quanto possa sembrare. Ma definirlo semplicemente una fortezza sarebbe riduttivo. Dietro quelle mura si sviluppò per generazioni una vera città imperiale, nella quale convivevano funzioni militari, politiche e residenziali.

La trasformazione del forte è legata soprattutto all’imperatore Akbar, che nella seconda metà del Cinquecento ne fece uno dei centri del potere moghul. I suoi successori continuarono però a modificarlo e arricchirlo, fino a Shah Jahan, che introdusse edifici e padiglioni nei quali l’arenaria rossa lascia progressivamente spazio al marmo bianco che ritroveremo nella sua massima espressione nel Taj Mahal. Ed è proprio questo contrasto a rendere affascinante la visita.

Si attraversano porte monumentali, cortili, sale per le udienze, moschee e residenze private. L’architettura militare delle mura esterne cede lentamente il posto alla raffinatezza degli ambienti destinati alla corte. Tra gli edifici più suggestivi si incontrano il Jahangiri Mahal, il Diwan-i-Am, destinato alle udienze pubbliche, il Diwan-i-Khas, riservato agli incontri più importanti, e la Moti Masjid, la Moschea della Perla. Ma c’è soprattutto un punto del forte nel quale storia, architettura e vicenda umana finiscono per incontrarsi. È il Musamman Burj, elegante torre ottagonale in marmo affacciata sullo Yamuna. Secondo la tradizione, fu qui che Shah Jahan trascorse gli ultimi anni della propria vita dopo essere stato deposto e confinato dal figlio Aurangzeb. Da quelle finestre poteva guardare, in lontananza, il Taj Mahal, il mausoleo che aveva fatto costruire per Mumtaz Mahal. Ed è difficile, trovandosi lì, non lasciarsi suggestionare dall’immagine.

Poche ore prima abbiamo osservato il Taj Mahal da vicino, ammirandone il marmo, le proporzioni e i riflessi. Adesso lo vediamo da lontano, quasi sospeso nella foschia oltre il fiume, dalla prospettiva dell’uomo che lo aveva voluto.

Il Forte di Agra acquista così un significato diverso. Non è soltanto un’altra testimonianza della grandezza dell’impero moghul: diventa quasi l’altra metà della storia del Taj Mahal. Da una parte il monumento costruito per conservare il ricordo di un amore; dall’altra il luogo dal quale, secondo la tradizione, chi lo aveva fatto costruire continuò a guardarlo senza poterlo più raggiungere. Alla morte di Shah Jahan, nel 1666, il suo corpo fu infine deposto proprio nel Taj Mahal, accanto a quello di Mumtaz. Forse è anche per questo che visitare i due monumenti nella stessa giornata produce un’impressione così particolare: il Taj Mahal racconta il sogno e la memoria; il Forte di Agra racconta il potere, la sua fragilità e il trascorrere del tempo.

Fatehpur Sikri, la capitale che durò pochissimo

Prima di raggiungere il Rajasthan farei inoltre una deviazione per Fatehpur Sikri, la straordinaria città fatta edificare dall’imperatore Akbar nella seconda metà del Cinquecento e divenuta per un breve periodo capitale dell’impero moghul. È uno di quei luoghi nei quali il fascino nasce anche dalla sensazione di trovarsi davanti a una città concepita per rappresentare un enorme potere e poi abbandonata come capitale dopo pochi anni. Palazzi, cortili, padiglioni, moschee e grandi spazi cerimoniali sono costruiti prevalentemente nella caratteristica arenaria rossa e mostrano un’architettura nella quale si incontrano influenze islamiche, persiane e indiane. Tra gli edifici più affascinanti c’è il Panch Mahal, il singolare palazzo a cinque livelli che diventa progressivamente più piccolo salendo verso l’alto, quasi dissolvendosi nel cielo. E poi la monumentale Buland Darwaza, la “Porta della Magnificenza”, che introduce al complesso della Jama Masjid e restituisce immediatamente l’ambizione imperiale che aveva accompagnato la nascita della città.

Fatehpur Sikri viene spesso descritta come una “città fantasma”, ma l’espressione è in parte fuorviante: il complesso storico non deve essere confuso con un luogo completamente privo di vita. Ciò che colpisce è piuttosto il contrasto tra la grandiosità del progetto imperiale e la brevità del periodo nel quale la città svolse effettivamente il ruolo di capitale. La ragione del trasferimento della corte viene spesso attribuita semplicemente alla scarsità d’acqua, ma gli storici considerano il quadro più complesso, legato anche alle esigenze politiche e militari dell’impero. Vale comunque la pena fermarsi. Perché Fatehpur Sikri rappresenta anche un passaggio ideale nel nostro viaggio: lasciamo progressivamente l’India dei grandi imperatori moghul e ci dirigiamo verso quella dei Rajput e dei maharaja. La strada continua verso Jaipur. E qui cambia nuovamente tutto.

Jaipur, la porta del Rajasthan

Entrare in Rajasthan significa cambiare ancora una volta India. Jaipur è conosciuta come la Città Rosa, per il colore che caratterizza buona parte del suo centro storico. Il simbolo è naturalmente l’Hawa Mahal, il Palazzo dei Venti, con la sua straordinaria facciata traforata. Poco distante si trovano il City Palace e il Jantar Mantar. Ma uno dei luoghi che maggiormente raccontano il Rajasthan si trova fuori dal centro: Amber Fort. Salendo verso il complesso fortificato di Amber, che domina dall’alto il paesaggio circostante, si comincia a comprendere la dimensione politica e militare dei regni Rajput. Un tempo, e ancora oggi in parte come attrazione turistica, il percorso poteva essere compiuto anche a dorso di elefante; una pratica suggestiva nell’immaginario del Rajasthan, ma oggi sempre più discussa per le implicazioni legate al benessere degli animali. Cortili, mura, sale decorate e sistemi difensivi raccontano un mondo nel quale potere e bellezza architettonica erano strettamente intrecciati. Jaipur è anche il primo grande incontro con i mercati del Rajasthan: tessuti, gioielli, spezie, artigianato, colori. Qui bisogna anche imparare una delle piccole arti del viaggio indiano: contrattare. Non con aggressività. Quasi come parte di un rituale sociale.

Jodhpur, la città blu

Da Jaipur proseguirei verso Jodhpur. La città appare dominata dall’enorme Mehrangarh Fort, costruito su un’altura che sovrasta il centro storico. Da lassù si comprende immediatamente perché Jodhpur sia chiamata la città blu. Sotto le mura del forte, centinaia di abitazioni dipinte nelle diverse tonalità dell’azzurro creano uno dei panorami urbani più riconoscibili dell’India. Ma è scendendo dal forte e perdendosi nelle strade della città vecchia che Jodhpur diventa più interessante. Mercati, botteghe, motociclette, templi e piccoli ristoranti. L’India monumentale e quella quotidiana tornano continuamente a sovrapporsi.

Bikaner, il Rajasthan meno conosciuto

Lasciata Jaipur, prima di raggiungere le grandi distese del deserto del Thar, vale la pena dirigersi verso Bikaner, città meno conosciuta rispetto a Jaipur, Jodhpur e Udaipur, ma proprio per questo capace di offrire un’immagine differente del Rajasthan. Fondata nel XV secolo ai margini del deserto, Bikaner fu per secoli un importante punto di passaggio lungo le rotte carovaniere che collegavano l’India settentrionale con l’Asia centrale. Ancora oggi la città conserva quell’atmosfera di frontiera tra il mondo urbano e il deserto che diventerà ancora più evidente proseguendo verso Jaisalmer. Il suo monumento più importante è il Junagarh Fort, e già qui troviamo una particolarità: a differenza di molte grandi fortezze del Rajasthan, non sorge sulla cima di una collina ma nel cuore della pianura. Le possenti mura in arenaria nascondono un insieme sorprendentemente raffinato di cortili, palazzi, balconi, sale decorate e padiglioni costruiti e modificati nel corso dei secoli dai diversi sovrani di Bikaner. È proprio il contrasto tra l’aspetto severo della fortezza e la ricchezza degli ambienti interni a renderne interessante la visita. Specchi, affreschi, pietre lavorate, legno scolpito e decorazioni raccontano ancora una volta quanto nei regni Rajput la funzione militare e la rappresentazione del potere procedessero insieme. Ma Bikaner merita anche di essere vissuta fuori dal forte. Nella città vecchia sopravvivono splendide haveli, le tradizionali dimore dei mercanti, con facciate riccamente scolpite, piccoli balconi e finestre traforate. Camminare tra queste strade permette di ritrovare quell’India quotidiana che rischia talvolta di scomparire dietro la monumentalità dei grandi palazzi. Bikaner è inoltre famosa per i suoi snack speziati, a cominciare dal Bikaneri bhujia, diventato popolare ben oltre i confini del Rajasthan. Ma c’è un’altra ragione per arrivare fin qui. A una trentina di chilometri dalla città ci aspetta infatti uno dei luoghi più insoliti dell’intero viaggio.

Deshnoke e il tempio dei topi

A Deshnoke si trova il Karni Mata Temple, conosciuto dai viaggiatori soprattutto con un nome molto più immediato: il tempio dei topi. E bisogna essere preparati. All’interno del santuario vivono migliaia di ratti che si muovono liberamente tra cortili, grate, recipienti contenenti latte e offerte dei fedeli. Come negli altri templi, prima di entrare bisogna togliere le scarpe, e questo rende l’esperienza ancora più particolare per chi non è abituato a una simile situazione. La prima reazione di molti occidentali può essere di sorpresa, se non addirittura di repulsione. Ma sarebbe un errore fermarsi lì. I ratti, chiamati localmente kabbas, non sono considerati animali infestanti. Sono protetti, nutriti e rispettati perché legati alla tradizione religiosa di Karni Mata, mistica vissuta tra il XIV e il XVI secolo e venerata dai suoi seguaci come manifestazione della dea Durga. Le leggende che spiegano la presenza dei ratti assumono versioni differenti, ma ruotano intorno al rapporto tra Karni Mata, la morte e la reincarnazione dei suoi seguaci. Per i devoti, quindi, quegli animali possiedono un significato completamente diverso da quello che attribuiamo loro nella cultura occidentale. I pellegrini portano latte, cereali e dolci. Il passaggio di un ratto sui piedi può essere considerato di buon auspicio e riuscire a vedere uno dei rarissimi ratti bianchi viene ritenuto particolarmente fortunato. È uno dei luoghi nei quali l’India ci obbliga, ancora una volta, a cambiare prospettiva. Quello che per noi può apparire inizialmente incomprensibile assume un significato completamente differente se osservato attraverso la cultura che lo ha prodotto. Ed è forse proprio questa una delle esperienze più interessanti di un viaggio in India: trovarsi davanti a qualcosa che non appartiene alle nostre categorie e, anziché respingerlo immediatamente, provare almeno per qualche momento a comprenderlo. Non è necessario condividerlo. È sufficiente osservarlo. Perché viaggiare significa anche questo.

E poi verso il deserto. Jasailmer

Lasciata Deshnoke, il paesaggio diventa progressivamente più arido. Le città si diradano, gli spazi si allargano e il Rajasthan comincia a mostrare uno dei suoi volti più affascinanti.  Avvicinandosi a Jaisalmer, il verde diminuisce e il deserto comincia progressivamente a occupare l’orizzonte. La città sembra emergere dalla sabbia. Il Jaisalmer Fort, costruito in arenaria gialla, cambia colore con la luce ed è una delle rare grandi fortezze storiche dell’India ancora abitate. All’interno delle mura continuano a vivere famiglie, negozi, guesthouse e templi. Ma Jaisalmer significa soprattutto deserto del Thar. Qui trascorrerei almeno una notte fuori dalla città, evitando possibilmente le esperienze più affollate e cercando un campo più piccolo. Il tramonto sulle dune, il silenzio che arriva dopo il giorno e il cielo notturno rappresentano un’India completamente diversa da quella incontrata pochi giorni prima nel traffico di Delhi. Ed è questo continuo cambiamento a rendere il viaggio così particolare.

Udaipur, l’India che rallenta

Dopo il deserto, Udaipur sembra quasi una ricompensa. Laghi, palazzi, terrazze e colline modificano completamente il paesaggio. Il City Palace, affacciato sul lago Pichola, è uno dei  grandi complessi reali del Rajasthan. Sul lago emergono il Lake Palace e Jag Mandir. Ma Udaipur, più che attraverso una sequenza di monumenti, la vivrei lentamente. Una passeggiata lungo il lago. Un tè su una terrazza. Una barca nel tardo pomeriggio. Dopo Delhi, Agra, le fortezze e il deserto, è il luogo giusto nel quale fermarsi.

Come arrivare in India

Per un viaggio nell’India settentrionale Delhi rappresenta generalmente il punto d’ingresso più logico. Dall’Italia le combinazioni cambiano secondo compagnie e stagione e possono prevedere collegamenti diretti o uno scalo nei principali hub europei e mediorientali.

Per l’ingresso turistico sono necessari passaporto e visto. Il sistema ufficiale indiano prevede diverse formule di e-Tourist Visa, comprese quelle di 30 giorni, un anno e cinque anni; requisiti e validità vanno comunque verificati al momento della partenza. Attualmente è richiesta anche la compilazione della Electronic Arrival Card. Per evitare siti intermediari e costi inutili utilizzerei esclusivamente il portale ufficiale del Governo indiano. Portale ufficiale e-Visa del Governo indiano

Come spostarsi: il viaggio è parte dell’India

Qui farei una scelta diversa da quella che adotterei in molti altri Paesi. Non noleggerei un’automobile da guidare personalmente. Guidare in India richiede abitudine a condizioni di traffico molto differenti da quelle europee. Per un itinerario nel Rajasthan una delle soluzioni più comode è automobile con autista, soprattutto viaggiando in due o più persone. Permette di fermarsi lungo il percorso, raggiungere località minori e affrontare con maggiore tranquillità tratte come Jaipur-Jodhpur-Jaisalmer-Udaipur. Ma almeno una volta utilizzerei il treno. Le ferrovie fanno parte dell’esperienza indiana. La rete collega le principali città e Indian Railways dispone anche di servizi di assistenza dedicati ai turisti internazionali in importanti stazioni, comprese New Delhi, Agra, Jaipur e Jodhpur.  Nel Rajasthan treno, strada e voli interni permettono diverse combinazioni; l’ente turistico dello Stato indica collegamenti ferroviari con le principali città indiane e aeroporti a Jaipur, Jodhpur, Udaipur e altre località.  Nelle città, invece, tuk-tuk e risciò fanno parte del viaggio.

Quando andare

Per questo primo itinerario sceglierei da ottobre a marzo, quando le temperature del Rajasthan sono generalmente più favorevoli al viaggio. L’estate può diventare estremamente calda, soprattutto nelle aree desertiche, mentre il monsone modifica condizioni e ritmi del viaggio. Anche Rajasthan Tourism identifica la stagione più fresca come quella generalmente più favorevole alla visita.  Personalmente trovo particolarmente interessanti novembre-febbraio, ricordando però che le serate nel deserto possono essere fredde.

La cucina indiana non esiste. O meglio, ne esistono moltissime

Uno dei primi errori che commettiamo arrivando dall’Europa è parlare di “cucina indiana” come se fosse una realtà omogenea. L’India possiede invece un mosaico di cucine regionali. Cambiano ingredienti, spezie, cereali, tecniche di cottura, presenza della carne e tradizioni religiose. Nel Nord incontreremo frequentemente dal, preparazioni a base di legumi, roti, chapati e naan, curry, riso, verdure, pane cotto nel tandoor e moltissime preparazioni vegetariane. E poi il thali, che consiglio almeno una volta: più che un singolo piatto, è un insieme di piccole preparazioni servite contemporaneamente e permette di assaggiare sapori differenti nello stesso pasto. Nel Rajasthan proverei il dal baati churma, uno dei piatti simbolo della regione; il gatte ki sabzi, preparato con farina di ceci; e, per chi mangia carne, il laal maas, tradizionalmente molto speziato. Poi c’è lo street food. È una delle grandi tentazioni dell’India e richiede buon senso. Sceglierei bancarelle molto frequentate, dove il cibo viene preparato al momento, eviterei acqua non confezionata, ghiaccio di provenienza incerta e alimenti crudi lavati con acqua non sicura. E berrei molto chai. Non soltanto perché è buono, ma perché fermarsi davanti a un piccolo bicchiere di tè speziato è uno dei modi più semplici per osservare la vita quotidiana.

Mangiare con le mani e altre abitudini da conoscere

In molte situazioni tradizionali si mangia utilizzando la mano destra. La sinistra è culturalmente associata alle pratiche igieniche e per questo viene generalmente evitata nel porgere cibo o oggetti. Prima di entrare nei templi bisogna togliere le scarpe e in alcuni luoghi è necessario coprire spalle e gambe. Le fotografie possono essere vietate in determinate aree: meglio chiedere. Il saluto namaste, accompagnato dalle mani unite, è sempre appropriato. Bisogna poi abituarsi a un diverso rapporto con lo spazio personale, con le file, con il rumore e con il tempo. E soprattutto evitare di interpretare continuamente ciò che accade attraverso categorie europee. L’India diventa molto più interessante quando smettiamo di domandarci perché non funzioni come casa nostra e cominciamo a osservare come funziona lei.

Salute, igiene e sicurezza: prudenza senza paranoia

Prima della partenza è opportuno consultare il proprio medico o un centro di medicina dei viaggi, perché le indicazioni sanitarie dipendono dall’itinerario, dalla durata e dalle condizioni individuali. L’acqua merita particolare attenzione: meglio utilizzare acqua confezionata e controllare il sigillo della bottiglia. Anche sul cibo vale una regola semplice: cotto bene e servito caldo è generalmente preferibile a qualcosa rimasto esposto per ore. L’India richiede attenzione, non paura. Prima della partenza controllerei comunque sempre la scheda aggiornata del Ministero degli Esteri, anche perché alcune aree del Paese presentano indicazioni di sicurezza specifiche e le condizioni possono cambiare. Al momento sono inoltre in vigore particolari misure di screening sanitario all’ingresso.  Scheda India di Viaggiare Sicuri

Quanto tempo: il mio itinerario consigliato

Per questa prima India non scenderei sotto le due settimane, ma un itinerario così articolato rischierebbe di diventare troppo veloce. Se possibile, dedicherei all’India del Nord 19-20 giorni, in modo da inserire anche Bikaner e il sorprendente tempio di Karni Mata a Deshnoke senza sacrificare il tempo necessario per vivere le altre città.

Costruirei il viaggio così:

Giorni 1-3 – Delhi Old Delhi, Jama Masjid, Chandni Chowk, Red Fort, Humayun’s Tomb, Qutub Minar, New Delhi e, al mattino presto, uno dei caratteristici mercati dei fiori.

Giorni 4-5 – Agra e Fatehpur Sikri Taj Mahal, possibilmente nelle prime ore del mattino per apprezzarne i cambiamenti di luce, Forte di Agra e successiva visita di Fatehpur Sikri lungo il percorso verso il Rajasthan.

Giorni 6-8 – Jaipur e Amber City Palace, Hawa Mahal, Jantar Mantar, mercati della città vecchia e Amber Fort. Tre giorni consentono di alternare le visite monumentali al piacere di perdersi nei bazar della Città Rosa.

Giorni 9-10 – Bikaner e Deshnoke Junagarh Fort, haveli e città vecchia. Una parte della seconda giornata va dedicata a Deshnoke e al Karni Mata Temple, il celebre “tempio dei topi”, una delle esperienze più insolite dell’intero viaggio.

Giorni 11-13 – Jaisalmer e deserto del Thar  Jaisalmer Fort, haveli, città vecchia e almeno una notte nel deserto. Eviterei una semplice escursione di poche ore: il fascino del Thar emerge soprattutto quando i visitatori giornalieri se ne vanno, arriva il tramonto e il deserto diventa finalmente silenzioso.

Giorni 14-15 – Jodhpur Mehrangarh Fort, Jaswant Thada, città vecchia, mercato intorno alla Clock Tower e tempo per osservare dall’alto il sorprendente mosaico azzurro della Città Blu.

Giorni 16-18 – Udaipur City Palace, lago Pichola, Jagdish Temple, passeggiate nella città vecchia e giro in barca nel tardo pomeriggio. Dopo tanti spostamenti, Udaipur è anche il posto giusto per rallentare.

Giorno 19 – Udaipur-Delhi Volo interno oppure prosecuzione del viaggio secondo il programma scelto.

Giorno 20 – Delhi e rientro in Italia Terrei volutamente una giornata di margine prima del volo internazionale, evitando coincidenze troppo strette dopo un viaggio nel quale gli imprevisti fanno parte dell’esperienza.

Un viaggio da non comprimere

Naturalmente l’itinerario può essere ridotto. Ma se disponiamo del tempo necessario, eviterei di farlo. L’India non è un Paese nel quale abbia molto senso accumulare città e monumenti. Una parte importante del viaggio avviene proprio tra una destinazione e l’altra: guardando dal finestrino di un treno, fermandosi in un villaggio durante un trasferimento, bevendo un chai lungo la strada o semplicemente osservando ciò che accade intorno a noi. In questo caso, quindi, anche il tempo apparentemente “perso” negli spostamenti è in realtà tempo trascorso in India. E spesso saranno proprio quei momenti, più dei monumenti programmati sulla guida, quelli che ricorderemo una volta tornati a casa.

Il viaggio continua

Avevo detto all’inizio che l’India è uno di quei Paesi che si possono amare o detestare. Dopo Delhi, il Taj Mahal, le fortezze del Rajasthan e il deserto del Thar forse è più facile comprenderne il motivo. Io so soltanto che ogni volta che l’ho lasciata ho cominciato quasi subito a pensare al viaggio successivo. E il nostro, infatti, è appena cominciato. Nella prossima puntata cambieranno quasi tutto: il paesaggio, l’architettura, le lingue, la cucina e persino il ritmo del viaggio. Scenderemo nell’India del Sud, tra Chennai e i grandi templi del Tamil Nadu, l’antica Pondicherry, Mysore e Hampi, fino al verde del Kerala, alle spezie, all’Ayurveda e alle backwaters. Perché dopo aver attraversato l’India del Nord si comprende una cosa fondamentale: non esiste una sola India. Ne esistono molte. Ed è proprio per questo che si continua a tornare.