Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

6 ottobre, la radio compie gli anni: dalla voce nell’etere all’intelligenza artificiale

Radio d’epoca e microfono su un tavolo in uno studio radiofonico, accanto al numero 60 dorato che celebra il sessantesimo anniversario.

Da Marconi alla prima trasmissione italiana del 1924, fino alle voci sintetiche, alla traduzione automatica e ai palinsesti personalizzati. La radio ha attraversato tutte le rivoluzioni tecnologiche senza perdere la propria identità.

Oggi l’intelligenza artificiale apre una nuova stagione, ma pone una domanda decisiva: fino a che punto una macchina può sostituire quella relazione umana che da oltre un secolo vive attraverso un microfono?

Il 6 ottobre non è una data qualsiasi nella storia della comunicazione italiana.

Alle ore 21 del 6 ottobre 1924, dalla stazione romana dell’Unione Radiofonica Italiana, l’URI, iniziava il primo programma regolare di radiodiffusione del nostro Paese. Una voce annunciava agli ascoltatori l’inizio delle trasmissioni, seguita da un concerto di musica classica. Era l’avvio di una storia destinata ad accompagnare guerre e ricostruzioni, trasformazioni sociali, boom economico, contestazioni, musica, sport, informazione e costume.

Da allora sono trascorsi 102 anni.

Eppure la radio è ancora qui.

Prima della radio, il mondo era più grande

Per comprenderne la portata rivoluzionaria bisogna tornare alla fine dell’Ottocento.

James Clerk Maxwell aveva teorizzato l’esistenza delle onde elettromagnetiche; Heinrich Hertz ne aveva dimostrato sperimentalmente la realtà. Ma fu soprattutto Guglielmo Marconi a trasformare quelle conoscenze scientifiche in un sistema pratico di comunicazione senza fili.

Il principio era sconvolgente per l’epoca: un segnale poteva viaggiare nello spazio senza necessità di un collegamento fisico tra chi trasmetteva e chi riceveva.

La distanza cominciava improvvisamente a restringersi.

All’inizio si trattava prevalentemente di segnali telegrafici. Poi arrivò la possibilità di trasmettere la voce, la musica, le notizie.

Ed ebbe inizio la radiofonia.

Una voce entra nelle case

La vera rivoluzione non fu soltanto tecnologica.

Fu sociale.

Prima della radio, per conoscere una notizia bisognava leggere un giornale oppure attendere che l’informazione arrivasse attraverso i tradizionali canali di comunicazione. Con la radio milioni di persone potevano invece ascoltare contemporaneamente la stessa voce.

Per la prima volta la comunicazione diventava realmente istantanea e collettiva.

Una partita di calcio, un discorso politico, un concerto, una notizia proveniente dall’estero potevano entrare direttamente in una casa.

Non bisognava essere presenti.

Bastava ascoltare.

Il mondo cominciava a diventare più piccolo.

La radio che ha unito l’Italia

Nel nostro Paese la radio ebbe anche un’altra funzione fondamentale.

Contribuì a creare un linguaggio comune.

L’Italia degli anni Venti era ancora un Paese nel quale il dialetto rappresentava per molti cittadini la principale forma di comunicazione quotidiana. La radio, e successivamente la televisione, favorì progressivamente la diffusione dell’italiano.

Ma trasmise anche cultura.

Musica lirica, teatro, radiodrammi, programmi educativi, informazione, cronache sportive entrarono nelle abitazioni di persone che spesso non avrebbero avuto altre possibilità di accedervi.

Nel ricordare il centenario della radio italiana, nel 2024, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sottolineato proprio il ruolo svolto dalla radio e poi dalla televisione nella costruzione civile e democratica del Paese, nella diffusione della cultura e nella formazione di una comunità linguistica condivisa.

Informazione, compagnia e immaginazione

La radio possiede però qualcosa che gli altri mezzi di comunicazione non sono mai riusciti completamente a replicare.

Non mostra. Suggerisce.

La televisione consegna allo spettatore un’immagine già costruita. La radio obbliga invece chi ascolta a completare il racconto.

Una voce descrive una strada e noi immaginiamo quella strada.

Un cronista racconta un gol e nella nostra mente compare lo stadio.

Un attore interpreta un radiodramma e ogni ascoltatore costruisce personalmente i volti dei protagonisti.

La radio lascia spazio all’immaginazione.

Ed è forse proprio questo uno dei segreti della sua longevità.

Un mezzo dato per morto molte volte

Quando arrivò la televisione molti pensarono che la radio sarebbe scomparsa.

Non accadde.

Quando arrivarono Internet e lo streaming, la previsione si ripeté.

Non accadde neppure allora.

La radio cambiò.

Dalle grandi apparecchiature domestiche passò ai transistor, alle autoradio, alla modulazione di frequenza. Poi arrivarono la radio digitale, lo streaming, le app, le web radio, i contenuti on demand e i podcast.

La radio ha progressivamente smesso di essere soltanto un apparecchio.

È diventata un linguaggio.

Possiamo ascoltarla attraverso uno smartphone, un computer, un’automobile connessa o uno smart speaker. Possiamo ascoltare una trasmissione in diretta oppure recuperarla ore o giorni dopo.

La vecchia distinzione fra radio, podcast e contenuto digitale sta diventando sempre più sottile.

E adesso è arrivata una nuova trasformazione.

La nuova frontiera: la radio incontra l’intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale potrebbe produrre nella radiofonia una trasformazione paragonabile, per alcuni aspetti, a quella determinata da Internet.

Non si tratta più di scenari teorici.

L’AI è già in grado di trascrivere automaticamente una trasmissione, eliminare rumori, classificare enormi archivi sonori, tradurre programmi in altre lingue, suggerire contenuti agli ascoltatori e generare voci sintetiche estremamente realistiche.

Può assistere le redazioni nella ricerca delle informazioni, riassumere documenti, predisporre scalette, gestire alcune attività ripetitive e contribuire alla verifica delle fonti.

L’UNESCO ha scelto proprio “Radio e Intelligenza Artificiale” come tema della Giornata Mondiale della Radio del 13 febbraio 2026, sottolineando come l’AI possa migliorare accessibilità, personalizzazione, traduzione, verifica delle informazioni e organizzazione delle attività, purché il giudizio umano rimanga centrale.

Una radio capace di parlare tutte le lingue

Uno degli sviluppi più interessanti riguarda la traduzione.

Immaginiamo un programma prodotto a Napoli che possa essere ascoltato quasi immediatamente a Parigi, Tokyo o Buenos Aires nella lingua dell’ascoltatore.

Non attraverso semplici sottotitoli.

Con una voce.

La tecnologia sta rapidamente rendendo possibile tutto questo.

Nel 2026 anche il Centro Ricerche e Innovazione Tecnologica della Rai ha partecipato, insieme a UNESCO, COPEAM e Università Ca’ Foscari, a un progetto pilota per utilizzare l’intelligenza artificiale nella traduzione e nel doppiaggio di contenuti radiofonici culturali dall’arabo all’italiano.

Le conseguenze potrebbero essere enormi.

Un programma locale potrebbe diventare globale.

Un’intervista potrebbe essere ascoltata in decine di Paesi senza perdere necessariamente la voce originale dell’intervistato.

Gli archivi storici potrebbero essere tradotti, indicizzati e riportati alla luce.

La radio potrebbe diventare ancora più universale di quanto sia stata nel Novecento.

La radio personalizzata

C’è poi un’altra trasformazione.

Per un secolo il principio della radio è stato sostanzialmente questo: uno trasmette, molti ascoltano.

L’intelligenza artificiale può modificare questa logica.

Ogni ascoltatore potrebbe ricevere una radio leggermente diversa.

Chi ama economia potrebbe ricevere più approfondimenti economici. Chi segue lo sport potrebbe avere aggiornamenti personalizzati sulla propria squadra. Un altro ascoltatore potrebbe ricevere più musica, cultura o notizie internazionali.

Anche la durata dei contenuti potrebbe adattarsi al tempo disponibile.

Dieci minuti di viaggio?

Una sintesi delle notizie.

Un’ora di automobile?

Un approfondimento completo.

La radio lineare non necessariamente scomparirà. Potrebbe convivere con una sorta di radio personale, costruita dinamicamente sulla base degli interessi dell’ascoltatore.

Anche l’accessibilità può cambiare

L’AI può produrre inoltre un beneficio meno spettacolare, ma socialmente importantissimo.

Può rendere i contenuti radiofonici più accessibili.

Trascrizione istantanea per chi ha difficoltà uditive, sintesi vocale, traduzione automatica, adattamento dei contenuti e sistemi di comando vocale possono ampliare enormemente il pubblico.

L’UNESCO considera proprio l’aumento dell’accessibilità una delle principali opportunità offerte dall’intelligenza artificiale alla radio.

La tecnologia, in questo caso, non sostituisce la comunicazione.

La rende disponibile a più persone.

Ma chi sta parlando?

Ed è qui che emerge il problema più delicato.

Le voci artificiali sono sempre più credibili.

Oggi è possibile riprodurre timbro, intonazione e ritmo di una voce umana partendo da quantità relativamente limitate di registrazioni.

Potremmo quindi avere speaker virtuali in onda ventiquattro ore al giorno.

Conduttori che non sbagliano una parola.

Voci che non hanno bisogno di dormire.

Notiziari aggiornati automaticamente.

Ma proprio questa perfezione apre una questione fondamentale.

Quando ascolteremo una voce alla radio, sapremo ancora se appartiene davvero a una persona?

Il problema riguarda la trasparenza, il diritto d’autore, il consenso all’utilizzo delle voci, la tutela dei lavoratori e soprattutto la fiducia dell’ascoltatore.

L’European Broadcasting Union sta affrontando proprio il tema dell’impiego delle voci sintetiche e delle conseguenze etiche dell’audio generato artificialmente.

Il rischio dei deepfake sonori

Esiste anche un’altra faccia della stessa tecnologia.

Se l’intelligenza artificiale può imitare perfettamente la voce di un conduttore, può fare lo stesso con quella di un politico, di un imprenditore o di qualsiasi personaggio pubblico.

Un falso messaggio audio potrebbe quindi sembrare autentico.

Per un mezzo fondato quasi interamente sulla credibilità della voce, il rischio è evidente.

La verifica delle fonti diventerà probabilmente una delle competenze fondamentali della radio del futuro.

Paradossalmente, quindi, la stessa intelligenza artificiale che permette di produrre contenuti falsi potrà essere utilizzata anche per individuarli.

L’algoritmo non deve diventare il direttore della radio

Esiste infine una questione culturale.

Se affidassimo interamente agli algoritmi la scelta dei contenuti, finiremmo probabilmente per ascoltare soprattutto ciò che già ci piace.

La buona radio, invece, ha sempre avuto anche un’altra funzione.

Sorprenderci.

Farci incontrare una canzone che non conoscevamo.

Un libro che non avremmo scelto.

Un’opinione diversa dalla nostra.

Una storia che non stavamo cercando.

La personalizzazione è utile finché non diventa una gabbia.

Ed è proprio qui che continuerà a essere fondamentale il lavoro di giornalisti, autori, programmatori musicali e conduttori.

Centodue anni dopo, ancora una voce

Dal segnale radio di Marconi alle onde medie, dalla FM allo streaming, dai transistor agli smartphone, la radio ha attraversato praticamente tutte le grandi rivoluzioni tecnologiche contemporanee.

Adesso incontra l’intelligenza artificiale.

Probabilmente cambieranno gli studi radiofonici.

Cambieranno i sistemi di produzione.

Cambieranno i palinsesti.

Cambierà persino il concetto di voce.

Ma c’è qualcosa che difficilmente potrà essere sostituito.

La sensazione che, dall’altra parte del microfono, qualcuno stia parlando proprio a noi.

Perché la radio è tecnologia, certamente.

Ma è soprattutto relazione.

Il 6 ottobre 1924 una voce attraversò l’etere ed entrò per la prima volta nelle case degli italiani.

Centodue anni dopo, quella voce può attraversare Internet, essere tradotta da un algoritmo, trasformata in testo, personalizzata e persino ricreata artificialmente.

La vera sfida dell’intelligenza artificiale non sarà allora stabilire se una macchina riuscirà a parlare alla radio.

Quello, in realtà, sta già accadendo.

La domanda sarà un’altra:

riuscirà una voce artificiale a farci sentire ascoltati come riesce a fare una voce umana?

Forse è proprio qui che passa il confine tra la radio del passato e quella del futuro.

La tecnologia potrà cambiare tutto.

Ma, perché continui a essere radio, dall’altra parte dovrà esserci ancora qualcosa che nessun algoritmo può garantire da solo: la fiducia di chi ascolta.