Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

Vajont, 9 ottobre 1963: quando la tragedia era già scritta nelle carte

di Romolo Martelloni

Non fu soltanto una montagna a franare quella notte. Alle 22.39 del 9 ottobre 1963, dal Monte Toc si staccò una massa enorme di roccia che precipitò nel bacino del Vajont. La diga resistette. Fu l’acqua, sollevata dalla frana, a trasformarsi in un’onda che cancellò Longarone e colpì duramente Erto, Casso e gli altri centri della valle. Le vittime furono 1.910 secondo una ricostruzione parlamentare successiva. 

   Ma il Vajont non comincia alle 22.39.

Comincia molto prima: con le prime osservazioni sulla montagna, con le crepe, con i movimenti della frana, con gli studi geologici, con le perizie, con le decisioni sul livello dell’invaso. E soprattutto con una domanda che ancora oggi rimane centrale: quanto di quello che accadde era stato visto, studiato, segnalato e conosciuto prima che fosse troppo tardi?

Le carte parlamentari raccontano una storia tutt’altro che semplice. La Commissione d’inchiesta del Senato esaminò le conclusioni della commissione ministeriale, quelle della commissione nominata dall’ENEL e le indagini affidate dall’autorità giudiziaria a un collegio di geologi, geofisici e idraulici. Non si trattava dunque di un fenomeno che, dopo la tragedia, veniva studiato partendo dal nulla: esisteva già una lunga storia di osservazioni e valutazioni tecniche.  E qui emerge il nodo più inquietante. Treccani ricostruisce una vicenda nella quale la frana era stata osservata e studiata, mentre l’aumento del livello dell’invaso era accompagnato dall’accelerazione dei movimenti del versante. Viene ricordata anche l’ipotesi di una galleria di scolmo, che non venne realizzata. 

   Non basta, quindi, chiedersi perché sia franata la montagna. Bisogna chiedersi perché, davanti ai segnali che si accumulavano, si continuò a considerare possibile procedere. E bisogna chiedersi quale fu il ruolo dei soggetti che avevano responsabilità diverse ma complementari: la SADE, proprietaria e concessionaria dell’impianto prima della nazionalizzazione; l’ENEL, subentrato nel processo di nazionalizzazione; gli organi tecnici e amministrativi dello Stato; gli organismi incaricati dei controlli e del collaudo; infine la magistratura chiamata a stabilire le responsabilità penali. La documentazione parlamentare mostra che l’istruttoria giudiziaria arrivò a coinvolgere, tra gli altri, dirigenti dell’ENEL e componenti della commissione di collaudo.  Poi c’è un’altra storia, altrettanto importante: quella della giustizia. Il processo fu trasferito da Belluno all’Aquila per legittima suspicione. In primo grado prevalsero valutazioni che non riconducevano la catastrofe alla responsabilità umana nella forma poi affermata dalla Cassazione. Nel 1971 la Corte di cassazione riconobbe invece la responsabilità penale per l’inondazione aggravata dalla previsione dell’evento. 

Questa successione processuale dovrebbe essere raccontata senza scorciatoie.

Perché il punto non è costruire, a distanza di 63 anni, un nuovo processo sommario.

Il punto è capire come possa accadere che una società, tecnici, controllori e istituzioni dispongano progressivamente di informazioni su un rischio e che, nonostante quelle informazioni, il sistema non riesca – o non voglia – trasformarle in una decisione capace di proteggere le persone. È questa, forse, la domanda più attuale che il Vajont consegna all’Italia.

Perché una catastrofe non è soltanto il momento in cui una montagna cade.

A volte è anche la somma di tutte le volte in cui qualcuno avrebbe potuto fermarsi, controllare, ascoltare, approfondire, avvertire. E non lo fece. Il Vajont non è soltanto memoria. È una domanda sulle responsabilità.