18 May 2022

Siamo scomodi, i poteri forti ci censurano

La situazione dell’informazione in Italia è grave, ma non seria.

Così, parafrasando il grande Ennio Flaiano, si potrebbero commentare le polemiche scoppiate nel nostro Paese nelle ultime settimane, relativamente al problema della “censura” delle opinioni “non allineate” nell’informazione. L’ultima puntata di questo surreale teatrino è la decisione – presa e poi revocata – da parte della Rai di mettere sotto contratto Alessandro Orsini, professore associato nel Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss University, nonché ospite ormai pressoché fisso di vari talk show italici, soprattutto su La7. Orsini è il punto di riferimento ideologico di coloro che iniziano ogni intervento premettendo che Putin ha sbagliato e che l’invasione russa dell’Ucraina è moralmente da condannare, salvo poi piazzare nel discorso un bel “ma” seguito da un profluvio di avversative: la responsabilità principale è della NATO che si è espansa troppo ad Est e ha perfino eseguito delle esercitazioni, l’Ucraina è un covo di nazisti, nel Donbass era in atto un genocidio, Zelensky è un dittatore non da meno di Putin. E – soprattutto – la guerra potrebbe finire da un momento all’altro, se solo gli ucraini si arrendessero e lasciassero a Putin la Crimea e tutti i territori già invasi.
Tutte tesi curiosamente simili a quelle che ripete di solito il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, ma che i pensatori scomodi italiani ripetono perché motivati da alti ideali, primo fra tutti il pacifismo: è per questo – ci assicurano – che sono contrari all’invio di armi in Ucraina (come del resto il 55% degli italiani, stando ad un sondaggio EMG-Demopolis).

Ma vi è un problema ancor più grave, a detta di costoro: la censura. Non quella di Putin, ovviamente: quella italiana. Più sottile e sfumata, certo, ma per questo ancor più subdola e pericolosa. Talmente sottile che, per le menti semplici abituate a bersi acriticamente l’informazione mainstream, non esisterebbe nemmeno.
Martedì scorso, ad esempio, se un sempliciotto qualunque avesse fatto “un po’ di zapping tra le private e la Rai”, avrebbe trovato Orsini su Rai 3 a Cartabianca, Aleksandr Dugin su Rete4 a Fuori dal Coro, Alessandro Di Battista a Di Martedì e, ad 8 e mezzo, Marco Travaglio (il quale ultimamente regala rubriche sul giornale da lui diretto a tutti gli scomodi d’Italia, a cominciare naturalmente dallo stesso Orsini); eccezion fatta per Dugin, tutti gli altri hanno ribadito – dagli studi televisivi in cui erano ospiti – quanto venga censurato chi la pensa diversamente.

“Questo lo dice Lei”

Tutto ciò farebbe quasi ridere, se non esistesse alcun problema nel mondo della cosiddetta informazione italica. Ma i problemi esistono, ed i talk show, in particolare, sono da anni l’emblema di quanto il nostro Paese abbia trasformato il concetto di par condicio in un qualcosa di grottesco: siamo entrati, assai prima e con molta più convinzione di altri, nel mondo delle post-verità, un universo orwelliano in cui non esistono fatti, ma solo opinioni. E in cui il diritto ad esprimerne una è sfociato nell’assunto che tutte le opinioni abbiano lo stesso valore, a prescindere dall’argomento dibattuto e dalla conoscenza dello stesso dei vari ospiti. Il “questo lo dice Lei!” con cui la deputata grillina Laura Castelli (laurea triennale in economia) replicò all’ex ministro Padoan (docente in varie Università, un passato nell’OCSE e al Fondo Monetario Internazionale), mentre si discuteva dell’impatto dello Spread sui mutui, in una puntata di Porta a Porta è forse il miglior emblema di tutto ciò.
E se nel caso del conflitto in corso siamo effettivamente ancora nell’ambito di punti di vista diversi (al netto dei quali, comunque, si dovrebbe quantomeno operare un minimo di fact-checking), negli ultimi tre anni i talk italiani hanno ospitato, in nome della pluralità dei punti di vista, fior di ospiti a discettare su contrasto alla pandemia, efficacia dei vaccini e cure miracolose alternative.

Il paradosso è che tutto ciò accade principalmente per quelle dinamiche di mercato che gli stessi intellettuali non-mainstream e anti-capitalisti solitamente vituperano: qualunque opinione – fosse anche la più insensata, illogica e irrazionale – troverà spazio in un talk show, purché abbia un seguito sufficiente di persone. Qualunque cosa per qualche punto di share in più, con annessi introiti pubblicitari.
E il vittimismo, in tutto ciò, è uno storytelling formidabile. Nulla attira il pubblico più dell’annuncio che stasera sarà in studio un intellettuale anti-sistema: il conduttore ci fa bella figura, potendosi vantare di avere avuto il coraggio di far sentire certe opinioni; l’intellettuale, poi, potrà cogliere la duplice occasione per raccontare al mondo le proprie Verità alternative e – al tempo stesso – denunciare il clima di censura che incombe sul Paese. E lo stesso potrà fare la sera successiva, in qualche altro analogo salotto televisivo.

Il mainstream più incapace del West

Se poi qualcuno fosse preso da un impeto di maieutica socratica e osasse dare una definizione di informazione mainstream, potrebbe perfino arrivare a dubitare dell’efficacia della stessa. Ad occhio e croce parrebbe di capire che il pensiero mainstream sia quello che esalta il liberismo e la globalizzazione in economia, l'”occidentalismo” in politica estera, il politicamente corretto in…qualunque cosa sia.
Se tutto ciò corrisponde al pensiero dominante, non si spiega perché l’attuale Parlamento – uscito dalle elezioni del 2018 – sia composto in maggioranza da forze politiche che, almeno al momento dell’elezione, avevano agende diametralmente opposte a tutto ciò. La Lega aveva fatto campagna elettorale sull’idea di uscire dall’euro, con una tale convinzione da portare in Parlamento i due “pesi massimi” di questa posizione, Claudio Borghi e Alberto Bagnai; nelle prime riunioni del Governo Conte 1 era anche trapelato un “piano B” a firma di Paolo Savona per concretizzare il tutto. Quanto al M5S, si proponeva un referendum non solo per uscire dall’euro, ma anche dalla NATO: Manlio di Stefano dichiarava, nel 2017, che

La Nato gioca con le nostre vite. Il M5s si oppone da sempre a questa immonda strategia della tensione e chiede, con una proposta di legge in discussione alla Camera, che la partecipazione dell’Italia sia ridiscussa e sottoposta al giudizio degli italiani

I rapporti dei due partiti populisti con la Russia, poi, erano evidenti da molto tempo. Già a novembre 2016 BuzzFeed News pubblicava un’inchiesta che rivelava come il sito di Beppe Grillo fosse al centro di una rete di siti che diffondevano bufale e propaganda pro-Cremlino.

Certo, oggi le posizioni dei due partiti su molti temi sono cambiate; in compenso sembra immutata, almeno a giudicare dai sondaggi, l’incapacità dei media mainstream di fare ciò per cui esisterebbero, ossia convincere le persone. Il già citato sondaggio di EMG-Demopolis dimostra che più della metà degli intervistati eviterebbe di mandare armi gli ucraini, e altri sondaggi (di cui vi abbiamo dato conto qui) mostrano che una fetta considerevole di opinione pubblica italiana non viene affatto persuasa dal “pensiero unico”.
Il quale, comunque, esiste. Lo dicono i censurati su tutti i canali.