27 Settembre 2022

Finisce lo stato d’emergenza, da luglio stop allo smartworking, cosa aspetta chi lavora da casa da due anni?

Roma – Oggi finisce lo stato di emergenza in Italia, un decreto governativo ha spostato il termine dell’utilizzo dello smart working dal 31 marzo al 30 giugno.

Finalmente oggi finisce lo stato d’emergenza in Italia, cadono le restrizioni e si torna a una vita (quasi) normale, ma la normalità è anche il lavoro in ufficio tutti i giorni, cosa che ormai risulta obsoleta, per non dire controproducente.

L’italiano che lavora da casa è più felice

I benefici dello smart working sono innumerevoli: chi lavora da casa non solo risparmia sui trasporti e sul tempo effettivo che impiegherebbe a recarsi in ufficio, limitando inquinamento e riducendo gli ingorghi stradali mattutini e serali, è meno stressato, ha più tempo per se stesso e per i suoi cari, è in grado di svolgere quelle piccole commissioni che altrimenti richiederebbero un permesso di lavoro (si considerino banalmente la posta o tutti gli uffici per il pubblico aperti di solito quando il pubblico lavora), insomma, la qualità della vita si è alzata e di molto. Circa il 30% degli italiani ha dichiarato che sarebbe disposto a cercare un altro lavoro se gli venisse negato di lavorare da casa, un dato che non può lasciare indifferenti. 

L’avvocato Francesco Rotondi fa il punto sugli scenari che seguiranno la fine dello stato di emergenza in una diretta per l’Agenzia Dire. Cosa succederà ora per i lavoratori che hanno goduto del lavoro da casa per due anni? Cosa può fare chi intende continuare a lavorare così?

«È una risposta apparentemente semplice e banale, perché da un punto di vista meramente tecnico, cessate l’emergenza e la deroga a quello che era l’impianto originario dello smart working, o meglio del lavoro agile, si rientra a pieno regime nell’applicazione di tutto quello che prevede questo decreto che va a modificare la legge 81 del 2017 – spiega l’avvocato –  ma questa sarebbe una risposta fintamente compiuta, perché in realtà sappiamo che il lavoro agile è uno strumento che ha una finalità molto diversa da quella che viene prospettata nella norma apparentemente semplice, perché seppur individuato a livello normativo come una modalità di prestazione e di dare la prestazione lavorativa un po’ scollegata dal luogo di lavoro nel 2017 non ha avuto né modo né tempo di palesarsi bene nel nostro ordinamento perché poi c’è stato l’evento pandemico. Evento pandemico che ha comportato la necessità di preservare la salute del lavoratore. Quale migliore strumento, dunque, per preservare salute e occupazione se non il lavoro agile, ossia l’idea di collocare a casa però la prestazione di lavoro in modo tale che non vi fossero quelle situazioni di contatto che avrebbero poi portato eventuali contagi e quant’altro? Quindi in realtà – ha precisato il Rotondi – quello che abbiamo vissuto fino ad oggi non è un reale utilizzo di uno strumento organizzativo della prestazione ma è stato l’utilizzo di un reale strumento a salvaguardia della salute del lavoratore, che nel contempo portava con sé anche la possibilità di salvaguardare occupazione e capacità reddituale». 

«Dunque quello che ci aspettiamo a decorrere dal 30 giugno del 2022 sarà la verifica effettiva della tenuta di uno strumento organizzativo e quindi vedremo se, in effetti, lavoratori ed imprese hanno inteso e intenderanno dare pieno sfogo a questo» ha precisato il legale.

Alla conferenza hanno partecipato nomi importanti

Alla conferenza di poco fa hanno partecipato oltre l’avvocato Rotondi, partner di LabLaw, anche Tiziana Nisini, sottosegretaria al ministero del Lavoro, Nunzia Catalfo, già ministra del Lavoro, Anna Maria Testa, direttore delle risorse umane di Zte Italia, Stefano Bottaro, direttore delle risorse umane di Avio, e Filippo Palombini, direttore risorse umane di Tper, questi nomi fanno parte di aziende che durante il periodo di emergenza hanno usato lo smart working come strumento per continuare a lavorare e hanno parlato di come intendono gestire questa nuova fase di transizione. 

«Questo scambio di idee sarà molto interessante – ha affermato Rotondi – perché c’è stato evidentemente un utilizzo massiccio dello smart working in questo periodo e comunque, al di là della disciplina tecnico-giuridica agevolata, c’è stato un utilizzo gestionale importante. Dunque, da questo punto di vista le aziende ci porteranno sicuramente una esperienza».

«È evidente che dopo il tema della gestione della paura gli individui, gli imprenditori e le organizzazioni sindacali a tutti livelli avranno la volontà di mettere nero su bianco e di mettere alcuni puntini sulle prestazioni, sui diritti, sulle modalità, sulla formazione e sulla sicurezza  – ha proseguito – questo sarà molto importante perché a mio avviso, da un punto di vista della gestione di questo rapporto, anche amministrativa, qualcosa da dire ci sarà.»

Prosegue poi con il suo discorso.

«Ho l’idea che sotto le mentite spoglie del lavoro ibrido, del lavoro smart, del lavoro agile, che mi sembrano più questioni definitorie, quasi dialettiche, in realtà si stia parlando della mera e vecchia flessibilità, termine ovviamente desueto e osteggiato per il ricordo di quello che è la flessibilità in uscita. Ma se andiamo a vedere esattamente la disciplina che dovrebbe venire fuori da questa ultima modifica non vedo altro che una determinazione flessibile del luogo e del tempo della prestazione, non ci vedo nulla di innovativo o di veramente riferibile allo smart working come organizzazione del lavoro».

L’intervento dell’avvocato è stato anche per mettere in evidenza i problemi che potrebbero presentarsi nei prossimi mesi, come un ripensamento alla struttura dello smart working (che fin troppo spesso è telelavoro) e creare un nuovo modello organizzativo senza tornare ai vecchi metodi.

Il mondo è cambiato, dice l’avvocato, e bisogna adattarsi a esso.

«Credo che si debba prendere atto del fatto che il mondo è cambiato e che il mondo del lavoro è cambiato ma non solo da un punto di vista gestionale, organizzativo e normativo. È cambiato a mio avviso il rapporto che si incardina fra lavoratore e datore di lavoro. Credo che quel famoso patto sociale in effetti sia cambiato ma è cambiato dal punto di vista delle esigenze, dal punto di vista della relazione collettiva o individuale che ormai si sta sempre più ponendo all’attenzione tra lavoratore e datore di lavoro».

«Senza dimenticare – ha concluso il legale – l’attenzione del lavoratore alla propria vita privata, tema psico-sociale e sociologico ancor prima che giuridico e giuslavoristico. Ma è un tema, una via che, evidentemente, impatta sulla costruzione dello scheletro giuridico all’interno del quale vanno inserite le norme. Ripeto, al di là del “nomen iuris”, dobbiamo prendere atto che questo tipo di rapporto di lavoro sarà il rapporto di lavoro del futuro».