27 Settembre 2022

L’acqua scarseggia e la deforestazione aumenta. I popoli originari delle Ande risolvono il cambiamento climatico con tecniche antiche

La “Madre Terra” è stanca, bisogna “accudire” l’acqua e piantare alberi. La risposta delle comunità andine all’emergenza ambientale e alla distruzione dell’uomo.

In Perù, quattro sorelle laureate in ingegneria agronoma hanno trovato la soluzione per “accudire” l’acqua. Nel resto delle Ande si piantano alberi, mentre in Bolivia è scomparso un lago.

Le sorelle Machaca, ingegnere del Perù

Come raccontato dalla giornalista ambientale Erika Menvrillo di GreenMe, quattro sorelle della comunità indigena Quispillacta, che vive a 3190 metri di altitudine, nella regione peruviana di Ayacucho, stanno risolvendo il problema del cambiamento climatico usando tecniche ancestrali che rispettano la natura, unendole alla tecnologia e alle conoscenze apprese all’Università. Le sorelle Machaca, infatti, si sono laureate in ingegneria agraria, vincendo le perplessità della comunità locale, che ha accettato la loro scelta a patto che poi applicassero i loro studi nella loro terra. Grazie alla tecnica che si rifà alle tradizioni locali, ora raccolgono il 20% dell’acqua consumata nella regione. La loro organizzazione, l’Associazione Bartolomé Aripaylla (ABA), assieme alla comunità locale, utilizza la “semina e la raccolta dell’acqua”, ovvero lo yaku waqachay, “accudimento dell’acqua” nella loro lingua. Si tratta di un’antica tecnica idraulica che non richiede tecnologie sofisticate e dispendiose e si rifà ad antiche tecniche ancestrali. La tecnica consiste nell’aspettare la pioggia e vedere dove sorge l’arcobaleno, che indica che lì sotto c’è acqua. Nel punto in cui sorge, mentre piove, viene seminata la pataqa, una pianta definita “yaku qayaq”, ovvero che richiama acqua. La zona viene circoscritta con delle pietre per proteggerla dagli animali e la pianta, crescendo, crea un piccolo bacino che si riempirà poi con le acque piovane, dando vita ad una sorgente. È il risultato dell’amore per la Madre Terra, in un luogo dove i ghiacciai si sciolgono per l’aumento delle temperature e dove la scarsità delle piogge mette a rischio l’ecosistema e la vita delle popolazioni originarie.

Il progetto Accion Andina che pianta alberi che rilasciano acqua

Accion Andina è un progetto dell’Asociacion Ecosistema Andinos (Ecoan) per recuperare e conservare il bosco più alto del mondo, che coinvolge sei paesi sudamericani: Perù, Bolivia, Colombia, Ecuador, Argentina e Cile. Il bosco è stato distrutto da incendi e disboscamenti, ma il progetto vuole arrivare a riforestare un milione di ettari, per metà ripiantando il polylepis, l’albero che cresce nelle alte quote delle montagne andine ed è conosciuto localmente come queñuas, e per metà proteggendo la parte di foresta rimasta in piedi. L’importanza di quest’albero è vitale nella zona, poiché il polylepis cattura l’acqua nei muschi che crescono sui rami e sul terreno e la rilascia lentamente alla comunità, diventando fondamentale durante la stagione secca. Promosso dalla Global Forest Generation, il progetto tutela anche gli animali come l’orso dagli occhiali (Tremarctos ornatus), il condor andino (Vultur gryphus) e il puma (Puma concolor), che vivono in questo ecosistema.

Il secondo lago della Bolivia è sparito

Chissà se le tecniche dei popoli originari possano essere applicate anche in Bolivia, dove dal 2015 il Poopò, il secondo lago più grande del Paese, si è prosciugato a causa dei cambiamenti climatici, che hanno provocato una forte siccità. Le Ande stanno superando l’aumento della temperatura media globale, facendo aumentare l’evaporazione. Il lago si è prosciugato e nel 2017 le istituzioni locali hanno dichiarato l’area disastro ecologico. “Ogni 50 anni il lago Poopò si riempiva, così dicevano i nostri nonni. Nel 2026 saranno passati 50 anni dall’ultima volta. Aspettiamo di vedere se si riempirà di nuovo. Con questo cambiamento climatico e l’inquinamento, mi sembra che il meteo non possa più essere previsto. Nella nostra lingua aymara diciamo che “la nostra madre terra è stanca” ha detto un ex pescatore della comunità Uru che vive lì e che ha resistito al colonialismo spagnolo. Ora devono affrontare l’emergenza climatica, e chissà se il rapporto che le popolazioni locali hanno con la natura, fatto di rispetto e cura, li aiuterà ancora una volta. Per la cosmo visione locale, l’acqua, come il suolo e altri componenti della natura, sono considerate “persone” con vita propria e per questo da “accudire”.