28 Settembre 2022

Diritti umani nel mondo, il Rapporto Amnesty su Europa e Asia Centrale

Il “Rapporto 2021 – 2022. La situazione dei diritti umani nel mondo”, relativo al nostro continente e i Paesi limitrofi, non mostra alcun buon segnale

Razzismo, repressione della libertà di stampa, dei difensori dei diritti umani, i migranti e i respingimenti, oltre all’accesso ai vaccini, delineano una situazione drammatica dei diritti umani in Europa e Asia Centrale, che nulla o poco fanno anche per combattere la violenza di genere e la crisi climatica

Nel 2021, in Europa e Asia Centrale si è fatto strada l’autoritarismo. Diversi Stati hanno mostrato disprezzo per i diritti umani con una sfrontatezza senza precedenti, che ha minacciato di rendere gli impegni sui diritti umani lettera morta e di trasformare le organizzazioni regionali in forum privi di senso, dediti a un “dialogo” vuoto. È implacabile il Rapporto annuale 2021 – 2022 di Amnesty International per ciò che riguarda Europa e Asia Centrale, pubblicato ad aprile di quest’anno. In alcuni paesi, tali tendenze sono state evidenziate dal continuo abuso di potere dello stato e dall’erosione dell’indipendenza della magistratura, dalla repressione delle libertà e dal bavaglio messo alle voci dissenzienti. Il razzismo contro le persone nere, musulmane, rom ed ebree è aumentato, accompagnato dalle narrazioni xenofobe sulla migrazione, che hanno permeato l’opinione pubblica, mentre le politiche si sono ulteriormente irrigidite. Molti paesi hanno assistito a reazioni negative contro le proteste di Black Lives Matter del 2020, la paura della migrazione ha rafforzato i pregiudizi contro i musulmani e i rom. Spesso il razzismo è andato di pari passo con sessismo e omofobia. Se alcuni paesi hanno registrato progressi per i diritti delle donne, molti hanno continuato ad arretrare. La svolta autoritaria è stata segnata anche da iniziative legislative che hanno disapprovato e limitato i diritti delle persone Lgbtq. In alcuni paesi, le ricadute autoritarie, unite all’impatto del Covid-19 e alla presa del potere da parte dei talebani in Afghanistan, può aver riportato i diritti delle donne e delle persone Lgbtq indietro di decenni.

Le minoranze e il Covid 19

La minoranze come rom, musulmani, migranti, hanno affrontato un’ulteriore esclusione sociale nel contesto della pandemia da Covid-19, mentre le persone ebree hanno subìto sempre più attacchi verbali e fisici. È stato difficile non percepire il razzismo dei paesi europei nei confronti del resto del mondo nelle politiche sui vaccini e sul clima. Al contrario, all’interno dell’Europa le percentuali di vaccinazione sono state relativamente alte, anche se in alcuni paesi dell’Europa orientale e dell’Asia Centrale i numeri sono rimasti ostinatamente bassi. La pandemia da Covid-19 ha continuato ad avere un impatto significativo, diminuito in certa misura dagli elevati tassi di vaccinazione di molti paesi della regione, in particolare nell’Ue. La pandemia ha esercitato un’immensa pressione su sistemi sanitari sovraccarichi e con scarse risorse finanziarie. Alcuni stati hanno derogato alla Convenzione europea dei diritti umani e molti hanno dichiarato stati d’emergenza medica estesi e imposto nuovi lockdown e altre restrizioni, man mano che emergevano ulteriori ondate di contagi e nuove varianti del virus. La disuguaglianza nella vaccinazione all’interno della regione è diventata più pronunciata, spesso a causa di alti livelli di esitazione della popolazione verso i vaccini. Così, in Islanda, Malta, Portogallo e Spagna più dell’80 per cento della popolazione è stata vaccinata, mentre in Armenia, Bielorussia, Bosnia ed Erzegovina, Georgia, Kirghizistan, Tagikistan e Ucraina i vaccinati erano meno del 30 per cento. In alcuni casi, migranti privi di documenti e persone provenienti da gruppi storicamente discriminati hanno incontrato difficoltà nell’accesso ai vaccini. I decessi hanno continuato a colpire in modo sproporzionato le persone anziane.

Annientamento degli avversari tramite l’erosione della magistratura

Il trend autoritario si è caratterizzato anche per l’abuso di potere statale e il disprezzo per i tradizionali pesi e contrappesi. In Russia, Aleksej Naval’nyi, principale politico dell’opposizione, è stato condannato a una lunga pena detentiva per accuse politicamente motivate e la Russia ha ignorato gli ordini della Corte europea dei diritti umani che ne chiedevano la liberazione. In Bielorussia, il governo ha usato una falsa minaccia di bomba per deviare un aereo civile, in modo da poter arrestare il giornalista in esilio Raman Pratasevich, che era a bordo del velivolo. Nello stesso Paese, le autorità hanno continuato a imprigionare attivisti e giornalisti, eliminando ogni traccia d’espressione indipendente e di dissenso pacifico. Ripetute segnalazioni hanno suggerito che le autorità bielorusse perseguissero voci dissenzienti in esilio: le prove fanno ritenere che abbiano pianificato l’omicidio del giornalista Pavlo Šeremet, mentre l’esule bielorusso Vital’ Šyšoŭ è stato trovato impiccato in un parco nella capitale ucraina, dopo che aveva denunciato di essere stato minacciato dai servizi di sicurezza bielorussi. Alcuni utenti di Internet turkmeni hanno riferito di essere stati costretti a giurare sul Corano che non avrebbero usato reti private virtuali per accedere alla rete. In Georgia, l’arresto e il trattamento degradante durante la detenzione di importanti leader dell’opposizione, tra cui l’ex presidente Mikheil Saakashvili, hanno sollevato preoccupazioni sull’indipendenza della magistratura. Organizzazioni multilaterali hanno osservato che la nuova costituzione in Kirghizistan potrebbe violare l’indipendenza della magistratura. La Turchia ha adottato solo misure di facciata sulla magistratura, ma non è riuscita ad affrontare i profondi vizi del sistema. Ha resistito alle pressioni per attuare sentenze chiave della corte europea dei diritti umani e, a fine anno, ha ricevuto la notifica di una procedura d’infrazione raramente utilizzata. Un certo numero di governi ha continuato a oltrepassare i limiti dell’azione legittima sotto la cortina fumogena del Covid-19, delle “crisi” migratorie e della lotta al terrorismo e all’estremismo. Così, Lettonia, Lituania e Polonia hanno dichiarato stati d’emergenza che non rispettavano gli standard internazionali e hanno gravemente limitato il lavoro dei media e delle Ong alle frontiere. I governi hanno utilizzato mezzi tecnici sempre più sofisticati contro chi li criticava. Il Pegasus Project ha rivelato che Azerbaigian, Kazakistan, Polonia e Ungheria hanno utilizzato lo spyware Pegasus della società di sorveglianza Nso Group contro difensori dei diritti umani, giornalisti e altri, mentre il governo tedesco ha ammesso di aver acquistato la tecnologia. Migliaia di file sono trapelati, rivelando la diffusa sorveglianza che i servizi statali di sicurezza della Georgia avevano messo in atto nei confronti di giornalisti, attivisti civili, politici, ecclesiastici e diplomatici. Nella Macedonia del Nord, l’ex capo della polizia segreta e altri sono stati condannati per intercettazioni illegali. La Corte europea dei diritti umani ha stabilito che i poteri di intercettazione di massa delle comunicazioni del Regno Unito non prevedevano garanzie contro gli abusi. Allo stesso tempo, la Svizzera ha approvato con un referendum una nuova legge antiterrorismo che conferiva alla polizia poteri di vasta portata. Il ritiro delle truppe degli Stati Uniti dall’Afghanistan non ha comportato alcun ripensamento sull’abuso del potere statale nella sorveglianza o su altri abusi nella lotta al terrorismo. Una caratteristica chiave dell’abuso di potere statale è stata l’erosione dell’indipendenza della magistratura. La Polonia ha continuato a sfidare i tentativi delle organizzazioni europee di fermare la distruzione dell’indipendenza della magistratura del paese, costringendo l’Ue a confrontarsi con la sua più grande crisi dello stato di diritto fino a oggi. Con una serie di sentenze, la Corte europea dei diritti umani e la Corte di giustizia dell’Ue hanno stabilito che le modifiche in ambito giuridico della Polonia non soddisfacevano i requisiti di equità processuale. In risposta, la Corte costituzionale polacca ha stabilito che il diritto interno aveva il primato sul diritto dell’Ue e che il diritto a un processo equo ai sensi della Convenzione europea era incompatibile con la costituzione polacca, inducendo il Segretario generale del Consiglio d’Europa ad avviare una rara inchiesta. La situazione è stata peggiore in Bielorussia, dove le autorità hanno utilizzato il sistema giudiziario come arma per punire le vittime di tortura e i testimoni di violazioni dei diritti umani.

Libertà d’espressione

Molti governi hanno cercato di mettere a tacere le critiche, di imbavagliare le organizzazioni della società civile che potevano aggregare le rimostranze e di scoraggiare le proteste per le strade. In alcuni paesi, i principali pericoli per la libertà dei media sono state le campagne diffamatorie, le molestie online nei confronti dei giornalisti, in particolare se donne, e le minacce. In Bosnia ed Erzegovina, i giornalisti hanno subìto quasi 300 cause per diffamazione, per lo più da parte di politici, mentre in Croazia sono state superate le 900 cause. In Bulgaria, Repubblica Ceca e Slovenia, le autorità hanno invaso il campo degli organi d’informazione del servizio pubblico. In Polonia, gli attivisti per i diritti delle donne e delle persone Lgbtq hanno continuato a subire molestie e criminalizzazione. In Romania, i giornalisti che indagavano sulla corruzione sono stati interrogati dalle forze di sicurezza, semplicemente per la loro attività giornalistica. In Kosovo, una compagnia energetica austriaca ha ritirato le azioni legali intimidatorie avviate contro gli attivisti ambientali che avevano denunciato apertamente gli effetti della costruzione di centrali idroelettriche sui fiumi del paese. Più a est, numerosi attivisti della società civile e giornalisti che avevano cercato di esprimere opinioni dissenzienti sono stati perseguiti penalmente per attività legittime e anche l’insulto a personaggi pubblici è stato punito in più paesi. Il Kazakistan e la Russia hanno intensificato il ricorso a leggi contro  l’estremismo per reprimere il dissenso.

Rifugiati e migranti

Il 2021 ha visto la costruzione di nuove recinzioni di confine, l’erosione del regime di protezione e l’accettazione diffusa di morte e tortura alle frontiere come deterrente alla migrazione irregolare. L’Ue e l’Italia hanno continuato a essere complici nel finanziamento delle azioni della guardia costiera libica che “riportava” i migranti in Libia, dove questi hanno subìto gravi violazioni dei diritti. A tutto ottobre, più di 27.000 rifugiati e migranti erano stati catturati nel Mediterraneo centrale e riportati in Libia dalla guardia costiera libica. La Grecia ha designato la Turchia come paese sicuro per i richiedenti asilo provenienti da Afghanistan, Somalia e altri paesi. La Danimarca ha toccato uno dei punti più bassi, nei suoi sforzi per revocare i permessi di soggiorno dei rifugiati siriani e rimandarli in Siria. Un certo numero di paesi ha rimpatriato i richiedenti asilo afgani fino a poco prima della presa del potere da parte dei talebani. Le autorità bielorusse hanno facilitato la creazione di nuove rotte migratorie che, attraversando la Bielorussia, si dirigevano verso l’Ue e ha spinto con violenza migranti e rifugiati verso i confini di Polonia, Lituania e Lettonia che, in risposta, hanno abrogato il diritto di chiedere asilo alla frontiera e legalizzato i respingimenti. A fine anno, numerose persone sono rimaste bloccate ai confini, mentre molte sono morte. Le rotte migratorie “più vecchie” dalla Turchia alla Grecia, dal Mediterraneo centrale all’Italia e dal Marocco alla Spagna hanno continuato a essere teatro di violenti respingimenti, mentre le persone salvate in mare hanno subìto lunghi ritardi prima di poter sbarcare. Molti paesi hanno annunciato apertamente il numero di persone a cui avrebbero “impedito” l’ingresso, un’espressione che spesso significava rimpatri sommari senza valutazione del bisogno di protezione. I numeri comunicati da Turchia e Ungheria raggiungevano le decine di migliaia, mentre le persone bloccate ai confini della Bielorussia con Polonia, Lettonia e Lituania hanno superato le 40.000. Molti altri paesi, tra cui Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Grecia e Macedonia del Nord, hanno eseguito trasferimenti sommari, illegali e forzati di rifugiati e migranti, senza considerare le loro circostanze individuali e poi hanno negato di averlo fatto. Le persone di etnia kazaka in fuga dallo Xinjiang in Cina sono state perseguite per aver attraversato illegalmente il confine kazako. Alcuni tribunali hanno riconosciuto l’illegalità di tali azioni. Le Corti costituzionali di Serbia e Croazia hanno stabilito che la polizia aveva violato i diritti delle persone nei respingimenti. La Corte europea dei diritti umani ha stabilito che la Croazia aveva violato i diritti di una ragazza afgana che, nel 2017, fu uccisa da un treno dopo essere stata respinta in Serbia. Tribunali in Italia e Austria hanno riscontrato che le espulsioni a catena di richiedenti asilo verso la Slovenia e la Croazia violavano il diritto internazionale. Nonostante queste sentenze, tuttavia, il riconoscimento delle responsabilità per respingimenti o maltrattamenti è stato raro.

Violenza contro donne e ragazze

Sulla violenza contro le donne, il quadro è rimasto eterogeneo. Mentre la Turchia si è ritirata da un trattato storico sulla lotta alla violenza contro le donne, la Convenzione di Istanbul, la Moldova e il Liechtenstein lo hanno ratificato. Inoltre, la Slovenia ha riformato la legge sullo stupro, per renderla  basata sul consenso e riforme della legislazione sullo stupro erano in corso anche nei Paesi Bassi, in Spagna e Svizzera. Tuttavia, la violenza contro le donne è rimasta diffusa. Il Consorzio russo delle Ong delle donne ha rilevato che il 66 per cento delle donne uccise dal 2011 al 2019 erano state vittime di violenza domestica. Il ministero dell’Interno dell’Uzbekistan ha respinto una richiesta dell’Ong NeMolchi sui procedimenti giudiziari per violenza contro le donne, affermando che era “di nessuna utilità”. In Azerbaigian, attiviste per i diritti delle donne e giornaliste sono state ricattate e sottoposte a campagne diffamatorie specifiche di genere, mentre le manifestazioni delle donne contro la violenza domestica sono state disperse con la forza. La presa del potere da parte dei talebani in Afghanistan ha rafforzato in Asia Centrale gli sforzi per promuovere i valori “tradizionali”, che violano qualsiasi libertà alle donne. In Ucraina sono continuate le aggressioni omofobe ed è stata segnalata la mancanza di servizi per i sopravvissuti alla violenza domestica nelle aree del Donbass non controllate dal governo.

Diritti sessuali e riproduttivi

L’accesso all’aborto sicuro e legale ha continuato a essere una questione centrale dei diritti umani in Andorra, Malta, Polonia, San Marino e altrove, ancor prima della storica sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che vieta l’aborto. In Polonia è entrata in vigore una sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato incostituzionale l’aborto per gravi menomazioni fetali. Nell’anno successivo alla sentenza, 34.000 donne hanno contattato l’Ong Abortion without Borders, che facilita i viaggi all’estero per cure e consigli sull’aborto. In Andorra sono rimaste attive le accuse di diffamazione contro una difensora che aveva sollevato preoccupazioni sul divieto totale di aborto presso le Nazioni Unite. Uno sviluppo positivo è stato il voto popolare a San Marino che ha legalizzato l’aborto.

La crisi climatica

L’Europa ha una responsabilità speciale nei confronti del resto del mondo per trovare soluzioni per la crisi climatica, a causa del suo ruolo nelle emissioni globali fino ad oggi e della sua ricchezza. Ciò nonostante, i paesi europei e l’Ue hanno continuato a non adottare obiettivi di riduzione delle emissioni, comprese le politiche di eliminazione graduale dei combustibili fossili, che fossero in linea con il loro livello di responsabilità e con l’imperativo di mantenere l’aumento delle temperature globali entro 1,5° C. In occasione dei negoziati annuali delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, la Cop26, i paesi europei si sono anche opposti all’istituzione di uno strumento finanziario mondiale che fornisca sostegno economico ai paesi in via di sviluppo, che subiscono perdite e danni a causa della crisi climatica. Tuttavia, la Scozia e la regione belga della Vallonia hanno impegnato fondi destinati a perdite e danni.

Conclusioni

Finora, gli attivisti per il clima e i difensori dei diritti umani sono stati principalmente coloro che hanno espresso un senso di urgenza, ma entrambi i gruppi sono stati sottoposti a forti pressioni da parte di governi e aziende. La causa dei diritti umani ha bisogno di più persone che la sostengano adesso o le conquiste degli ultimi decenni rischiano di essere distrutte. I governi dovrebbero riconoscere il ruolo cruciale svolto dai difensori dei diritti umani invece di stigmatizzare e criminalizzare le loro attività. Lo spazio di tutti per esercitare i diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica deve essere protetto dagli abusi di potere che gli stati compiono con vari pretesti. I governi devono anche raddoppiare i loro sforzi per prevenire la discriminazione contro le persone nere, musulmane, rom ed ebree e per garantire che gli attori statali evitino la retorica generale di stigma e non implementino politiche che prendono di mira queste comunità. Di fronte alla pandemia da Covid-19 che continua, è urgente la parità di accesso ai vaccini all’interno e tra i paesi, sia nella regione che altrove e la cooperazione tra gli stati è d’obbligo per garantire che le cure e i vaccini siano accettabili, convenienti, accessibili e disponibili per tutti.