Un acceso dibattito si è acceso in un liceo italiano dopo che la preside ha vietato l’uso dello schwa (ə) sul giornalino scolastico.
Secondo la dirigente, l’utilizzo di questo simbolo spesso adottato per rendere la lingua più inclusiva rispetto al genere non sarebbe conforme alla lingua italiana e pertanto inappropriato in un contesto scolastico ufficiale.
“Lo schwa non è italiano”, ha dichiarato la preside, motivando la sua decisione con l’esigenza di rispettare le regole grammaticali riconosciute e di non introdurre forme linguistiche non codificate nei documenti della scuola.
La reazione degli studenti non si è fatta attendere. Alcuni redattori del giornalino hanno definito la scelta una vera e propria forma di censura.
“Non si tratta solo di un simbolo”, ha commentato uno di loro, “ma di una scelta politica e culturale per includere chi non si riconosce nel binarismo di genere. Impedircene l’uso significa zittire una parte della nostra identità”.
Il caso ha subito oltrepassato i confini dell’istituto, accendendo il dibattito anche sui social e attirando l’attenzione di attivisti, linguisti e politici. C’è chi difende la preside, sostenendo che la scuola debba attenersi alle regole linguistiche stabilite, e chi invece applaude il tentativo degli studenti di modernizzare la lingua e renderla più equa.
In un Paese dove l’Accademia della Crusca ha espresso cautela sull’introduzione dello schwa nell’uso quotidiano, ma ha riconosciuto la legittimità delle istanze inclusive, episodi come questo mostrano come il linguaggio sia sempre più un terreno di confronto – e talvolta di scontro – tra generazioni, valori e visioni del mondo.
Nel frattempo, gli studenti stanno valutando se pubblicare comunque il loro articolo con lo schwa, magari su una piattaforma esterna, come gesto simbolico a favore della libertà di espressione.







